Deregibus: «Con i suoi testi ritraggo De Gregori canzone per canzone»

Il critico ha pubblicato e commentato in un libro i brani del cantautore: «Da “Rimmel” alla “Donna cannone” a “Pablo”, qui c’è la sua opera»

Francesco De Gregori

Francesco De Gregori

redazione 22 marzo 2021
di Giordano Casiraghi

In un libro di oltre 700 pagine tutti i testi commentati di Francesco De Gregori. Opera titanica realizzata da Enrico Deregibus con «I Testi. La storia delle canzoni» (Giunti, pagg. 720 - 28€), un libro da tenere a portata di mano quando si ascoltano le canzoni del «Principe» della canzone italiana. Canzoni che si dilatano e attraversano mezzo secolo della storia italiana con uno sguardo alla società, con riflessi politici, ma anche e perché no, semplici storie di vita, d’amore. 
La forza di De Gregori è stata quella di raccontare le immagini (già da Alice guarda i gatti e Buonanotte fiorellino). Poi è arrivato il primo successo straordinario, forse inatteso, ovvero «Rimmel», con tutta la sua forza poetica, e da allora le cose sono cambiate per il giovane Francesco. In proposito l’apprezzamento più bello arriva da Roberto Vecchioni che ebbe a dire: «L’ho ascoltato e l’ho gettato dalla finestra, per invidia!». Non a tutti piacque questo botto di popolarità e in quegli anni Settanta bastava un nulla per attirare le mire dei più facinorosi, così un giorno avvenne che lo aspettarono al varco (Palalido 1976). Ma questa è un’altra storia, raccontata forse anche troppe volte, perché Francesco dopo appena un anno di fermo si rialza e continuerà a fare canzoni come sa fare. Salutare risulterà la tournée di «Banana Republic» con Lucio Dalla, sul finire di quei contrastati anni Settanta. 
Enrico Deregibus ha osservato il cammino artistico di De Gregori con particolare attenzione, attirando l’attenzione dell’artista già al primo libro «Quello che non so, lo so cantare» del 2003, poi ne seguirono altri e adesso completa il lavoro sull’artista De Gregori con questo monumentale volume dedicato a tutti i testi con commenti. Abbiamo raggiunto il collega che così spiega l’evoluzione di questo libro.

Un libro condiviso con l’artista?
Già dal primo libro avevo cercato di coinvolgerlo, ma educatamente aveva risposto di no, poi però mi aveva telefonato per farmi i complimenti. Così è nato un rapporto, ma di più è stato nel 2015 quando mi ha chiamato per occuparmi di un libro che sarebbe stato allegato alla pubblicazione «Backpack» contenente 34 Cd e il libro e in quell’occasione abbiamo lavorato insieme. Su quest’ultimo libro inizialmente non voleva collaborare, una sua scelta che ogni volta si ripete, perché dice: «Voglio che tu sia libero di scrivere quello che vuoi». È stato lui a suggerire di mettere i testi e così ha partecipato per validare ogni canzone, magari correggendo qualche refuso che era rimasto nel tempo. Assicuro che per fare questo Francesco ha ascoltato brano per brano per questa operazione. Gli ultimi dischi li abbiamo ascoltati insieme per validare i testi. 
Perché un altro libro su De Gregori?
Sì, un altro libro, ma questa volta non comprende la biografia, ma le canzoni sono tante e il libro ha preso spessore. Era impensabile inserire anche i testi con commento nei libri che fin qui ho scritto su De Gregori. Nella mia testa lo vedo come un unico libro, con biografia e testi, ma per considerazioni logiche non si poteva certo editare un libro di oltre mille pagine. Tutto nasce dal libro «Mi puoi leggere fino a tardi» del 2015 dove sentivo il bisogno di inserire anche parti delle canzoni, ma il libro cominciava a diventare mastodontico, così ho separato le parti. 

Commentare una canzone non è sempre facile, quali fonti si sono consultate?
Ogni scheda è frutto di ricerche di vario tipi, soprattutto ho cercato le dichiarazioni dell’artista sulle varie canzoni e questo è già di aiuto, quando si trovano, quindi una ricerca sulle interviste e approfondimenti di qualunque tipo. La cartella dove tengo le fonti consiste di almeno duemila documenti. C’è un’analisi del testo e una critica, la mia opinione, che è la parte meno importante. Sapere cosa penso io di «Rimmel» o «La donna cannone» magari interessa poco, mentre la parte preponderante riguarda la ricerca storica sui documenti.



