Beatles, l’utopia e la follia della casa discografica Zapple

Nel 1968 i Fab Four fondarono un’etichetta alternativa alla Apple e sperimentale. Un libro raccoglie i loro diari, aneddoti le foto su un’avventura davvero anni ‘60

I Beatles

I Beatles

GdS 13 novembre 2019
Rock Reynolds

Qualcuno li chiama ancora “favolosi anni Sessanta”, una definizione che ho sempre detestato. Eppure, qualcosa di vero in questa formula c’è: per qualche anno, la sensazione che tutto fosse possibile aleggiò nella società trasversale dei giovani del pianeta. Forse perché nulla fu mai più come prima oppure perché, dalla metà alla fine del decennio, una generazione di giovani pronti a caricarsi il mondo sulle spalle pensò realmente di poter plasmare una società diversa, universale, a misura d’uomo, capace di andare al di là dell’interesse personale. Oppure, semplicemente, perché quelli furono anni che, per una serie di motivi, partorirono uomini straordinari e idee fresche e in qualche modo rivoluzionarie.
E la musica dove la mettiamo? Fu quello il vero catalizzatore dello spirito comunitario che permeava molti aspetti del vivere quotidiano. Un paradosso, in qualche modo, perché a crearla furono alcune delle personalità più spiccate e individualiste della storia recente.
Ecco, dunque, che Beatles. The Zapple Diaries (Jaca Book, traduzione di Cristiano Screm, pagg 272, euro 30), può essere un testo illuminante per capire meglio l’unicità di quel periodo storico e la lungimiranza suoi loro esponenti di punta, soprattutto grazie a una prosa cristallina e mai autocompiaciuta e a materiale fotografico di sicura presa.

Così nacque Zapple, l’etichetta sussidiaria della Apple
I Beatles avevano personalità da vendere, al punto che i primi a dar credito a quei quattro ragazzini provinciali quasi imberbi capirono quasi subito la loro capacità di bucare lo schermo, di risultare simpatici ancor prima che belli e bravi. Solo che, all’apice del loro incredibile percorso creativo, re Mida un po’ annoiati e assuefatti all’eccellenza, orbi del loro mentore-amico-manager-scopritore-badante Brian Epstein, scomparso prematuramente, l’appeal della triade soldi-fama-successo si spense. Forse perché più famosi e ricchi di così forse non sarebbero potuti essere e perché persino il successo rischia di venire a noia. Così, in un momento particolare, quello del vertice creativo – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band era uscito da poco – e di una precoce maturità – non va dimenticato che, nel 1967, George Harrison, il più giovane di quattro, aveva solo 24 anni – i quattro ragazzi di Liverpool si inventarono qualcosa di nuovo.
E così l’11 agosto del 1968 nacque Zapple, una sussidiaria della loro etichetta discografica, Apple, partorita con l’intenzione di esercitare un controllo artistico superiore sul loro materiale e, perché no, di guadagnare qualche ghinea in più. Per questo, Paul pensò di affidare il progetto a un amico, Barry Miles, conosciuto alla Indica Books and Gallery, grazie a cui acquistò diversi quadri di autori di primo piano che si sarebbero rivelati investimenti azzeccati. Barry Miles era pure un conoscitore della controcultura e aveva intrecciato rapporti stretti con grandi poeti beat.
Il nome per la nuova etichetta fu John a trovarlo. “A come Apple, Z come Zapple.” Frank Zappa, come insinuò qualcuno, non c’entrava nulla, anche se l’eccentrico musicista di Los Angeles si stizzì un po’ nello scoprire che diversi degli autori – tra cui Lenny Bruce – presi in considerazione dalla Zapple erano pure nel mirino delle produzioni che lui stesso aveva in mente. Il manifesto della Zapple, formulato da Derek Taylor, che dei Beatles era il sapiente addetto stampa, era semplice e ambizioso: “Vogliamo pubblicare ogni sorta di suoni… Pubblicheremo praticamente di tutto, purché sia valido e di qualità”.
John dichiarò: “Vogliamo dar vita a un sistema per cui la gente che vuole fare un film… non sia costretta a entrare in ginocchio nell’ufficio di qualcuno.” Paul gli fece eco: “Vogliamo… dare una mano alla gente… Se qualcuno verrà da me dicendo ‘Ho questo sogno’, io gli dirò ‘Eccoti un tot di soldi. Vai e realizzalo’. Noi ci siamo già comprati tutti i nostri sogni, perciò ora vogliamo condividere questa possibilità con gli altri”.

