Meo da Parma: “Teatri chiusi indiscriminatamente, ignorate le misure anti-virus del settore”

Amareggiata la direttrice del Teatro Regio: “La cultura è nutrimento, economia e ha alte professionalità, il Dpcm vanifica sforzi investimenti fatti. Faremo in streaming il Barezzi festival”

Anna Maria Meo al Teatro Regio di Parma. Foto Roberto Ricci

Anna Maria Meo al Teatro Regio di Parma. Foto Roberto Ricci

GdS 27 ottobre 2020
di Marco Buttafuoco

Anna Maria Meo è dal 2015 la direttrice del Teatro Regio di Parma. In questa conversazione fa il punto organizzativo e ideale sul mondo dello spettacolo italiano, dopo il Dpcm di domenica sullo spettacolo. Il provvedimento è andato a incidere anche su programmazioni oramai già allestite. Il teatro parmigiano ha, ad esempio, in cartellone dal 14 novembre il festival Barezzi (una rassegna di musica extra colta che riscuote successo fin dal 2007) . Si è reso necessaria, in tempi brevissimi la trasformazione delle serate del festival in eventi streaming, seguibili solo on line, dal sito del Teatro (lo trovate sotto). Il Barezzi ci sarà, quindi, ma l’episodio può essere assunto come paradigma dei tanti problemi creati alle istituzioni culturali dal Decreto. 

Dottoressa Meo, che valutazione dà dei provvedimenti governativi che, di fatto, impongono la serrata al mondo dello spettacolo in generale e ai teatri e ai cinema in particolare?
Innanzitutto dobbiamo stabilire una premessa, chiara. Noi comprendiamo perfettamente la situazione in cui si trova il Governo italiano. Noi comprendiamo che siamo in presenza, nel mondo intero, di una situazione seria, drammatica, inedita. Con questa chiusura indiscriminata si rischia, però, di disperdere un patrimonio di conoscenze e di misure anti virus che il nostro settore aveva elaborato nella prima fase della pandemia e praticato con successo durante l’estate. Misure su cui abbiamo investito risorse, sulle quali abbiamo formato il personale, facendoci doverosamente carico d’indicazioni e prescrizioni tassative; non a caso il nostro settore ha avuto contagi assolutamente trascurabili, come testimoniano i numeri diffusi dall’Agis. L’impressione che ci rimane è quella che il Dpcm sia, per quanto riguarda alcuni settori, il risultato di un compromesso del tutto al ribasso, fra posizioni politiche diverse, come confermano i retroscena pubblicati un po’dappertutto. Quello che ci fa male, ancora una volta è però la narrazione banale che ci assimila a un settore di mero intrattenimento, in cui non sembrano essere necessarie professionalità, studi, impegno; un settore popolato da simpatici signori sorridenti e un po’ fuori dalla realtà, nelle nuvole. E peggio ancora, c’è la sottovalutazione del ruolo di presidio civile che ha la cultura. Le solite semplificazioni, insomma, le solite incomprensioni e sottovalutazioni che producono un risultato nefasto per la comunità: per il pubblico, le realtà cittadine, i lavoratori del teatro. In altre parole invece del setaccio critico si è usata la mazza da baseball. E si è usata in tempi strettissimi, vanificando il lavoro precedente e la programmazione immediata. A metà novembre sarebbe dovuto partire il Barezzi Festival (una rassegna dedicata alla musica extra colta, Ndr) e questa mannaia si è abbattuta all’ improvviso, come un sipario tagliafuoco, su questo evento, che aveva registrato vendite importanti, da tutto esaurito, al botteghino. Lo faremo in streaming.

Qual è la situazione dei lavoratori del teatro? Scatterà la cassa integrazione?
Questa misura era già programmata da prima del nuovo decreto. Il teatro d’altronde ha lavorato molto, dalla fine del primo lockdown in poi, per gli allestimenti estivi, curati nei minimi dettagli e in forme molto inedite, date le doverose limitazioni e per il Festival Verdi, portato a termine con successo. Ora ci limitiamo a utilizzare un monte ore già programmato in primavera ma pensiamo già a come gestire il Barezzi elaborando scenari alternativi. Sempre con un occhio alle notizie. I nostri lavoratori non sono più o meno importanti di altri, sono solo dei professionisti che si guadagnano la vita come altri e il teatro è un’impresa che, come tutte le imprese, deve pensare ai propri dipendenti e al proprio futuro. Vorrei anche sottolineare che il lavoro teatrale non è uno scrigno polveroso di antichi saperi. Per mettere in piedi una rappresentazione oggi occorrono tecnologie avanzate, strumenti nuovi che cambiano il modo di operare, o migliorano quello vecchio. Il teatro non è una bottega di antiquariato, ma un’azienda che deve stare al passo con i tempi. Gli sponsor privati che contribuiscono al nostro successo ci chiedono piani d’intervento dettagliati, che si sposino alle loro esigenze commerciali, il territorio che ci supporta chiede ritorni in termine di visitatori e d’immagine. Non andiamo con il cappello in mano a chiedere soldi. Io vado dagli sponsor a trattare da azienda ad azienda. Ecco, sfatiamo questi miti sempliciotti. I teatri sono imprese culturali, che richiedono figure professionali al passo con i tempi. Figure che non vogliamo e non possiamo perdere.
Sulla cultura sono state pronunciate in un passato anche molto recenti. Penso all’infelice uscita di Antonio Conte su nostri artisti che ci fanno divertire e quella più datata e famosa secondo la quale “ con la cultura non si mangia.”
Secondo uno studio dell’università cittadina ogni euro investito sul Festival Verdi delle ultime edizioni ha generato un ritorno economico di 2,5. Un record, del quale, mi permetta, sono molto orgogliosa, anche a livello personale. Abbiamo inserito Parma nel circuito dei grandi eventi operistici attraendo turisti melomani da tutto il mondo, con evidenti ricadute positive sulla città. Tuttavia non abbiamo voluto nemmeno escludere dall’evento una cittadinanza che fa dell’amore del melodramma un carattere distintivo. Ci siamo riusciti con una buona politica aziendale e con il rispetto della tradizione. In altre parole il mondo della cultura deve asciarsi indietro quella formula infelice e dire, orgogliosamente, che con l’arte e il pensiero si da’ lavoro a tante persone, ma che si regalano anche emozioni, colori, profumi, consapevolezze al mondo e alla comunità in cui si opera. Produrre bellezza non è un compito secondario, conservare la tradizione culturale e aprirsi al nuovo rende migliori le comunità. Noi vendiamo anche un prodotto immateriale che è fondamentale nella vita degli individui e dei paesi. E non dobbiamo più limitarci a spiegare che con la cultura si può anche mangiare. Il menu dell’arte dà molto più di un semplice nutrimento. A Parma la politica e la società civile hanno sposato questa idea, con buoni risultati, sotto ogni punto di vista.
Che futuro immagina per il Regio?
Più che d’immaginare si tratta di spostare i termini delle programmazioni, continuare a guardare al futuro tenendo conto di uno scenario disegnato da una pandemia che non si annuncia breve. Sposteremo la programmazione lirica dall’inverno alla primavera e cercheremo anche di elaborare, nella situazione data, le linee del prossimo Festival Verdi, che non certo possiamo immaginare più con i fasti dell’edizione del 2019, ma nemmeno con le restrizioni di quest’anno. Non possiamo che pensare ai giorni che verranno, non possiamo che pensare al futuro. La cultura non può essere miope.

Il sito del Teatro Regio di Parma