Fausta Vetere della Nccp: “Napoli è tante musiche, ma il gusto è in decadenza”

Parla la storica voce femminile della Nuova Compagnia di Canto Popolare, premiata per il miglior album in dialetto dal Tenco: “Pino Daniele era un grande ma aveva perso l’immediatezza”

Fausta Vetere della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Foto Alberto Marchetti

Fausta Vetere della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Foto Alberto Marchetti

GdS 1 luglio 2020

di Marco Buttafuoco


L’uscita di ogni opera artistica è in evento irripetibile, segnato com’è dalle ansie, dalla speranza, dalla soddisfazione per il lavoro fatto. Napoli 1534. Tra Moresche e villanelle, l’ultimo cd della Nuova Compagnia di Canto Popolare fa, purtroppo, parziale eccezione a questa regola. Il disco, presentato in anteprima il 25 gennaio, ha avuto tutte le difficoltà di lancio tipiche dell’era Covid, ma la sua vicenda è stata contrassegnata, in particolare, dalla immediatamente successiva (26 marzo) morte di Corrado Sfogli, che del gruppo faceva parte dal 1976 e di cui fu direttore artistico.


Il cd da lui sognato e concepito, fin nelle immaginifiche e coltissime note di copertina, è diventato anche il suo lascito musicale. Con Fausta Vetere, storica voce femminile dell’ensemble, compagna di vita del chitarrista e studioso scomparso, avrei voluto parlare anche e soprattutto, della storia di un gruppo che ha conosciuto un successo mondiale e che ha segnato, in più di cinquant’anni di carriera, una svolta nella più che controversa vicenda del folk italiano. In questo senso l’intervista non è riuscita.
Dopo cinquant’anni e decine di dischi, di cambi di formazione, di abbandoni illustri e occasionali reunion, la voce della Vetere racconta ancora, con forza, la necessità della battaglia culturale che ispirò il gruppo tanti anni fa e che continua ad animarlo. D’altronde il disco ha vinto la targa Tenco 2020 per la migliore opera in dialetto (clicca qui per la notizia), a dimostrazione che, al di là del doveroso tributo a Sfogli, la loro musica incide ancora.

