Concerti “new wave”, birra e Tetris, benvenuti negli anni ’80

A Waregem nella periferia della periferia belga il “W Fest”: un raduno sorprendente su una cultura che non tramonta

Howard Jones al “W fest” di Waregem. Foto: Marzia Stevenson Maestri

Howard Jones al “W fest” di Waregem. Foto: Marzia Stevenson Maestri

GdS 20 agosto 2019
Alessandro Agostinelli

Quand’è che siamo diventati cattivi? Quando abbiamo smesso di battere il cinque e di parlare con gli sconosciuti? Per rispondere a queste domande sono venuto in Belgio. Non a Bruxelles, non in una città famosa, tipo Anversa o Bruges. No, ho scelto Waregem, un luogo che potremmo definire la periferia della periferia.

Qui, nella periferia della periferia, c’è uno spazio ulteriormente periferico, il Waregem Expo, una specie di piazzale molto largo con un grandissimo capannone industriale e il nulla intorno. Il piazzale è diventato un parcheggio, lo sterrato di pietre ferrose intorno al capannone (cioè il “nulla intorno”) è stato ricoperto da una sorta di moquette rossa e azzurra. Poi hanno creato un ingresso fighissimo con tornelli e tavoli dove esibire i biglietti e sopra una grande insegna con scritto, bianco su nero, “Welcome Home”. E lì dietro, se qualcuno temesse un incendio, c’è un camion dei pompieri, ma è uno di quelli in servizio negli anni Ottanta e non funziona più. Come dire: l’estetica è la cosa più importante.

New Wave e i figliol prodighi degli anni ‘80
Bada bene, caro giovane lettore che non hai mai visto un tizio in costume post-atomico, dietro l’insegna c’è una terrazza e lì sopra, a una decina di metri da terra, ci sono due dee-jay che spingono musica a più non posso sul piazzale d’ingresso. Sì, perché secondo me ci sono due modi per far smarrire le coordinate spazio-temporali, cioè dimostrare al partecipante che la realtà deve restare fuori dal villaggio: una è che costringi a bere un superalcolico o a fumare una canna chiunque entri, l’altra è che gli piazzi immediatamente tra i piedi una discoteca che pompa new-wave a tutto volume e almeno una trentina di cinquantenni scatenati, vestiti tutti rigorosamente di nero, qualche donna con le calze a rete, gli anfibi, degli hot-pants e una camicia con le trine al collo; qualche uomo con la gonna, le scarpe da cantiere nere e sopra uno spolverino di cerata. Le acconciature poi sono tutte fatte di capelli esplosi in varie direzioni, o di corna nere da diavoletti che svettano dalle teste rasate, o di parrucche viola e oro.
Già l’ingresso, appunto, dà il senso del villaggio, di un raduno più che di un festival. Se l’insegna recita “Welcome Home” e nient’altro vuol dire che il marchio è già stato promosso a sufficienza e adesso qui serve accogliere i figli prodighi degli anni Ottanta.
La cosa fantastica è che, in questo buco del culo del Belgio, in mezzo alle pietruzze ferrose e in sudditanza del grigio capannone industriale, appena entrato io mi sono davvero sentito subito a casa. Ho cominciato a ballare già all’ingresso, poi mi sono diretto verso i bar che versano birre belghe a fiumi, da quelle più commerciali a quelle più ricercate; ho cercato il palco secondario dietro al capannone, dove ho sentito qualche pezzo dei Tuxedomoon, suonato da Blaine L. Reininger, al quale dopo ho voluto assolutamente stringere la mano.

Da Nik Kershaw a Tony Hadley
Qui un gruppo di quaranta-cinquantenni organizza il W-Fest, che in apparenza, cioè vista la pubblicità dell’evento sui social, sembra una serie di concerti di gruppi degli anni Ottanta, ma che nella realtà è un villaggio vero e proprio che improvvisamente ha deciso, per cinque giorni, di riportare le lancette dell’orologio indietro nel tempo.
Ho visto suonare Nik Kershaw che all’epoca era soltanto un cantante pop e qui oggi sembra una figurina epica di un momento di gioventù, dove tutti ballano e cantano a squarciagola Wouldn’t it be good (fantastica canzone che dice: “non sarebbe bello diventare te, almeno per un giorno”) oppure si finisce il concerto tutti abbracciati cantando I won’t let the sun go down on me (cioè “non lascerò che il sole tramonti su di me”).
Ho visto il cantante degli Spandau Ballet, ormai imbolsito, aggiustare continuamente la giacca cercando di coprire la pancetta, ma con una voce ancora notevole, forse la voce più autentica di quegli anni, tra i gruppi pop. Tony Hadley era un bello ed era il frontman degli Spandau, che se la giocavano con i Duran Duran, ma musicalmente non c’era paragone: questi ultimi contavano su produttori e arrangiatori competenti, mentre i primi avevano un tizio di nome Gary Kemp che scriveva bellissime canzoni sia dal punto di vista melodico sia ritmico. Come le ballate rifatte qui da Hadley, Through the Barricades, True e i pezzi Gold e Only When You Leave.



