La Biennale: Sos clima, mari e profughi, per gli architetti urge salvare il pianeta

La mostra di architettura di Venezia rilancia l’allarme sui disastri provocati dall’uomo con installazioni e foto. Anche il Padiglione italiano affronta le devastazioni e cerca possibili soluzioni

“Playscapes of Exile”, campo profugo siriano, del libanese Wissam Chaaya ai Giardini della Biennale Architettura “How will live together?”. Foto Stefano Miliani

“Playscapes of Exile”, campo profugo siriano, del libanese Wissam Chaaya ai Giardini della Biennale Architettura “How will live together?”. Foto Stefano Miliani

Stefano Miliani 30 giugno 2021
Da foto di disastri in atto a campi di rifugiati disastrati, la Biennale di architettura di Venezia del 2021 affronta di petto gli effetti devastanti del cambiamento climatico provocato dalle attività umane, le conseguenze nefaste delle deforestazioni, di politiche spietate su popolazioni costrette a migrare. Il titolo è “How will we live together?”, come vivremo insieme, lo ha concepito l’architetto libanese Hashim Sarkis ben prima che la pandemia portasse tutti noi a chiedercelo perché la 17esima mostra doveva tenersi nel 2020 e il Covid l’ha rinviata al 2021 (clicca qui per il sito della rassegna). Anche se non si afferra subito ogni capitolo espositivo, è significativo che un architetto invitato dall’ente lagunare presieduto da Roberto Ciccuto affronti temi come l’innalzamento dei mari o, anche, il razzismo e i profughi invece di discettare di tecniche progettuali. Pure il Padiglione Italia, come potete leggere più sotto, si butta a capofitto sulle emergenze climatiche: stavolta nella penisola e, per estensione, nel Mediterraneo. 

“In 150 milioni dovranno trasferirsi per disastri naturali”
In corso fino al 21 novembre ai Giardini e all’Arsenale, salvo casi sporadici non aspettatevi costruzioni, plastici e progetti: in mostra scorrono video, installazioni d’arte e trasmettono anzi tutto un senso di allarme: “In tre decenni 150 milioni dovranno trasferirsi per disastri naturali aggravati dal cambiamento climatico”, avverte un testo in una delle prime sale ai Giardini in una mostra che ci schiaffa il problema davanti ai nostri occhi e cerca anche chi ha idee, proposte, soluzioni. Se ne parla troppo?, penserà magari qualcuno. Qui si fa politica e non architettura, dirà qualcun altro. Forse sì. Eppure se un architetto alla Biennale se ne occupa è perché ormai il tempo sta per scadere. La stessa Venezia fra trent’anni o cinquant’anni sarà in parte sott’acqua, se non si frena l’innalzamento dei mari, e in quel caso ci sarà poco da discettare di architettura e di “bellezza”. Il discorso investe la politica? Esattamente. D’altronde se leggete le righe che seguono intuirete che forse se ne parla ancora troppo poco.

La signora: “Fra trent’anni tanto non ci saremo”. Ma i ragazzi sì
“Fra trent’anni tanto non ci saremo”. Una signora a occhio over 60 lo dice a una delle “guide parlanti” con maglietta dove è scritto “ask me” della Biennale, ragazze e ragazzi impiegati per chiarire a voce a chi lo desideri il senso delle opere esposte. La signora non cita la canzone di Guccini interpretata dai Nomadi negli anni ’60 “Noi non ci saremo”. Quella signora, che fa parte di un pubblico auto-selezionato, usa parole  rivelatrici: l’argomento non sarà primario per alcuni, invece non è più rinviabile per chi  appartiene alla generazione di Greta Thunberg o è già sui 20 o 30 anni. È il loro futuro in ballo. Un video in quattro schermi documenta una libellula, la pantala flavescens. Cosa ci stanno a fare qui libellule in volo? Leggendo si capisce come i monsoni si siano fatti più violenti e più brevi mutando le condizioni di quegli insetti e di centinaia di milioni di persone. Altre foto attestano foreste asiatiche rase al suolo, “video mapping” e pannelli registrano lo sfruttamento devastante in Amazzonia come nella zona brasiliana di Carajas o come la città di Manaus abbia divorato la foresta pluviale mentre le popolazioni amazzoniche sono sempre più a rischio sparizione. Un altro pannello informa che nel Golfo di Guinea da Lagos ad Abidjan si stende un corridoio metropolitano folle lungo oltre mille (mille, sì) chilometri.

