Tosca canta Mameli per l’Anpi: «Un inno per un altro 25 aprile dopo il Covid19»

La cantante interpreta il “Canto degli italiani” nella piazza virtuale dei partigiani e per la Croce Rossa: «Dobbiamo ritrovare le energie dei nostri nonni di 75 anni fa e realizzare un cambiamento civile»

Tosca. Foto: Marco Rossi

Tosca. Foto: Marco Rossi

GdS 25 aprile 2020
di Marco Buttafuoco

La piazza virtuale dell’Anpi (con l’adesione di Croce Rossa e Caritas) si aprirà oggi, sui profili social dell’associazione, alle 14,30 con l’esecuzione dell’inno nazionale (clicca qui per il sito web). Anzi, per essere più esatti, con il Canto degli Italiani, secondo il titolo con cui era conosciuto, fra i militanti del Risorgimento, fino a diventare inno, dapprima provvisorio, poi, di diritto, con una legge del 2017, della Repubblica Italiana. Una storia strana quella di questo canto, osteggiato dai conservatori perché troppo radicale e tendenzialmente repubblicano, dalla sinistra socialista e anarchica, perché espressione di una visione del mondo troppo nazionalista, messo in ombra dal fascismo perché non legato al Regime. A eseguirlo oggi non sarà un coro, come di solito, o una banda, ma una cantante solista, Tosca, che ne dà una versione molto particolare, intimista, quasi da ballata folk, accompagnata da una chitarra (Massimo De Lorenzi) e da un violoncello (Giovanna Famulari).

“Ripropongo, anche per la manifestazione dell’Anpi, questa mia rilettura particolare, che toglie alla musica ogni traccia di marzialità - dice la cantante -. L’ho pensata così, per una campagna d’appoggio alla Croce Rossa Italiana, per una sottoscrizione volta ad acquistare camici e altro materiale sanitario. Ecco io credo che in questo momento stiamo affrontando, come settantacinque anni fa un nemico mostruoso e distruttivo. Come allora è necessario ritrovare unità d’intenti e compattezza. Cosa c’è di meglio che ritrovarsi nei versi, forse anche ingenui, di Goffredo Mameli, un ardente, coraggioso, ragazzino di ventun anni che amava tanto il suo paese e la libertà, fino a morire combattendo per la loro causa? Ecco, trovo in quell’inno un appello toccante alla coesione, alla ricerca di uno scopo comune, a quello che di essenziale c’è nella nostra vita, ai sentimenti forti, al senso del dovere. Credo, o spero, che tutti, in queste lunghe settimane di quarantena, di isolamento, abbiano avuto modo di ripensare alle proprie vicende, alle tante concatenazioni che ci hanno portato a essere quelli che siamo. D’altronde mai nelle nostre vite c’era stato un evento tanto forte e tanto distruttivo quanto questa epidemia, e questo ci distrugge. Noi non abbiamo visto la guerra. Per questo dobbiamo ritrovare le energie che i nostri nonni trovarono settantacinque anni fa, la consapevolezza che si è chiusa una fase e che dovremo molto lavorare e molto soffrire per recuperare la nostra normalità”.



