Royston Vince, luci e ombre degli anni '60 nel Regno Unito

Intervista a Royston Vince, un maestro di musica che coltiva una passione profonda per la cultura italiana e i suoi rapporti con quella britannica.

Royston Vince

Royston Vince

GdS 8 aprile 2021

di Rock Reynolds 

D’accordo, c’è stata la Gran Bretagna che non ha mai solidarizzato con i vicini irlandesi sottoposti alle vessazioni postcoloniali del suo governo, schierandosi allo scoppio dei “Troubles” sul finire degli anni Sessanta con i protestanti lealisti; c’è stata la Gran Bretagna che ha soffocato brutalmente uno degli scioperi più selvaggi e giusti nella storia del paese, quello dei minatori dello Yorkshire nel 1984, accettando che Margaret Thatcher dettasse legge; c’è stata quella dell’infausta Brexit che oggi, con spirito vendicativo, bisticcia con l’Europa sui vaccini. Ma c’è pure stata un’altra Inghilterra a cui il mondo intero ha guardato e chiesto ispirazione: il paese della controcultura per eccellenza, quello del “Free Cinema” e della Swinging London, dalle cui ceneri sarebbe emerso il movimento punk.

Silvia Albertazzi ricostruisce con grande acume e precisione storica un decennio fondamentale nel suo saggio Questo è domani – Gioventù, cultura e rabbia nel Regno Unito 1956-1967 (Paginauno, pagg 220, euro 20), la cui unica pecca forse è proprio il linguaggio fin troppo “alto”. Ma di dissertazione quasi accademica si tratta e come tale va presa.

È la generazione dei figli della Seconda Guerra a desiderare e creare il cambiamento, a tracciare in qualche modo una via nuova e a prendere coscienza di se stessa, a partire dal 1955, anno in cui l’ultima donna viene giustiziata nel Regno Unito, per passare attraverso l’invasione russa dell’Ungheria, l’anno dopo, e la crisi di Suez, che di fatto sancì la fine definitiva dell’impero britannico. E il 1956 è l’anno dell’uscita dei film Look Back in Anger (GB) e Rock Around the Clock (Senza Tregua il Rock’n’Roll) (USA), due modi diversi e complementari di raccontare i nuovi aneliti libertari delle giovani generazioni sulle sponde opposte dell’Atlantico. E, con i nuovi vagiti libertari, si diffonde una voglia di laicità che si traduce in un avvicinamento a tematiche e situazioni locali, territoriali.

Per capire meglio l’impatto che quel decennio ha avuto sul paese e, soprattutto, sulla generazione nata in quegli anni, abbiamo interpellato Royston Vince, un maestro di musica che coltiva una passione profonda per la cultura italiana e i suoi rapporti con quella britannica. La sua pagina Facebook “Britalia Live” si prefigge di avvicinare Regno Unito e Belpaese, con un live show bilingue che intreccia musica e letteratura. Ogni evento è proposto in italiano, con canzoni in inglese. Vince ha risposto in italiano alle nostre domande, evidenziando quanto sia forte il legame tra le due lingue: molti si scordano che nel vocabolario inglese c’è una forte dominanza di termini di origine latina e che l’Italia è da sempre meta privilegiata del turismo colto britannico.

Com’è stato crescere nell’ambiente stimolante degli anni Sessanta, in Inghilterra?

Mi definirei un ragazzo degli anni Settanta perché sono nato nel 1969 e quindi la mia vera formazione è avvenuto in quel decennio. La mia famiglia non ha interagito tanto con la musica. I primissimi ricordi dei dischi che avevamo in casa sono di compilation e della musica di Jim Reeves and Pat Boone! Sono cresciuto in un ambiente agricolo e fino agli anni Ottanta ho pensato che la vita si basasse su tradizioni che non cambiavano mai. La vera rivoluzione per la mia generazione è stata l’università. Sono stato il primo membro della mia famiglia a laurearmi. Pochissime persone hanno avuto un autentico coinvolgimento negli anni Sessanta e nella “Summer of love”. Però la “dolce vita borghese”, che fino a quel punto era stata confinata alla classe dirigente, è diventata molto più visibile tramite la cultura dominante del periodo, cioè la musica e la televisione. Il che ha avuto cambiamenti positivi – con un accesso all’istruzione universitaria più accessibile a uno come me di origini umilissime – e negativi per l’avvio di un tipo di consumismo con cui siamo tuttora alle prese.

Look back in anger e Rock around the clock che immagini evocano in lei?

Look back in Anger significa il geniale Richard Burton, nonché Claire Bloom. Al di là di quest’osservazione personale, penso che sia una rappresentazione della complessità della mobilità sociale nel senso che John Osborne, un uomo intelligente ma d’origini povere, ha avuto una moglie borghese. Il fulcro della storia si trova là dove i valori della sua classe vanno in direzioni diverse. Credo che non sia una storia nuova, ma, nell’Inghilterra del dopo guerra, era piuttosto facile incontrare persone più benestanti di te. La canzone “Rock around the clock” l’avrei sentita per la prima volta grazie uno dei tanti documentari sugli anni Cinquanta e la nascita del Rock’n’Roll. So che fu una canzone molto importante per David Gilmour dei Pink Floyd e tanti altri musicisti della sua generazione.

