“E’ andata così”, la miniserie dedicata alla carriera di Luciano Ligabue e raccontata da Stefano Accorsi

Si raccontano oltre 30 anni di vita nella musica, fatta di momenti esaltanti ma anche dolorosi. Dagli amori perduti, fino al difficile rapporto con la popolarità: una linea che si intreccia con i fatti storici di questo paese

Luciano Ligabue e Stefano Accorsi

Luciano Ligabue e Stefano Accorsi

Redazione 14 ottobre 2021

di Antonio Mazzolli
”E’ andata così” è una docuserie uscita il 12 ottobre su Raiplay che racconta in modo diverso e spontaneo l’ascesa nella musica di Luciano Ligabue, in una vita fatta di successi ma anche di lati oscuri, messi ancora più in luce di quanto ancora non conoscevamo.

E’ un racconto inedito in sette capitoli, accompagnato dalla voce di Stefano Accorsi, che già aveva collaborato con il cantautore in “Radiofreccia” e nel film “Made in Italy” nel 2018.

La storia parte dalla fine degli anni ’80, quando un giovane Ligabue, totalmente immerso nella provincia reggiana, assiste a due avvenimenti che cambiano totalmente la nostra vita: la caduta del muro di Berlino e l’avvento di Internet: queste due immagini sono metaforiche e spiegano l’espansione sempre più enorme che la musica di questo cantautore in erba raggiungerà.

Succede che dopo anni di lavoro in cui non pensava che la musica potesse essere un mestiere, nel 1990 viene inciso il primo album, che inizialmente si scontra con due ostacoli: Italia ’90 (e quindi l’attenzione del paese riversata su altro) e la popolarità che ancora stenta ad arrivare.

Nonostante questo “Ligabue” diventerà poi un cult e lo consacrerà come uno dei maggiori talenti della sua epoca: all’interno vi sono infatti brani che tutt’oggi si ricordano, come “Balliamo sul mondo”, “Bambolina e barracuda”, “Non è tempo per noi”, “Marlon Brando è sempre lui” e “Piccola stella senza cielo”.

Gli anni ’90 sono per Ligabue un’altalena che lo porta sempre più in alto: dal live con solo 8 spettatori a Ravenna, fino alla partecipazione alla “Pavarotti and friends”, per arrivare all’enorme successo generalista, certificato dalla sua presenza al simbolico “Festivalbar”, raccontato anche da chi era il conduttore quell’anno, ossia Gerry Scotti, che semplifica l’impatto del cantante sul pubblico con un “Credevo che l’Arena di Verona potesse venire giù dopo centinaia di anni”.

Ma Gerry Scotti non è l’unico a partecipare in questo lungo percorso di ricostruzione della carriera: nelle prime puntate uscite sono molti, tra amici e colleghi a raccontare chi è Ligabue. Si passa dai membri della sua band Federico Poggipollini e Max Cottafavi, fino a Francesco De Gregori ed Elisa. Ma non solo: partecipano anche il conduttore radiofonico Linus, Walter Veltroni e Nicoletta Mantovani, vedova di Luciano Pavarotti.

L’anno della consacrazione è il 1995, quando esce l’album “Buon compleanno Elvis”, il primo senza la band “Clan destino”, contenente forse la canzone più conosciuta del cantautore, ossia “Certe notti”.

Se però la popolarità da un lato aggrada (“Mai lamentarsi del brodo grasso”, dice Ligabue in uno spezzone), il rapporto con essa fa distaccare con la realtà, e le prime crisi per il cantautore arrivano inesorabili, così come i dolori.

Si lascia quindi spazio a un Ligabue più intimo, che però butta tutto dentro le proprie canzoni: “Tu che conosci il cielo” è una dedica al padre scomparso, così come “Lettera a G” verso un cugino anche lui deceduto.

Da contrappasso a tutti questi dolori, ci sono però anche gli amori vissuti (e finiti) e la nascita dei figli: “Tu sei lei”, “A modo tuo”, fino a “L’amore conta”, tutto questo all’interno di dediche verso il guscio in cui è nato e cresciuto, la sua cittadina Correggio e il suo gruppo di amici, rimasto sempre uguale.
Questi sono i suoi punti fermi, da cui ricominciare nei momenti di crisi che arrivano inesorabili per ogni artista.

Con queste sensazioni ed emozioni gettate nella musica, Ligabue ha voluto quindi distruggere uno di quegli aggettivi che da anni gli era stato appioppato dalla stampa, ossia “riservato”: vengono infatti raccontati nei suoi album momenti di vita più disparati e che riguardano praticamente ogni momento della sua vita privata.

Spiega il rocker: “L’obiettivo è raccontare Luciano oltre Ligabue, e con un giornalista davanti non sarebbe stato facile, soprattutto per me. Io vengo da una scuola di pensiero precisa, una che dice che le canzoni dovrebbero parlare da sé. Razionalmente, so, però, che questa scuola di pensiero ha un che di codardo e, di tanto in tanto, bisogna esporsi”.

Dopo tre puntate, con la regia di Duccio Forzano, il racconto si ferma per il momento qui: ci sono ancora oltre 25 anni di carriera da ripercorrere.