Musiche di strada e di prigione: il mito oscuro di Lead Belly

È una biografia romanzata del grande folk singer afro americano, basata su centinaia di testimonianze raccolte dagli autori Edmond G. Addeo e Richard M. Garvin

Lead Belly

Lead Belly

Marco Buttafuoco 3 febbraio 2021

Era inevitabile che il rinnovato interesse alle vicende razziali degli USA trovasse riscontri editoriali importanti. Il dibattito, che potrebbe essere uno scontro vero e proprio, sul razzismo e più in generale sui temi del politicamente corretto sarà probabilmente centrale nei prossimi anni. 

In quest’ottica il ritorno in libreria di un libro come “Lead Belly-  Il grande romanzo di un re del blues” (Shake edizioni, 2021, pagg. 288, prezzo di copertina €17, ebook € 8,99) di Edmond G. Addeo e Richard M. Garvin appena pubblicato dall’editore milanese, è un avvenimento da salutare con riconoscenza. 
Come da titolo il volume, uscito ben cinquant’anni fa (le sue vicende editoriali meriterebbero un articolo a parte) è una biografia romanzata del grande folk singer afro americano, basata su centinaia di testimonianze raccolte dai due autori. 
Non è quindi da considerare, in nessun caso, come una pagina definitiva, come la verità sulla vita e l’opera di Lead Belly. Gli autori sono due scrittori di non grande fama. Il primo è stato cronista in vari giornali della provincia americana, il secondo viene citato sulla rete come autore di SF. Il loro lavoro attinge, volutamente, la dimensione del verosimile e del mito, più che quella della puntualità storica.


Non a caso il libro si apre con una scena in stile fantasy, con il protagonista che nasce, quasi clandestinamente, (1888) nei pressi di una palude del Mississippi, con la presenza, ieratica, di una sacerdotessa di qualche oscura religione africana. Un espediente narrativo non indimenticabile che poco toglie, tuttavia, alla bellezza della vicenda. 
Quella di Huddie Ledbetter (Lead Belly, letteralmente pancia di piombo, è un soprannome, controverso, che gli fu dato in uno dei numerosi soggiorni in carcere) è una storia potente e allo stesso tempo tipica fra gli afroamericani degli ex stati schiavisti. 
Era un uomo di forza e bellezza fuori dal comune, che scoprì ben presto un grande talento musicale. 
Fu prevalentemente un musicista di strada e di osteria. Cantava ballate country (Irene Goodnight il suo più grande successo ha un sapore ben poco afroamericano), blues e musiche etniche del sud degli USA, accompagnandosi con una chitarra dodici corde. 
Le sue grandi doti d’interprete sarebbero rimaste sconosciute senza l’incontro con la famiglia Lomax. 
John e suo figlio Alan erano due etnomusicologi e militanti progressisti, che girarono gli stati meridionali in lungo e in largo alla ricerca di materiali folclorici. Incontrarono Huddie in un penitenziario della Louisiana. Il primo disco del nostro eroe fu inciso proprio in carcere, nel 1933, nello studio mobile allestito dai Lomax. 
Non era quella la prima, né l’ultima volta che Huddie/Lead Belly si era cacciato in guai grossi. 


Era un uomo rissoso e impulsivo, facile all’ira e all’uso delle armi, seduttore e bevitore compulsivo. La sua era una famiglia di piccoli proprietari neri religiosi e tranquilli, ma la violenza, lo sradicamento, la cruda sensualità erano parte essenziale nella storia quotidiana del post schiavismo; la prigione, una tappa quasi normale nella storia dei giovani neri. 
Il merito principale del libro è narrare al meglio la quotidiana brutalità di quelle esistenze, la ferocia del razzismo, la crudeltà vendicativa delle prigioni americane (veri e propri gulag che ricordano nella loro ferocia, quelli australiani descritti da Robert Hughes in “la Riva Fatale”), lo sradicamento esistenziale della gente nera, la cappa di sfiducia e di fatalismo che gravava sui discendenti degli schiavi. A un certo punto il protagonista ammette di far fatica a credere che Duke Ellington sia un afroamericano; come poteva lui, un nero, mettere in piedi un’orchestra così grande e riuscire ad avere tanto successo? 
Belle anche le pagine che descrivono il rapporto con i Lomax e i giorni newyorkesi del protagonista, segnati dal razzismo non dichiarato, ma ugualmente pervasivo, della Grande Mela. 


Memorabile la descrizione di un altro mito del blues polveroso e ferito delle origini, quel Blind Lemon Jefferson, il bluesman cieco, un cui brano vaga oggi su una sonda spaziale, spazio, insieme alle variazioni Goldberg di Glenn Gould, come testimonianza della civiltà umana. Lui e Huddie suonarono insieme agli angoli delle strade del Texas e della Louisiana e in saloon di pessima fama. 
Negli ultimi anni, New York regalò a Lead Belly, qualche anno di successo. Fra i suoi amici del periodo ci furono Woody Guthrie e Pete Seeger, dei quali condivise, non troppo calorosamente le idee politiche.  
Al solito fu riscoperto dopo la morte (avvenuta nel 1949, per SLA) e brani del suo repertorio entrarono in quello di gruppo come i Nirvana, i Led Zeppelin e tanti altri. Molta musica rock, mix di blues e folk bianco, si alimenta delle leggende oscure e malinconiche di questi antichi cantori di strada e di bordello, di campi di cotone e di galere disumane. 
Un bel libro, privo di qualsiasi retorica di politicamente corretto, abrasivo e doloroso.