Borghi, discariche modello e crisi climatica nel Padiglione Italia
Anche il Padiglione Italia, che come sempre è quasi in fondo all’Arsenale, tocca argomenti analoghi. I pannelli con le megalopoli sterminate e devastanti di Giacomo Costa sono un monito da incubo. Ha curato il padiglione l’architetto Alessandro Melis nominato curatore (non commissario, come scritto in una prima versione, che è invece Onofrio Cutaia) dal Ministero della Cultura attraverso la Direzione generale creatività contemporanea. Qui ci schiaffa le immagini della “tempesta di Vaia”, quando nell’ottobre 2018 la furia dei venti abbatté dieci milioni di alberi. Anche qui la mostra privilegia le installazioni, non progetti architettonici in senso tradizionale. Il titolo stavolta è “Comunità resilienti” (clicca qui per il sito della rassegna). A parte che il termine “resilienza” quest’anno sta diventando stucchevole perché impiegato ovunque, Melis lo ha concepito prima di Mario Draghi premier e con il suo staff vuole dare soprattutto conto di esperienze che cercano risposte inventive a problemi come i rifiuti urbani o lo spopolamento dei borghi.
Melis ha selezionato diversi progetti. Citandone alcuni: il rinnovamento urbano sul fronte del porto del Comune di Ancona; esperienze femministe come la casa gestita dalle donne Lucha y Fiesta a Roma o come le Trame di quartiere a Catania; il progetto “Buonanotte contemporanea” dove un gruppo di architetti restituisce vita al vecchio borgo abbandonato in Abruzzo di Montebello sul Sangro attraverso opere d’arte contemporanea e professionisti dell’ambiente.
Risalta il caso di Peccioli, paese nell’entroterra pisano: qui una discarica non è il consueto problema irrisolto tipo Roma, , qui il Comune è riuscito a gestire l’impianto in forma pubblico-privata, in modo “sostenibile” per l’ambiente perché produce biogas che viene trasformato in energia elettrica. Nell’accogliere rifiuti da molti siti l’amministrazione ricava soldi che ha reinvestito nella vita sociale o in opere d’arte contemporanea. Melis lo ritiene un ottimo esempio di “resilienza” e, con la mostra, esorta a escogitare soluzioni, a non accettare i disastri come un fato ineluttabile.

Scioglimento dei ghiacci, migranti, acque nere e acque chiare
Lo scenario resta fosco a livello planetario. Una installazione ci rimanda i tonfi del ghiaccio polare quando si spezza. Ancora nell’edificio bianco dei Giardini si parla di campi profughi, di rifugiati, di migranti soccorsi dalla nave Sea Watch mentre una motovedetta libica in zona non interviene, di ghiacci polari che si sbriciolano. Impressionante, purché si legga o qualcuno la spieghi, è l’installazione con bottiglie di plastica riempite di liquidi chiari, azzurri, verdi e neri. Cosa rappresenta? Rappresenta quanto succede nell’arcipelago africano di Capo Verde a ovest di Senegal e Mauritania: nell’isola di Boa Vista, già arida di suo, le acque chiare vengono dirottate verso i nuovi villaggi turistici mentre le acque nere, inquinate, vanno agli abitanti. Quindi il turismo porta lavoro? Chissà. Intanto toglie alla popolazione locale acqua potabile in casa. A chi pensa che il gioco vale la candela va chiesto: sareste disposti a rinunciare alle acque chiare in casa vostra a beneficio dei turisti? “Non tutta l’architettura è buona”, avverte una nota. 

Per le guide vietato parlare con i giornalisti: è democrazia?
Diritti di tutti, eguaglianza, salvaguardia del pianeta, la necessità improrogabile di trovare vie d’uscita sostenibili con l’ambiente e con le vite degli altri sono i principi che si colgono dalla sequenza di installazioni della Biennale 2021.  Non tutto, in questa Biennale architettura, si comprende o intuisce facilmente: va riconosciuto. Al riguardo possono aiutare molto i “cataloghi viventi”, le ragazze e ragazzi ai quali possiamo chiedere delucidazioni nelle sale: il vostro cronista li ha visti in azione e si danno da fare. Però non possono parlare con un giornalista. Neppure possono dire cosa chiedono loro i visitatori. Tanto meno possono rivelare il nome. È loro vietato parlare nel ruolo di guide. Al giornalista cortesemente rispondono: può passare attraverso l’ufficio stampa. Si potrebbe, certo, lo staff per la stampa della Biennale è eccellente, ben organizzato, veloce, disponibile, eppure il discorso è proprio diverso. In alternativa  magari direte: il cronista potrebbe fingere di non essere un cronista e ricavare le informazioni che cerca. Vero. Ancora: il problema è di natura diversa. 
Cerchiamo di essere chiari: che le guide non possano parlare con i giornalisti in una mostra che fa della parola “Democracy” una bandiera è una contraddizione molto seria. Anzi, forse no, non è una contraddizione: è una pratica politica significativa, evidenzia come la libertà di parlare con la stampa sia sempre più irreggimentata; conferma come istituzioni pubbliche, ministeri, enti misti, aziende private, ritengano legittimo e anzi corretto e necessario che loro dipendenti e loro collaboratori non aprano bocca quando c’è un giornalista nei paraggi, neppure per esprimere pareri su fatti che non investono le strutture istituzionali o aziendali. La Biennale ci schiaffa davanti agli occhi le urgenze del pianeta e anche questa scelta racconta qualcosa.