Sembra, ascoltando quest’opera, che abbiate voluto ancora di più accostarvi alle vostre origini, che siate tornati, alla formula che vi lanciò tanti anni fa: la ricerca su un materiale musicale napoletano dei secoli remoti. Come nasce questo disco?
Corrado aveva ricevuto molti manoscritti e codici da tutta Europa, contenenti la testimonianza dell’esistenza di questi pezzi. I codici indicano solo le linee melodiche del canto e del basso. A noi pareva un peccato non ridar vita a questi gioielli musicali e ridar loro vita non è un’operazione meramente filologica. Si tratta di dar loro una veste armonica non indicata nei codici, di scegliere strumenti che sostituiscano quelli previsti, se indicati, nei vecchi documenti (la chitarra non era ancora in uso nel XVI secolo), di reinterpretarli secondo la mia vocalità (e il mio vissuto) e quella di Gianni Lamagna, l’altro cantante. L’arte non tratta codici morti, dà vita. Una pagina popolare arrangiata dal grande Roberto De Simone, o da Corrado Sfogli, è tanto un’opera di quest’ultimo quanto una musica antica. Corrado ha anche scritto un testo per questo disco, tutto in napoletano, in cui assume l’identità del Principe Ferrante di Sanseverino, inquieto intellettuale del ‘500, appassionato di esoterismo e di magia che gira per la città alla scoperta dei nuovi suoni musicali, che arrivano dal popolo ma catturano immediatamente anche i palazzi. Fu un secolo importante per Napoli (ma non solo), un secolo di grandi aperture, di svolte. Corrado avrebbe voluto vivere nella Napoli di quell’era.
La domanda le sembrerà banale. Esiste una napoletanità musicale e, se sì, in cosa consiste, in cosa affonda le radici?
Napoli à una città sonora dove tutto sembra avere un ritmo. Il napoletano è un linguaggio melodico che ancora mi sorprende. Ogni tanto mi fermo ad ascoltare i dialoghi fra le persone e la musicalità che ne promana. Noi cantiamo sempre, in qualche maniera, come i brasiliani, perché la nostra lingua è musicale e stratificata. Abbiamo un ritmo musicale anche nella conversazione quotidiana, come gli afroamericani di cui scrisse Amiri Baraka. Sa che all’inizio il nucleo della Nccp (Eugenio Bennato, Giovanni Mauriello e Carlo d’Angiò), cantava anche dei blues e dei gospel? Io ricordo ancora Giovanni, che non spiccicava una parola d’inglese, interpretare Nobody Knows The Troubles I’ve Seen con la sua voce tutta napoletana, una voce in cui senti i melismi della tradizione araba, ma anche, nelle tammuriate, la ritmicità africana. Io prima di cominciare a lavorare con loro cantavo villanelle colte e un repertorio francese. Napoli, come Rio de Janeiro e New Orleans, è tante cose musicali, tutte assieme. Napoli è questo, Domenico Cimarosa e Giovanni Paisiello che ascoltano la musica di strada e la riportano nelle loro opere, i cantanti popolari che ascoltano i tenori lirici e li imitano. Ecco noi abbiamo cercato di sintetizzare, nella nostra proposta, prima con De Simone e poi in autonomia, tutto questo: le invocazioni al sole delle lavandaie, i canti religiosi e contadini, la canzone d’autore, le danze sfrenate e tanto altro. All’estero, però, ci hanno spesso colto come musicisti d’opera, soprattutto grazie a lavori, come “La Gatta Cenerentola”.
Non teme che il decadimento della musica di massa sia irreversibile? A parte i cosiddetti neomelodici e altri fenomeni musicali di successo, non crede che si stia andando incontro a un decadimento generale del gusto?
Purtroppo sì. Non voglio nemmeno soffermarmi su quei fenomeni di canzone napoletana di cui lei parla. Oramai c’è solo Massimo Ranieri a esprimere una musicalità legata alla vera tradizione napoletana, anche se con un approccio diverso dal nostro. Degli altri, ripeto, non voglio nemmeno parlare. Ma la decadenza non è solo a livello di canzone popolare. La musica che si ascolta durante le Messe è noiosissima. Hanno rinunciato alla musica colta, al gregoriano, in cambio di una musica brutta, fintamente popolare. Eppure la tradizione napoletana è piena di bellissime preghiere cantate, penso a Madonna della Grazia, che fu uno dei nostri hit negli anni settanta; cantata su un tempo non troppo veloce è una preghiera accorata, dolcissima a Maria. Penso al Rosario procidano che cantava Concetta Barra, purtroppo mai inciso e forse perduto con lei (anche il figlio Beppe, non sa dove cercarlo). Musiche semplici e coinvolgenti, immediate. Noi abbiamo sempre creduto, e crediamo, nella semplicità. La bellezza della musica non è nella complicazione armonica. Ho sempre rimproverato a Pino Daniele, amico carissimo, di aver perso la semplicità e l’immediatezza elle sue prime composizioni, per perdersi in costruzioni armoniche elaborate e valide, ma che non davano le emozioni forte di un brano come Bella Mbriana. Fu sempre un grande musicista, ma negli ultimi tempi commuoveva di meno
Che futuro ha il folk?
Innanzitutto è difficile fare ricerca sul campo. Il mondo si sta omologando e tutti diventano uguali a tutti e tutti hanno il cellulare in mano. Non ci sono più contadini o pescatori, o una qualsiasi altra figura con una sua cultura specifica. È così, inutile non prenderne atto, Tuttavia ci sono molti artisti che lavorano seriamente al mantenimento della musica dei popoli. Ho più fiducia in loro che non in certe mode, oggi imperanti, come quelle della taranta. Tutti nelle feste popolari al sud suonano pizziche o tammuriate, è la tendenza di questi anni, ma in questo non vedo, almeno per ora, un lavoro di evoluzione musicale, di rilettura innovativa, originale.

Nuova Compagnia di Canto Popolare, “Napoli 1534. Tra moresche e villanelle”, Squilibri 2020. Musicisti: Fausta Vetere, Carmine Bruno, Gianni Lamagna, Corrado Sfogli, Michele Signore, Marino Sorrentino, Pasquale Zicardi.