L'energia sia con voi: il nuovo album di Franco Micalizzi

Il maestro Franco Micalizzi ha pubblicato un nuovo disco, che reca nel titolo il progetto che lo sovrintende: “Calibro 70s”.

L'energia sia con voi: il nuovo album di Franco Micalizzi
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16 Luglio 2019 - 18.35


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di Giuseppe Costigliola 
Gli appassionati di musica di qualità non godono di una buona salute spirituale, in questi tempi grami. Vagano immusoniti, costretti a mendicare qualche brincello sonoro che l’industria discografica lancia loro con degnazione, indaffarata com’è a ingrassare legioni di fruitori starnazzanti come oche, sprovvisti d’un pur minimo senso critico.

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Ma ecco, in queste settimane è giunta per loro come manna del cibo sopraffino, dell’acqua fresca di fonte cui abbeverarsi: il maestro Franco Micalizzi ha pubblicato un nuovo disco, che reca nel titolo il progetto che lo sovrintende: “Calibro 70s”.

È un disco autoprodotto, contenente inediti scritti con lo spirito delle colonne sonore dei polizieschi che hanno reso celebre l’autore, accompagnati da brani classici, riarrangiati, un concentrato di energia da cui traspare in ogni nota l’entusiasmo e la gioia di vivere che anima il noto compositore, la sapienza artistica maturata negli anni. Vi riecheggiano temi consueti, armonie raffinate, il magistrale gioco sonoro degli ottoni, la ritmica trascinante. Particolarmente riuscito ci pare il brano d’apertura, che dà il titolo all’album, con un tema rapinoso condotto dai fiati esuberanti, sostenuto da una ritmica incalzante. Delizioso il funky spinto di “Fuoco”, e il tema di “Muscoli”, che si farà ricordare. Insomma, un prodotto di purissimo artigianato, curato nei dettagli, suonato da una big band composta da ottimi musicisti che il Maestro ha plasmato negli anni: l’ennesima conferma che la vena artistica di Micalizzi è ancora ben feconda. Gli appassionati e i cultori di musica di qualità potranno ascoltare questi brani dal vivo il 17 luglio, al Parco Schuster di Roma, dove alle 21 Franco Micalizzi si esibirà con la sua Big Bubbling Band, con un’ospite d’eccezione, la soprano giapponese Yasko Fujii.

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Come nasce l’idea di questo suo nuovo disco,“Calibro 70s”?

Be’, negli ultimi anni ho un po’ trascurato gli ammiratori delle colonne sonore che scrissi per i film polizieschi, che ebbero un grande successo. Ho realizzato altri progetti, e adesso ho pensato che fosse venuto il momento di soddisfare le richieste di questi miei fan che da tempo mi chiedevano un cd interamente dedicato al genere musicale che mi ha dato tante soddisfazioni. È un disco di inediti, scritti con lo spirito del poliziesco, accompagnati da alcuni classici, riarrangiati. Sono pezzi movimentati, visionari. Mi piacerebbe trovare un coreografo, per allestire uno spettacolo multimediale, che col balletto metta in scena la visionarietà di questa musica.

Lei è stato tra i protagonisti di un movimento artistico che per anni è stato un autentico marchio di fabbrica italiano, in grado di affermarsi ovunque nel mondo: quello delle colonne sonore da film. Che ne è oggi di questo “movimento”? 

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Quel movimento è morto. È una caduta culturale, rovinosa, che rispecchia quella di tutto il Paese. Oggi più che scrivere delle colonne sonore si fa una sonorizzazione, ci si limita a inserire dei brani di genere. Nessuno ha più il coraggio di scrivere un tema, che contenga tutto il film, che dia l’imprinting del film. Il problema è che in pochi sanno fare questo mestiere, quelli che oggi musicano i film non hanno alcuna esperienza, alcuna formazione. E non si peritano nemmeno di andare a studiare i film del passato, per carpirne i segreti. C’è comunque da dire che non c’è più possibilità di formazione. Io ho cominciato alla RCA, agli inizi degli anni Sessanta, cominciai come assistente musicale. Lì entravi in contatto con i più grandi musicisti, Rota, Trovajoli, Rustichelli, Morricone, che era agli esordi, gente di quel calibro. Era una sorta di università d’eccellenza, c’erano i tecnici del suono più preparati, i cantanti, i registi, imparavi come lavoravano, come si muovevano, quello che volevano, era una straordinaria scuola, anche di vita, vedevi e toccavi con mano tutti i momenti, da quello creativo a quello realizzativo, si stampavano persino i dischi. Oggi quegli studi sono abbandonati, non siamo stati nemmeno in grado di recuperarli per farne un museo. Una vergogna.

Quando compone musica da film per lei è più importante l’aspetto pragmatico, professionale, volto a scrivere un tema di successo, o l’aspetto puramente artistico, estetico? 

