Tosca che canta il mondo: “Integrazione e Ddl Zan, gli italiani sono più avanti del Parlamento” 

La cantante ora in tour con i brani dell’album “Morabeza” parla di world music, di teatro-canzone, dei "patti di morte" tra artisti, di una certa “politica cui fa comodo identificare un nemico”

Tosca nella copertina di "Morabeza". Foto: © Ghilardi

Tosca nella copertina di "Morabeza". Foto: © Ghilardi

Stefano Miliani 6 novembre 2021
Ascolti un album come “Morabeza”, canta Tosca, e se ti lasci trasportare ti avvolge una strana sensazione nella quale vorresti immergerti totalmente: ti arrivano sonorità e parole da terre come il Portogallo, il Brasile, la Francia, il Nord Africa, rilette nella più raffinata tradizione della canzone italiana. In questo disco del 2020 la cantante e attrice romana interpreta i brani con coerenza stilistica e con una sensibilità sopraffina, profonda e dolce come una carezza su tutto il corpo. “Morabeza”  contiene infatti qualcosa di enigmatico e avvolgente e ti fa intuire che i confini culturali e umani sono una costruzione artificiosa. Con il disco Tosca si è guadagnata con pieno merito le Targhe Tenco come miglior interprete del 2020 e per la migliore canzone con “Ho amato tutto”
Ne parliamo con l’artista dalla voce ricca sfumature sottili e ammalianti perché il tour italiano e internazionale finora non ha potuto tenersi e si svolge adesso: partito da Napoli il 30 ottobre, terminerà a maggio 2022. Le prossime tappe sono al Teatro Puccini di Firenze il 7 novembre, al Teatro Franco Parenti di Milano l’8 e poi via via a Pavia il 9, a Fasano il 13, a Bari il 14 e 15, a Sassari il 29, a Messina il 3 dicembre. Lo spettacolo ha arrangiamenti e direzione musicale di Joe Barbieri, scene di Alessandro Chiti, messa in scena di Massimo Venturiello; affiancano Tosca Giovanna Famulari al violoncello, pianoforte e voce, Massimo De Lorenzi alla chitarra, Elisabetta Pasquale al contrabbasso e voce, Luca Scorziello alla batteria e alle percussioni, Fabia Salvucci alle percussioni e voce.

Clicca qui per il sito di Tosca con le date della tournée  

Come è nato il viaggio musicale di “Morabeza” tra Brasile, Portogallo, Francia, Tunisia e anche un po’ d’Italia?
Nel 2014 ho inciso un disco che è finito nelle orecchie giuste di alcuni organizzatori internazionali e mi sono ritrovata a fare concerti in Tunisia, in Algeria, a Parigi, a Lisbona, in Brasile. Da lì è nata l’idea di un documentario che non volevo fosse solo musicale ma anche sul tessuto sociale. Quindi ho intervistato artisti, personalità di spicco della cultura internazionale e andando in quei luoghi ho condiviso con tanti artisti molta musica. Da qui è nato il disco come “Morabeza” che poi si è arricchito della canzone portata a Sanremo e ora è diventato un live. 

“Morabeza” non è però un viaggio a casaccio, segue invece un discorso omogeneo tra Portogallo, Brasile, Francia, Nord Africa. È un’impressione sbagliata?
No, sono le terre che musicalmente frequento di più tra cui ora l’Africa. Sono passata anche per altri lidi come l’yiddish, come il rebetico greco. In questo momento mi sono focalizzata su queste sonorità ma ho sempre le antenne alzate. Sono una divoratrice di musica, come mi ha appellato qualche giorno fa un giornalista. È vero: la musica per me è aria, è acqua, è linfa. 




Ha ancora senso la definizione world music o musica etnica?
Sì, lo ha purché non diventi un ghetto. In altri paesi la world music è la musica popolare nel senso più largo, che può comprendere un po’ tutte le contaminazioni. In Italia con world music immaginiamo sempre l’oleografico: se viene dalla Scozia allora sono cornamuse, se viene dal Brasile sono i pandeiri (tamburi, ndr) o la bossa. No, la world music è molto di più, è integrazione, è l’intreccio di radici, è il mischiare. Intesa in questo modo la definizione ha senso, come ghetto no. Ma è una condizione nostra, come se la nostra world music dovesse essere per forza il mandolino napoletano: non è così. Tantissimi giovani artisti fanno world music. Per me Mannarino o Vinicio Capossela fanno world music.