Perché il Regno Unito da sempre è sinonimo di valori tradizionali e monarchia?

I valori tradizionali sono ovunque nel mondo, giusto? Educazione, gentilezza. Questi sono i valori degli esseri umani e sono sostenuti o negati in egual misura in ogni paese. Non sono appannaggio degli inglesi. Se parliamo di valori “inglesi”, promuoviamo un mito creato per i nostri interessi. È una storia di fantasia e di auto-compiacenza perniciosa. Ma non credo siamo soli in questo vizio. Quanto alla monarchia, posso solo dire che ogni nazione ha bisogno dei suoi pani e circhi: abbiamo la famiglia reale che suscita grande interesse popolare all’estero, se posso permettermi di dirlo. A chi importano gli intrighi della famiglia reale? A quanto pare, a mezzo mondo. Suppongo che siano utili per il nostro turismo.

Tre decenni consecutivi di cambiamenti radicali nel Regno Unito: gli anni Cinquanta con la voglia di benessere e progresso; gli anni Sessanta, con la voglia di libertà annunciata dai Beatles e dal movimento hippie e studentesco; gli anni Settanta, con lo slancio iconoclasta del punk. Che gliene pare?

Per me il cambiamento sociale è la storia della lotta tra pulsioni e forze in conflitto. Gli anni Cinquanta, il decennio in cui nacque il sistema sanitario nazionale, fecero seguito alla Seconda Guerra. Una faccenda abbastanza seria che richiedeva una risposta altrettanto seria. La reazione della generazione degli anni Sessanta è un rifiuto dei grigi anni precedenti, compreso il “razionamento” che era continuato per anni, come se avessimo perso la guerra. Gli anni Settanta rappresentano una reazione contro la “decadenza” dell’epoca precedente, e così via. È auspicabile che ogni generazione neghi i valori di quella precedente. Dopotutto, il cambiamento è lo scopo della vita e la sua speranza.

Che effetto ha avuto su di lei il lungo periodo al potere di Margaret Thatcher, la figura politica che più di ogni altra ha soffocato il movimento operaio inglese?

Avevo 10 anni quando la Thatcher è entrata nella mia coscienza. Lontano dai centri urbani, ho perso l’impatto dei cambiamenti sociali. Sono stato coinvolto nel sostegno ai minatori durante lo sciopero del 1984. Quella battaglia è stata cruciale e, col senno di poi, decisiva. Ancora una volta, secondo me, non puoi incolpare una sola persona per la direzione presa dal paese. La politica è uno specchio. La Thatcher ha vinto tre elezioni. Nonostante le complicazioni del nostro sistema elettivo, non è stata lei a imporre i profondi cambiamenti del tempo: siamo stati noi. Ancora una volta, un’economia sfrenata ha reso Londra, per esempio, preminente nel mondo. Ma c’è sempre un prezzo da pagare.

Da giovane inglese, quali sono state le sue icone culturali?

Negli anni Cinquanta, per i ragazzi inglesi, la musica popolare americana era dominante. Quindi, Elvis Presley e le sue “versioni britanniche” Cliff Richard. C’era Tony Hancock, una sorta di Alberto Sordi inglese, la prima vera celebrità del nuovo mondo dello spettacolo incentrato sulla televisione. L’incontro tra lui e i Beatles, suoi grandi fan nel 1963, e l’incapacità di Hancock di capire questa nuova generazione segnalarono inaspettatamente i cambiamenti culturali in corso in quel momento. Non serve dire granché sull’impatto dei Beatles sugli anni Sessanta. La radio ormai era irrilevante e la televisione preminente. La TV stessa era icona imperniata sui giovani dell’epoca. Democratizzazione o banalizzazione? È una domanda provocatoria.

Cos’è che la intriga tanto del rapporto tra cultura italiana e britannica?

L’idea di BritaliaLive è nata durante la corsa al referendum sulla Brexit. Sono un europeo e volevo identificarmi con quell’ideale. Mi sembra ancora più importante ora promuovere la comprensione culturale e rendermi conto che abbiamo tanta cultura da condividere e con cui arricchire le nostre vite. Ma, ancora una volta, dentro o fuori dall’Unione Europea, restiamo in una società capitalista. Ecco la cosa importante. Il commercio avviene ancora, malgrado gli sconvolgimenti temporanei e i problemi che si sono verificati finora e che continueranno a verificarsi. Se qualcosa è veramente necessario, viene venduto o scambiato. La vera domanda è: possiamo trasformare questo sistema che rispecchia i nostri tratti migliori e peggiori in un percorso che non porti alla nostra estinzione?