Diciamo che questo è un lavoro che bisogna fare cercando di avere successo, cioè di piacere. Ti pagano per fare una certa cosa, che abbia un certo rilievo, se no non ti chiamano più. La nostra carriera è fatta anche di questo. Si può avere successo con della robetta facile, ma c’è anche chi ha successo con prodotti più consistenti, composizioni caratterizzate da una maggiore musicalità, da una maggiore ricerca: ecco, io cerco di stare da questa parte. L’importante è essere puliti. Per esempio, “L’ultima neve di primavera”, un pezzo molto diverso dal mio genere, lo scrissi per un film strappalacrime, ma sono felice di aver scritto quel tema, è stata una sorta di autorivelazione. Ancora oggi suscita delle emozioni in chi lo ascolta, quindi mi pare una cosa riuscita. Non volevo essere stucchevole, volevo scrivere una cosa classica che desse emozioni, che si fondesse col racconto e ne comunicasse la grande carica di emotiva.

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Quanto influiscono su di lei le mode, le modalità di composizione che si succedono nei decenni? 

Consciamente, detesto le mode. Ma in quanto artisti siamo aperti a ogni influenza. Persino le mode più semplici, tipo la rumba, il cha cha cha, possono in qualche modo influenzarti. Ma sono i movimenti, che riguardano la musica un po’ più alta, il jazz e le sue tante derivazioni, che ti lasciano qualcosa dentro, che in qualche modo fai tuo. Io comunque cerco sempre di innovare me stesso, giocare e sperimentare con i generi. Negli ultimi dieci anni ho cercato di innovare il più possibile, soprattutto armonicamente, di fare delle cose che non ti aspetti nel modo di scrivere la musica. Così man mano ho scoperto determinati modi di esprimermi, mentre prima forse ero più pigro, rimanevo più nei canoni definiti. È chiaro che così non andrò a vendere milioni di dischi, ma ormai, onestamente, non me ne frega più niente. In questo momento della mia vita mi interessa realizzare le cose che mi urge fare. Poi, ai posteri l’ardua sentenza.

Qual è lo stato della musica oggi? La musica in qualche modo è cambiata con il mutare dei tempi?

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È in uno stato miserando. C’è una grande carenza di creatività, nessuno ha più idee, nessuno ha più il coraggio di innovare, di uscire dai solchi tracciati. La musica, certo, cambia continuamente. Ma in fondo cambiano i vestiti, le forme esterne, non la sostanza. La beguine, per dire, si ripete in modi diversi, le hanno cambiato il nome, ma rimane beguine. Tutto sembra cambiare, ma la sostanza più intima rimane la stessa. Il problema è che è crollata la qualità delle composizioni. È un po’ lo specchio del paese. Il pubblico non è più esigente, è scomparso il senso critico, e passa di tutto, propinano alla gente le cose più becere. Oggi non ci si sforza nemmeno più di mettere un disco, fai un clic sul telefonino e parte il pezzo. È tutto molto facile, a buon mercato.

A proposito di cambiamenti, si riconosce in questa Italia? Quali sono le maggiori differenze con il Paese che ha conosciuto in questi lunghi anni?

Oggi viviamo tutti in una bolla di suggestione, creata dal grande capitale. E intanto i miliardari, quelli veri, con capitali immensi, proliferano. I predoni, li chiamo. Ci hanno depredato anche dell’anima, riconducendo tutto a soldi, a moneta, a guadagno. Ormai non si parla mai dell’uomo, della vita, di cos’è la cultura di un popolo. E la politica si è asservita, fatta com’è di gente che ha studiato poco e male, insensibile alla formazione personale e alla conoscenza, gente di scarso comprendonio, che ignora la cultura, non sa nulla di economia, di convivenza sociale, gente priva di idee e di progetti, incapace di intervenire. Siamo in mano a chi non sa di non sapere, che è la cosa peggiore. Non esistono più i cosiddetti politici illuminati, si è spenta la luce. E non esistono più neanche cittadini illuminati, consapevoli, volenterosi. Questa situazione mi duole, nel profondo.

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Viste le tante esperienze, le tante situazioni vissute, le tante persone di rilievo incontrate nella sua vita, ritiene di aver raggiunto una certa saggezza? E se sì, in cosa consiste? 

Non so se sia saggezza, ma ho la sensazione che la mia sensibilità si sia acuita, mi sembra di avere una maggiore capacità di vedere davvero le cose. Ho sviluppato un grande amore per gli animali, i fiori, la natura: ne provo un amore sconfinato, mi colpiscono in modo frastornante. Prima non era così. Sarà la vecchiaia, che ti rende più rincoglionito. Bè, vado avanti. Significa che sono ancora vivo. E poi è aumentato l’entusiasmo, la voglia di fare. Vorrei fare tante cose, tutte quelle che non sono riuscito a fare nella vita, sempre preso com’ero dalla musica, dal mio mestiere. E mi rammarico, perché non c’è tempo.

Poi, ho un grande desiderio: fare del bene, rendermi utile, fare qualcosa per gli altri. È come se davanti mi si fosse aperta una porta, con dietro tanta luce, una luce che m’inonda. Ho deciso di fare del volontariato. Vedo troppa gente che soffre, che sta male, e mi sento una nullità. Adesso ho bisogno di questo, magari lo faccio per me, per vedere ancora meglio le proporzioni vere delle cose della vita. Farò quest’esperienza, anche se mi hanno detto che è durissima. Ma sono certo che non porterò a casa dei brutti ricordi. E che mi sentirò un filino meglio.

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Grazie, Maestro. Se non è saggezza questa…

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