Con le metafore, molto presenti nelle sue canzoni, come si procede?
Dipende: in alcuni casi ha spiegato lui stesso queste metafore e in quel caso ho riportato il suo pensiero, in altri casi ci ho studiato sopra, ho cercato di ricostruire cercando di avere dei riscontri.  In vari altri casi ho lasciato perdere, perché a volte le metafore hanno diversi significati e allora meglio che sia il lettore/ascoltatore a tenere la possibilità di spaziare con la fantasia, immaginarsi quello che vuole.
Pur essendo identificato come persona impegnata politicamente, De Gregori non ha fatto esplicite canzoni politiche, o sbaglio?
Qualcuna c’è. «Tempo Reale» del 2005 dice cose precise, De Gregori ha avuto un background politico, ma è sempre stato attento a non apparire come un cantautore impegnato in senso stretto. Quello a cui ha sempre dato il primo posto nelle canzoni è la parte artistica, sia che si parli d’amore o di politica. Sì, strettamente politiche ce ne sono poche, mi viene in mente «Pablo» che è piuttosto chiara, di un ragazzo emigrato in Svizzera che fa amicizia con un altro emigrato spagnolo che muore sul lavoro. Immigrazione e morte sul lavoro, con lo slogan «Hanno ammazzato Pablo / Pablo è vivo». In «La ballata dell’uomo ragno» fa riferimenti a Craxi, che tra l’altro conosceva essendo stato a casa sua con Lucio Dalla. Poi c’è quel disco con Giovanna Marini, «Il fischio del vapore», fatto per far conoscere canti popolari bellissimi, da «Saluteremo il signor padrone» a «Bella ciao», ma anche altre meno conosciute. De Gregori è l’unico artista noto che ha cantato quelle canzoni e ha scritto canzoni su quei modelli. Altri l’hanno fatto, come Carmen Consoli e Ivano Fossati, ma non con un album intero.



A un certo punto De Gregori ha iniziato a concedersi molto, sia dal vivo che partecipando a trasmissioni televisive, non ultima quella di ospite nel programma di Stefano Bollani su Rai3. Cosa è successo?
Per i concerti in realtà ha iniziato negli anni Novanta a suonare tantissimo e lo fa preferibilmente in posti piccoli, quindi moltiplicando gli sforzi, anziché fare meno concerti in posti più ampi. Due anni fa è stato un mese intero in un teatrino a Roma. L’età deve aver smussato gli spigoli e qualcosa è cominciato a cambiare dalla seconda tournée con Lucio Dalla, perché vedeva che Lucio aveva una comunicazione facile sia sul palco che fuori, parlava con tutti, e osservandolo si è detto: perché non lo posso fare anch’io? Da lì ha iniziato a gestire rapporti in modo diverso.
Per come oggi si ascolta la musica, il libro segue un percorso cronologico, album dopo album, ma  è necessario come si faceva un tempo ascoltarlo tutto o si può tranquillamente ascoltare una canzone singola?
Ascoltare un disco dall’inizio alla fine ti porta in profondità, dove magari apprezzi il collegamento tra varie canzoni, ma va benissimo ascoltare una singola canzone, che conserva una sua identità e significato.  Di concept album come De André non ne ha mai fatti. «Titanic» ha qualche canzone di collegamento e «Scacchi e Tarocchi» fa riferimento a Pasolini, ma non sono veri album a tema. Infatti, volevo mettere le canzoni in ordine alfabetico e non cronologico, senza assegnare un tempo di uscita, quindi presentare il tutto come unico repertorio. Poi abbiamo deciso diversamente.
In ultimo, quali album consigliare a chi conosce poco l’artista?
«Titanic» sempre, «Rimmel» che è il disco che ha avuto più successo commerciale, poi «Buffalo Bill», ma anche i più recenti «Pezzi» del 2005 e «Sulla strada» del 2012. Mi piacciono meno «Miramare 19.4.89», per via degli arrangiamenti pop e «Per brevità chiamato artista», dove si avverte una certa stanchezza.