Gioie e ricordi: Springsteen ci scrive una toccante “lettera” rock

“The Boss” torna con un emozionante album insieme alla E Street Band, “A Letter to You”: come sono i dodici brani frutto di un lavoro corale. Uno è su Trump. E trovate anche un docufilm

Bruce Springsteen nella foto di copertina di “Letter to You”

Bruce Springsteen nella foto di copertina di “Letter to You”

GdS 30 ottobre 2020
di Giuseppe Costigliola

“Tried to summon all that my heart finds true/ And send it in my letter to you”: sono versi di “A Letter to you”, la title track del nuovo album di Bruce Springsteen. Versi intimisti, vergati con sangue e inchiostro (“ink and blood”), come i brani che compongono il suo ventesimo album in studio, in cui “The Boss” pare aver deposto la virile maschera del combattente del rock’n’roll per mettersi a nudo, confessarsi ai suoi fan e a chi ha voglia di ascoltare una voce insolitamente addolcita, nuova eppure immancabilmente classica.
A Letter to You è un disco che nasce dal dolore per la perdita di George Theiss, suo compagno nei Castiles, la prima band di Springsteen, dalla nostalgia di un’epoca lontana rammemorata con struggente nostalgia, in un accorato dialogo con amici e situazioni passate che dànno un senso ad un oggi confuso e frammentario, e una luce per il futuro. Lo ha dichiarato lui stesso qualche giorno fa, collegato in streaming dalla sua abitazione, presentando il suo ultimo lavoro ai giornalisti europei: “Durante l’estate del 2019 sono andato a trovare un vecchio amico molto malato. È morto pochi giorni dopo il nostro incontro, così sono rimasto l’ultimo sopravvissuto della mia prima band. Allora ho iniziato a scrivere pensando a questo, riprendendo cose che risalgono fino ai miei 14 anni e cose di oggi”.
Ma è anche un disco che parla della gioia di fare musica insieme agli amici con cui suoni da sempre, dell’euforia che ti dà il sentirti membro di una rock’n’roll band, “quella strana sorta di fratellanza in cui entri quando sei molto giovane. È questo che ha ispirato la scrittura del disco”.

Non a caso, il primo pezzo composto è stato “Last Man Standing”, un brano che nell’immaginario evoca la Spoon River di Edgar Lee Master, con quella galleria di fantasmi che risorgono nella memoria: “Volevo parlare di musica rock, di cosa vuole dire far parte di una rock band, cosa vuol dire scrivere musica e avere una lunga conversazione con il pubblico, come ci si sente a perdere i tuoi amici con il passare del tempo. È un soggetto molto ampio, che non avevo mai affrontato: cos’è la musica, cos’è il rock’n’roll”. La tematica della mortalità – una costante nell’ultimo Springsteen –, un viaggio che dal passato muove verso una rinnovata consapevolezza d’un presente aperto alla speranza, e il ripensamento d’una vita da artista conferiscono spessore e vette emotive ad un disco forse meno sorprendente di Western stars (2019), ma profondamente sentito e vissuto, magistralmente reso dall’inconfondibile sound della E Street Band, la cui freschezza è anche dovuta alla performance “live in studio”.

È stato infatti registrato nella casa di Bruce, prima dell’emergenza Covid, in un’atmosfera di calda amicizia con la E Street Band: “Abbiamo finito il lavoro in cinque giorni. Abbiamo realizzato due canzoni al giorno, tre ore a canzone e alla fine del quinto giorno avevamo il nostro disco”. Era dai tempi di Born to Run (1975) che Springsteen non registrava un disco in questo modo, anche se in quel caso sulle tracce live vennero sovraincisi molti strumenti. Questo invece “è l’unico album in cui l’intera band è entrata in studio, ha provato il pezzo e poi l'ha registrato, lasciando tutto com’è venuto, compresa la mia voce. È stata una delle più belle esperienze di registrazione che io abbia mai vissuto”.
È insomma il risultato di un progetto corale, prodotto dal Boss con Ron Aniello, mixato da Bob Clearmountain e masterizzato da Bob Ludwig, cui hanno lavorato i compagni di una vita di Springsteen: Roy Bittan, Nils Lofgren, Patti Scialfa, Garry Tallent, Stevie Van Zandt, Max Weinberg, Charlie Giordano, e qualche new entry, come Jake Clemons, nipote del compianto Clarence Clemons.

