Quando tutto è spettacolo, Reagan e Trump saccheggiano il rock

Il caso dei Rolling Stones contro il presidente Usa ha dei precedenti: nasce dalla politica spettacolarizzata dove ogni legame con la realtà è reciso

I Rolling Stones. Foto Wikipedia

I Rolling Stones. Foto Wikipedia

GdS 29 giugno 2020
di Giuseppe Costigliola

È nuovamente accaduto, e a Mick Jagger e Keith Richards pare sia saltata la mosca al naso: “Basta usare la nostra musica!”, si sono lamentati, minacciando di fare causa al presidente americano, Donald Trump, che per la sua campagna elettorale continua ad usare i pezzi dei Rolling Stones, com’è di nuovo accaduto una settimana fa, durante un comizio a Tulsa, dove gli altoparlanti hanno mandato le note di “You Can’t Always Get What You Want” (clicca qui per la notizia).

Trump non è nuovo a queste appropriazioni indebite: gli Stones avevano già protestato durante la campagna elettorale del 2016 per l’utilizzo non autorizzato delle loro canzoni come colonna sonora di un evento politico, e durante la festa per l’insediamento Trump aveva fatto suonare anche “Heart of Stone”. Un episodio simile ha un illustre precedente, nel 1984, quando Ronald Reagan usò e travisò “Born in the USA”, facendo incavolare non poco il buon Bruce Springsteen, che non era certo un suo elettore.
Dunque, quello di Trump non è il primo – e non sarà l’ultimo – caso di impudente appropriazione indebita dell’altrui lavoro artistico. Lui però può vantare il non invidiabile record di musicisti che si sono rifiutati di ripulire con la loro arte la sua sporca politica, e deve sentirsi un po’ frustrato, poverino.



Il fatto è che la musica è sempre stata fortemente legata alla politica, vista la sua straordinaria capacità di veicolare sentimenti ed emozioni, di entrare nell’anima senza mediazioni. In ogni tempo, quei furboni dei politici e dei loro entourage hanno sfruttano queste qualità per i propri fini.
Tanto per fare un paio di esempi, in Italia Pietro Mascagni, in uniforme fascista, diresse Va’ Pensiero alla presenza di Mussolini. In Germania, il grande direttore d’orchestra Wilhem Fürtwängler festeggiò il compleanno di Hitler dirigendo la Nona sinfonia di Beethoven: un po’ come un pezzo dei Rolling Stones ad un raduno di Trump, solo che in quei casi gli artisti si prestarono più o meno volontariamente a mettere la loro arte al servizio del potente di turno.

Negli Stati Uniti, poi, la musica come forma di protesta ha una lunga tradizione. Nei campi di cotone gli schiavi intonavano i loro canti che parlavano di libertà. Nella seconda metà del Novecento il tema dei diritti civili, la lotta al razzismo e l’agguerrito dissenso contro la guerra del Vietnam trovarono straordinaria risonanza attraverso una lunga schiera di songwriter, tra cui gli immortali Joan Baez e Bob Dylan. Conosciamo tutti il potente messaggio libertario che emana dalla musica rock, e il jazz è sempre stato veicolo di affermazione identitaria, quindi di libertà, per gli afroamericani, mentre in epoche più vicine a noi il punk e l’hip-hop hanno trasmesso incisivi messaggi politici libertari.

Ora, a lume di buon senso, il fatto che Trump saccheggi per i suoi scopi i Rolling Stones è cosa paradossale: la musica, i loro testi libertari, l’immaginario che hanno costruito negli anni sono quanto più lontano dalle politiche reazionarie, fasciste e razziste di cui Trump è portatore. Ma il buon senso oggi non dimora più nell’umano.
Eh, già, perché nell’ultimo cinquantennio le cose sono radicalmente mutate. Nella società iperliberista fondata sui consumi, sull’immagine e sull’effimero (società “liquida”, “ipertecnologica”, “postmodernista”: chiamatela come vi pare), i legami di senso, la consequenzialità tra parola e fatto hanno perso vigore. Nel caso della politica, come sanno bene gli speechwriters e i campaign managers che costruiscono l’immagine “vincente” del candidato, quel che conta è creare una mitologia da propinare agli elettori. Ecco dunque, negli Stati Uniti, che le campagne elettorali itineranti si trasformano in giganteschi set cinematografici, in baracconi circensi dove il quotidiano e la verità non trovano alloggio. In questa grande fucina hollywoodiana di narrazioni posticce, del tutto slegate dalla vita reale, un pezzo dei Rolling Stones trova bene il suo posto, per la forza evocativa e liberatoria che emana, recepita anche a livello inconscio da chi ascolta. Nel tritatutto della politica spettacolarizzata, nella scervellata globalizzazione di riti, forme, in-culture, nelle carnevalate dei buffoni e delle loro corti che si contendono il potere, c’è spazio per tutto ciò che tira acqua al loro mulino, indipendentemente dal senso e dal buon senso: ogni legame con la realtà è reciso.

In una quartina, il testo di “You Can’t Always Get What You Want” recita così:
“L’ho vista oggi al ricevimento / Nel suo bicchiere c’era un uomo sanguinante / Era abile nell’arte dell’inganno / Basta vedere le sue mani sporche di sangue”.
Ecco, basterebbe tornare a usare un po’ di buon senso, a legare le parole ai fatti: allora, ironicamente, questa canzone sembrerebbe parlare proprio di Trump, degli individui come lui. E il verso seguente, il ritornello: “Non puoi sempre avere ciò che vuoi”.
Capito, caro Donald?