Pac-Man e Tetris, altro che playstation
Dentro al capannone c’erano due palchi e in mezzo al gigantesco stanzone la regia e uno spazio disabili. Ai due lati due banconi lunghi più di 100 metri ciascuno, dove si serviva birra e bibite a una velocità da pit-stop della Formula Uno. Ma era l’ingresso del capannone che generava entusiasmo in chiunque, in questi cinque giorni, entrasse lì dentro per la prima volta. C’erano Pac-Man e il tetris di Arcade con i due palloni di plastica per le sfide, la caccia all’anatra, e Street Fighters. Ragazzi, che emozione! Altro che Playstation… Insomma un bel pezzo di superficie dell’ingresso tutto dedicata ai giochi elettronici di quegli anni. Sopra al bar di sinistra c’era una galleria per giornalisti e ospiti. In uno spazio adiacente al capannone un mercatino vintage e vinili dove poter comprare dischi, occhiali, cappelli, giacche di tweed e cappotti neri e ancora molto altro.
In una zona all’aperto si poteva mangiare vegano, bere un ottimo Illy Caffè, rilassarsi facendosi fare un massaggio a quattro mani, oppure decidendo di sedersi su comode poltrone da barbiere per farsi scolpire barba e capelli.

Blow Monkeys e altri piaceri più moderati
Il mio acme l’ho raggiunto con Dr. Robert, cioè The Blow Monkeys. E per quel che mi riguarda già solo quello è stata cosa buona e giusta per arrivare fin quassù al nord dell’Europa, dove d’agosto il sole tramonta molto tardi. Alle dieci di sera c’erano ancora i bagliori del giorno. Poi mi sono divertito moderatamente con Toyah, The Human League, Killing Joke e Siglo XX. Mi hanno appassionato, come in una vaga nostalgia di qualche giornata malinconica della mia gioventù, Echo and the Bunnymen con la loro musica sempre impeccabile, ma un po’ troppo monotona, pure se Killing Moon, cantata in questo anniversario dell’Apollo 11 risuonava di nuove suggestioni.
Sono rimasto impegnato in una sfida a Pac-Man che mi ha impedito (forse aiutato anche dalle birre ingurgitate) di vedere – pensa te – Jimmy Sommerville. Cioè, suonava là dietro e io cantavo i pezzi che andavano uno dietro l’altro sul palco, ma il “tell me why” delle mie richieste riguardava la sfida che stavo perdendo al giochino elettronico.
Sfido i più a ricordarsi un gruppo che era nel capannone del W-Fest, cioè i China Crisis, eppure due loro dischi sono ancora oggi di piacevolissimo ascolto. Mentre Flaunt the Imperfection è una delle perle del periodo, con le canzoni You Did Cut Me e Black Man Ray che hanno cantato anche qui a Waregem.

Strepitoso Howard Jones
Tuttavia tutto il mio amore è andato a un giovane 64enne di nome Howard Jones che ha fatto un set strepitoso. Sì, perché dovete sapere che i concerti duravano più o meno tutti lo stesso tempo, cioè quarantacinque minuti, per dare la possibilità di svolgere ogni giorno una quindicina di concerti. Insomma, Howard Jones ha fatto uno spettacolo pazzesco, cantando i suoi pezzi più famosi, come What is Love e Things Can Only Get Better. Aveva una presenza scenica incredibile, una gran voce e un timbro simile a quello di Sting e una tecnica pianistica ragguardevole. Il prossimo che mi parla, in maniera spregiativa, delle “tastierine degli anni Ottanta” lo mando all’inferno con la Thatcher e Reagan.
Altro elemento di grande rilievo sono stati i disegni delle luci per ogni set dei due palchi principali: veramente una magia di luci che si vede raramente nei grandi concerti.

L’italiano vuole dare il cinque, non fare il saluto romano
Uscito dopo il concerto di Jones mi sono fermato in piedi poco fuori dall’ingresso del capannone. Lì ho visto avanzare verso di me un tizio con una maglietta verde che ha alzato in un saluto la mano a palmo aperto. Ho pensato immediatamente all’Italia, ho pensato all’attualità e ho fatto uno sguardo di disapprovazione ritraendomi indietro. Ma il tipo insiste e inizia a spingere l’aria con la mano aperta. Solo allora capisco che il suo non è un saluto romano, ma vuole che gli dia il cinque. Ecco cosa capita se per un attimo torni alla realtà, se inavvertitamente sale alla memoria che siamo nel 2019 e che si è italiani… Questo viene fuori dalle macerie di un Paese incattivito. Mentre l’amico ficcato con tutti e due i piedi qui al W-Fest, negli anni Ottanta, voleva soltanto darmi il cinque. Poi mi si mette di fianco e mi dice: “dobbiamo sempre darci la mano, e parlare con gli sconosciuti, altrimenti come la facciamo la pace”.

E forse (insieme al sole di Kershaw che non vuole tramontare) è proprio questo il segno di questo ritrovo che per un puro caso si è organizzato a Waregem, Belgio, ma che sarebbe potuto essere nella cameretta di ognuno di noi che negli anni Ottanta abbiamo avuto il gran culo di crescere con musica degna di questo nome, artisti e scrittori impegnati per grandi ideali mondiali come dimostrarono i concerti contro l’apartheid in Sudafrica e il Live Aid, o anche i concerti per i minatori inglesi e gallesi e cause più circoscritte ma non meno importanti difese da personaggi come Paul Weller, Ian Mc Ewan, Billy Bragg e un giovane idealista di nome Tony Blair che qualche anno dopo interpretò male la gioia e l’ondata di bellezza della musica inglese del decennio più colorato del Novecento.