L’album contiene dodici brani, nove composti di recente e tre risalenti agli anni Settanta, scritti prima dell’uscita dell’LP di debutto (Greetings From Asbury Park, NJ, 1973), e che testimoniano il tributo che il primo Springsteen deve a Dylan: “Janey Needs a Shooter”, una lunga ballata elettrica con un attacco di batteria e organo che rimanda a quello di “Like a Rolling Stone”, dove, nella migliore tradizione narrativa cantautoriale americana, compare una galleria di personaggi che ruotano attorno a Janey: medici, preti, sbirri; “If I Was the Priest”, un pezzo che Springsteen cantò per John Hammond (l’uomo che mise sotto contratto lui e, prima, Dylan) nell’audizione alla Columbia: attacco con voce e chitarra, una stupenda ballata nello stile del Dylan elettrico di metà anni ’60, musicalmente impreziosito dalla E Street Band: 7 minuti che come in sogno conducono in un mondo scomparso ma sempre vivo nella memoria, con cambi di tempo e una coda con tanto di armonica e assolo di chitarra. Il terzo brano degli anni ’70 è “Song for Orphans”, altra ballata dylaniana nell’interpretazione e nella scansione ritmica, che si apre con voce chitarra e armonica, resa in modo coinvolgente dai moderni arrangiamenti della E Street Band: il proposito di rileggere il passato (anche musicale) alla luce del presente trova in questi pezzi degna realizzazione.
Il brano d’apertura, “One Minute You’re Here”, è una ballad intensa che introduce al mood e ai temi del disco: un’introduzione delicata, con voce e chitarra acustica, un piano in background e un sintetizzatore in lieve crescendo, con il filo conduttore del tempo che passa e il ritorno alle origini. Seguono due brani classic rock, franchi e diretti nel tipico stile di Springsteen, “Letter to You” e “Burnin’ Train”, quest’ultimo aperto con un riff di chitarre elettriche e che ricorda le sonorità di Lucky Town e The Rising.



Il pezzo più melodico e pieno di speranza è “House Of A Thousand Guitars”, introdotto con moduli ritmici anni ’70 dal piano di Roy Bitten: la casa delle mille chitarre è “la casa che ho costruito in tutti questi anni”, quel mondo dove “All good souls from near and far” si rinchiudono per concertare insieme. È la canzone preferita dal suo autore, che parla del suo rapporto con il pubblico, forse con un eccesso di sentimentalismo, comunque autentico.
Non manca un pezzo causticamente politico, “Rainmaker”, che ravviva la tradizione d’impegno di Springsteen: “l’uomo della pioggia”, lo “sciamano”, è un furbo demagogo col suo seguito di gonzi che credono alle sue vane promesse, e il riferimento a Trump appare chiaro.



Nel sin troppo orecchiabile “The Ghost” Springsteen ricorda George Theiss (“I hear the sound of your guitar/ Comin’ in from the mystic far”) e riflette sulla perdita e sul lascito del passato, con l’urlo liberatorio (“I’m alive”) e il canto corale finale che sono un inno al potere del rock di sanare ogni ferita: puro Springsteen e pura E Street Band.
Il disco si chiude con “I’ll See You in My Dreams”, un ultimo saluto agli amici perduti (Theiss, Danny Federici, Clarence Clemons) che inizia come una ballata acustica per poi trasformarsi in un tipico mid-tempo elettrico e un finale con un assolo di twang guitar a supportare la voce che lotta con la malinconia e lascia spazio alla speranza: “Death is not the end”, probabilmente un ennesimo riferimento a Dylan.

Graditissima sorpresa, al disco si affianca un docufilm (visibile su Apple+), girato in un evocativo bianco e nero che ben si addice alla tonalità crepuscolare dell’album. Le cineprese, dirette da Thom Zimny (collaboratore di fiducia di Springsteen), entrano in studio e seguono la registrazione dei brani, le cui scene si alternano in un serrato montaggio a materiale di repertorio e a suggestive immagini di esterni, col sottofondo della roca voce di Bruce che narra la sua storia e spiega i brani, condividendo con lo spettatore emozioni e sensazioni provate mentre Letter to You veniva alla luce. È il tributo, poeticamente intenso, ad un sodalizio mai venuto meno con la sua amata band: un film imperdibile, e non solo per i fan dell’immarcescibile Boss, in attesa di rivederlo in carne ed ossa sui palcoscenici di tutto il mondo.