O il Muro del Canto, tanto per fare un altro nome. 
Sì. La world music è quando le radici si intrecciano.

A proposito del termine “integrazione”: in Italia a che punto siamo con l’integrazione con persone e culture provenienti da tutto il mondo?
È una condizione più politica che reale. Noi cittadini siamo molto più integrati di quello che i nostri politici possono pensare. C’è una classe politica a cui fa comodo far leva sulla pancia e identificare un nemico ma è sempre meno forte. Anche il blocco del Ddl Zan, che parla di altro, ha una radice in questo perché la discriminazione passa un po’ per tutto, dal bullismo al razzismo fino alla parità di genere.   

Anche sulla parità di genere siamo lontani. 
Siamo lontani nella convinzione politica ma nella piazza eravamo tanti. Il passo è vicino. Accadde così con l’aborto: la volontà del popolo è sovrana, per me sul Ddl Zan il Parlamento ha fatto un passo falso e a forza di passi falsi si crea un nodo che poi si deve sciogliere. 

Perché?
Perché il popolo … mi verrebbe da dire “pubblico” perché c’è una politica molto di consenso che più come popolo ci utilizza come pubblico. Per una parte è  rassicurante sapere che c’è un nemico, che c’è una cosa giusta e una ingiusta. Ma chi può stabilire cosa è giusto o no? E se ci sono tante persone in piazza il mondo evidentemente è pronto per cambiare. E sarà così. Come tutte le grandi conquiste della storia, che sono sempre passate attraverso dei grandi “no”. 

Tornando agli aspetti musicali: adotti la forma del teatro-canzone, che in Italia ha una buona tradizione. Perché?
Questo è molto più un concerto-teatro. C’è un allestimento teatrale con un fil rouge ma non è proprio teatro-canzone perché ho voluto dare più spazio alla musica. Il teatro canzone è una nostra grandissima tradizione fatto dai nostri padri. Lo facevano Petrolini e Raffaele Viviani: il primo romano, l’altro napoletano, facevano addirittura i “patti di morte”. 

Cosa sono?
I “patti di morte” sono quando un artista dice a un altro artista: “se muoio io mi fai lo spettacolo tu, se muori tu faccio io lo spettacolo per te”. Petrolini e Viviani tra loro si facevano le dediche, le corna, “te lo dedico io … no, no, te lo dedico io”, erano meravigliosi. Lo ricordo per far capire che il teatro canzone è un’arte italiana, è un po’ in disuso ma per un motivo preciso: è faticoso, devi studiare tanto, devi metterti in gioco. Adesso Simone continua a fare teatro-canzone o Maddalena Crippa ne ha fatto tanto. Ma nelle nuove generazioni qualcuno riprende questa forma. 

Qualche nome?
Mimosa Campironi, Chiara Dello Iacovo, Lavinia Mancusi a modo suo. Anche in forme non necessariamente canoniche, cioè il recitato-cantato. Tra gli uomini viene dalla Officina Pasolini di Roma Sergio Andrei che fa uno strano teatro canzone simile a Califano. Sono nomi che usciranno. È come la musica indie: l’ho respirata cinque anni prima che arrivasse al pubblico. Ci vuole pazienza (ndr: l’Officina Pasolini è un fertile laboratorio gratuito di formazione della Regione Lazio a Roma dove Tosca è responsabile della sezione della canzone, clicca qui per il sito).

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Con l’album “Morabeza” hai vinto tra l’altro la Targa Tenco come miglior interprete del 2020. Questo riconoscimento cosa indica nella percezione degli ascoltatori, per lo meno dei giornalisti e critici musicali italiani?
È una bella medaglia. Se persone abituate a sentire musica dalla mattina alla sera scelgono che quell’interprete è un grande riconoscimento. Il Tenco checché se ne dica in Italia è il premio più ambito anche se tutti dicono “no, va beh, a me che m’importa?”. È come i premi Ubu per il teatro: quando arrivano questi riconoscimenti sei felice.