Paul, John, George e Ringo: come vivevano la Zapple
Paul, mecenate paziente, quando Barry Miles era in difficoltà economiche e non in grado di sovvenzionare i suoi progetti artistici, rappresentava un porto sicuro, un finanziatore attento e generoso, per quanto fosse fresco reduce dalla fine della sua lunga storia d’amore con l’attrice Jane Asher e non sapesse cosa fare esattamente della sua nuova condizione di scapolo d’oro. John, nel mezzo di una inedita dipendenza dall’eroina insieme alla nuova compagna Yoko Ono, non cercava altro che nuove piattaforme di lancio per gli esperimenti artistici di coppia e opportunità per convincere il mondo ad accettare la donna della sua vita. George, a cui non sarebbe potuto fregare di meno della Zapple e di ogni esperimento modernista, era alle prese con la passione per le filosofie orientali. Quanto a Ringo, il solito pacifico Ringo, l’unica cosa che davvero per lui contasse era che tutti si volessero bene, che non lo scocciassero troppo con idee fuori dalla sua portata intellettuale e che non gli chiedessero di prendere decisioni su faccende a cui non intendeva prestare la minima attenzione.

Dall’utopia al castello magico che crolla
Le intenzioni di Zapple erano ambiziose e un po’ ingenue, uno specchio credibile del periodo. Miles non era certo un millantatore e avrebbe potuto davvero far incidere album di poesie e prosa a grandi intellettuali americani. Non a caso, si recò in America e registrò figure come Charles Olson, Allen Ginsberg, Charles Bukowski, Richard Brautigan e altri ancora. Ma la stessa Apple, di cui Zapple era solo la punta di diamante idealistica, era nata senza una distinta regia aziendale. Forse, proprio perché la filosofia che la permeava era la stessa utopia del decennio. Ben presto, all’affiorare delle prime crepe nel rapporto tra i Fab Four e, soprattutto, quando venne chiamato Allen Klein a mettere ordine nella loro confusa corte dei miracoli, il castello magico crollò.

Apple, una società anni Sessanta mossa dal senso di lealtà
Una delle prime soluzioni adottate da Klein fu, naturalmente, sfoltire lo sgangherato organigramma dell’etichetta, con licenziamenti durissimi da digerire, come quelli dei fedelissimi Peter Brown e Neil Aspinall, quasi Beatles aggiunti che erano stati al fianco dei quattro amici fin dagli esordi. “Klein non riusciva a credere che non fossero tutti quanti spinti dall’avidità… eppure era proprio così; la maggior parti di loro era mossa da un malriposto senso di lealtà… Apple era una tipica società degli anni Sessanta.”

Due album soltanto
Andò a finire che Zapple, prima di essere chiusa insieme a Apple, diede alle stampe solo due album di due Beatles accomunati dalla voglia di cazzeggiare: Unfinished Music No. 2: Life With The Lions di John Lennon & Yoko Ono ed Electronic Sound di George Harrison. Certamente, non due opere memorabili. Electronic Sound, in particolare, non è altro che la lunga registrazione degli esperimenti fatti da George con una nuova diavoleria elettronica, il Moog III, che gli erano stati ispirati da Bernie Krause, il primo dimostratore della rivoluzionaria tastiera. Pare che l’ispirazione, nel caso di George, fosse sfociata nel plagio e che, di fronte alle proteste nemmeno troppo velate di Krause stesso, George lo avesse apostrofato malamente, “seccato che qualcuno mettesse in discussione le sue azioni”. “Ti presenti qui neanche fossi Jimi Hendrix. Quando Ravi Shankar viene a casa mia, ha più rispetto… Ti devi fidare di me, sono un Beatle!”
Beatles. The Zapple Diaries è un’analisi lucidissima degli ultimi anni di quel decennio irripetibile ed è pure zeppo di aneddoti molto interessanti. Una lettura intrigante, un must per i beatlesiani e un testo consigliato per chi, comunque, voglia andare ancor più alle radici della rivoluzione culturale che fece della compassata Inghilterra un faro psichedelico mondiale.