C’è qualcosa, nella sua storia familiare che la lega a questa silenziosa epopea delle nostre famiglie?
C’è, nella nostra memoria il ricordo terribile dell’ Influenza spagnola. La mia famiglia materna era allora emigrata a Filadelfia e la mia bisnonna morì proprio di quel morbo, ancora giovane, perché allora erano i giovani a essere colpiti. Gli italiani, laggiù, erano allora i poveri e gli untori. La gente moriva, negli USA, per la strada. La mia bisnonna fece della sua casa una specie di ricovero per italiani in difficoltà ed è rimasto nella nostra storia, anche se, sfocato il ricordo di quegli anni terribili. Poi la famiglia tornò in Italia e mia nonna subì un vero choc, lei parlava soltanto l’italiano di “Broccolino” e fece fatica, per qualche mese, a integrarsi. Ecco in questi giorni riaffiorano, nella mia mente, queste memorie, quegli anni feroci dopo i quali tutti dicevano che niente sarebbe stato più come prima.
In tutta franchezza, lei è proprio convinta che usciremo migliorati da questi giorni?
Sinceramente no. Ci sarà un certo numero di persone che si sforzeranno di capire la lezione, durissima, della pandemia e che lavoreranno per una vita migliore. Saranno una minoranza, temo. I più rincorreranno ancora i sogni di una vita basata sul consumo, sull’avere di più, sul non rinunciare ad alcunché, sul piegare l’ambiente e la natura ai propri desideri. Queste lunghe settimane avrebbero dovuto farci pensare alla debolezza della nostra condizione umana, alla nostra fragilità, a quanto abbiamo bisogno degli altri per andare avanti. Invece già tornano i fautori del complotto, quelli per cui la colpa è sempre degli altri. Quelli che sanno tutto e che non devono studiare e lavorare per saperlo. Quelli per cui la vita sono i propri interessi e i fatti propri e la conversazione è grido. Vengo, per parte di padre, da una famiglia comunista. Mio padre mi portava ai comizi di Berlinguer, quando ero bambina, ed io mi chiedevo sempre quando quell’uomo che raccoglieva tanta folla sotto il suo palco non si mettesse a cantare; lo vedevo come una specie di rockstar. Ricordo anche certi pranzi di famiglia dove mio padre cominciava a discutere con il fratello di mia mamma, uomo di destra. Discussioni accese che si concludevano quasi sempre con qualcuno che si alzava da tavola prima del tempo, ma erano discussioni basate su una logica, su una visione del mondo e, alla fine, con il rispetto reciproco. Ecco, questa destra di oggi, urlante e complottista la sopporto ben poco. E‘comunque la parte peggiore d’una politica che ha perso in generale il contatto con la realtà e con i sogni. Non è un pessimismo di maniera il mio, anche perché vedo intorno a me molte persone, giovani in particolare, che hanno voglia di studiare e lavorare per il futuro. Tosca ha fondato l’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, scuola di alta formazione per giovani artisti). In ogni caso queste settimane di sofferenza saranno uno spartiacque, come lo furono gli anni della resistenza. Chi ha una visione del futuro diversa da quella imperante fino a due mesi, fa dovrà trarre le conseguenze e lavorare, alla ricostruzione. Perché di questo si tratta: ricostruire.
Come vede la sua vita professionale, alla luce dei disastri provocati dalla pandemia?
Ho annullato un tour e l’uscita del mio nuovo disco Morabeza (o meglio della riedizione, effettuata in febbraio, cui è stato aggiunta Ho amato di tutto presentata all’ultimo Festival di Sanremo) ha coinciso con l’inizio della quarantena. Ma in questo momento non ci voglio pensare. L’unico successo a cui tengo è ora il Canto degli Italiani, per aiutare la Croce Rossa. Quando tornerà la normalità inciderò le versioni spagnola e portoghese del mio pezzo di Sanremo. Io voglio tornare a cantare fra il pubblico. Ho scelto questo mestiere perché penso di avere emozioni da regalare, quindi m’interessano poco le piattaforme digitale e la musica liquida. Però la mia vicenda non è, e non voglio che sia, solo personale. Ci sono migliaia di addetti al mondo della cultura e dello spettacolo che rischiano di veder vanificati anni di studio e di esperienze, di perdere il loro lavoro. E non parlo solo degli artisti, ma anche di tecnici, di tutti quelli che mandano avanti un mondo che in Italia è considerato al più come secondario. Senza capire che l’arte e la creatività sono una parte essenziale della vita (anche economica) di una società realmente civile, non un giochino per iniziati, non andremo lontano. Questa sarà una delle linee spartiacque di cui parlavo prima. Qui c’è una linea di resistenza, per la quale dobbiamo sognare e realizzare un altro 25 aprile, un cambiamento vero.