A Ravenna Dante a misura di millennials. E le ossa non si toccano 

La città ha rinnovato il museo sul poeta dopo aver restaurato la tomba. Una mostra documenta i rapporti tra il letterato e la cultura figurativa, tra Giotto e pagine miniate

Immagini composte dall’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso nel Museo di Dante di Ravenna

Immagini composte dall’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso nel Museo di Dante di Ravenna

Stefano Miliani 22 maggio 2021
Ravenna non presterà mai, si spera, le ossa di Dante, come è ragionevole che sia, e riserva un trattamento speciale al poeta morto tra le sue mura nel 1321. Anzi tutto la città ha rivoltato come un calzino il Museo dantesco aperto nel 1921, lo ha adeguato a un pubblico soprattutto giovanile del nostro millennio e lo ha ribattezzato Museo di Dante (clicca qui per il sito con le info).
A due passi la tomba settecentesca restaurata di recente conserva le ossa del poeta e, tanto per chiarire, quelle ossa non si spostano  (clicca qui per il sito con le info). Non lontano nella chiesa di San Romualdo è in corso fino al 4 luglio “Dante. Gli occhi e la mente. Le Arti al tempo dell’esilio”, mostra con opere tra fine ‘200 a inizi del ‘300 tra le quali spiccano i codici miniati e la fiorentina Madonna di San Giorgio alla Costa di Giotto (clicca qui per il sito con le info). Ne diciamo più sotto. Il tutto sta sotto il “cappello” del sito web vivadante (clicca qui). 

I colori dall’Inferno al Paradiso 
La sala dell’inferno dantesco è, come logico, rosso fuoco; la sala del purgatorio emana luce azzurra; il paradiso è di una luce bianca e gialla. Pannelli di plexiglas con pellicola olografica danno l’idea di un tessuto, di seta trasparente, delineano disegni e figure fantasmatiche che dalle mostruose figure infernali arrivano ad angeli e alla Beatrice immaginata nell’ultimo canto della Divina Commedia. Le immagini in trasparenza provengono da un fondo della Biblioteca classense di Ravenna, dagli archivi Alinari, dagli Uffizi, dai disegni di Doré, giusto per dire qualche fonte.  

Sale e immagini per chi è cresciuto con smartphone e pc
Le sale che richiamano le tre cantiche di Dante sono una tappa nel Museo di Dante, l’istituto di Ravenna dedicato al poeta morto nella città emiliana nell’ex convento francescano che si è completamente rinnovato per i 700 anni dalla morte dell’Alighieri: da Museo dantesco ha cambiato nome e l’intero tragitto puntando in primo luogo sulle nuove generazioni abituate a immagini su più schermi. D’altronde la valutazione dei responsabili dell’istituto è stata chiara: il percorso impostato nel settembre del 1921 non poteva reggere, non comunicava molto a chi è cresciuto tra computer, smartphone e tablet. 
 
Le ossa non lascino a Ravenna
Il riallestimento del Museo di Dante versione 2021 si inserisce in un programma intorno al poeta compreso il recente restauro della tomba neoclassica dove riposano le sue ossa, che è accanto all’ex convento e fa parte del percorso espositivo. Al riguardo converrà dire chiaramente quanto sia giusto che i resti del poeta rimangano a Ravenna senza andare a zonzo per l’Italia. Figure autorevoli di Firenze hanno a suo tempo ventilato l’idea di volere i resti del poeta a titolo pur provvisorio nella città natale dell’Alighieri.
Una buona idea? Nient’affatto: sarebbe uno spreco di energie e di denaro (anche se fosse di privati) degni di cause culturali ben più urgenti e necessarie, sarebbe un’azione di propaganda a beneficio forse di un sindaco che finirebbe certo nei siti e nei giornali di mezzo mondo, non servirebbe in alcun modo alla conoscenza. Onde evitare sottintesi o illazioni, sarà meglio chiarire che chi qui scrive non ha alcun legame o rapporto con Ravenna e al contrario è magari più vicino alla città che esiliò l’autore della Vita Nova. Quindi: è bene che Dante riposi là dove l’hanno accolto ed eventuali sforzi e fondi siano destinati a sostegni più impellenti. 
 
Francesca Masi: “La potenza di Dante è porre domande”
“La Commedia è un testo profetico e nell’immaginario comune, conosciamo Paolo e Francesca, conosciamo Ugolino, il settimo centenario è un’occasione per una maggior prossimità al testo, un oggetto sempre mediato”, riflette Francesca Masi, la responsabile della promozione culturale del Comune ravennate. “Nella cultura popolare Dante è una vera ricchezza, a volte annullata dalla retorica; la devozione popolare nei suoi confronti è importantissima e la sua potenza è porre domande al futuro”, prosegue Francesca Masi mentre attraversa le sale del museo che più che un impianto didascalico vuole evocare, suggerire, stimolare la lettura e la conoscenza con un occhio alla cultura visiva pop. Per esempio nella “Sala della fama” risaltano, riprodotti digitalmente come tanti tasselli in sequenza, francobolli, illustrazioni e Topolino. 

Dove, come e chi organizza
Il Museo Dante è in via Alighieri 2/A, ha nove sale su 375 metri quadri, offre oggetti storici, oltre 400 immagini e richiama 250 testi. L’ex convento ospita anche la Biblioteca e il Centro Dantesco dei frati minori conventuali di Ravennadiretto da Padre Ivo Laurentini. Visto che ci siamo e per dare a Cesare quel che è di Cesare: l’istituto è gestito dall’assessorato alla cultura del Comune guidato dal sindaco Michele de Pascale; i chiostri appartengono alla Fondazione Cassa di risparmio di Ravenna con Ernesto Giuseppe Alfieri presidente; il rinnovamento del museo si inserisce nei programmi per i 700 anni dalla morte di Dante sotto l’egida della Regione presieduta da Stefano Bonaccini che ha preso parte all’inaugurazione 

In San Romualdo tra Giotto e pagine miniate
Infine la mostra in San Romualdo. La rassegna curata da Massimo Medica e organizzata dal Mar – Museo d’arte della città di Ravenna (clicca qui per sito del museo) comprende nella chiesa pezzi di Cimabue che, come scrisse Dante nel poema, fu superato da Giotto, Arnolfo di Cambio, documenta la cultura figurativa dell’Italia centrale e settentrionale che il poeta incontrava a fine ‘200 e negli anni dell’esilio dal 1302 al 1321, testimonia la prodigiosa cultura riminese. A ragione “Dante. Gli occhi e la mente” comprende i miniatori bolognesi ricordando, in catalogo, quell’Oderisi da Gubbio con cui il poeta dialoga nel Canto XI del Paradiso, ha l’altorilievo marmoreo di una Madonna in trono con Bambino di un maestro veneziano-ravennate prestata dal Louvre e che, ricorda il curatore, secondo uno studioso vegliava sopra la prima sepoltura del poeta.
La rassegna ha un pregio e una pecca: il difetto è l’allestimento piuttosto faticoso da seguire; il pregio è che con queste opere comprendiamo come arte della parola e arte visiva si compenetrassero l’una con l’altra nella cultura di Dante e dei dotti dell’epoca e si intuisce quanto le immagini si siano riverberate nelle terzine del poema.