Shapiro e Vandelli in concerto, quando il Beat si spoglia della nostalgia

Le canzoni del passato di Equipe 84, Rokes, oltre a Mogol-Battisti, Beatles, Gaber: vi raccontiamo una delle ultime tappe della tournée «Love & Peace»

Shel Shapiro e Maurizio Vandelli. Foto Giordano Casiraghi

Shel Shapiro e Maurizio Vandelli. Foto Giordano Casiraghi

GdS 2 febbraio 2019
Giordano Casiraghi
Si è concluso il tour invernale che ha visto insieme i rivali di sempre del beat italiano: Maurizio Vandelli e Shel Shapiro hanno messo in fila una bella serie di concerti iniziati a Firenze ai primi di dicembre con tappa finale a Schio in provincia di Vicenza il 1° febbraio. Noi abbiamo visto la tappa milanese il 29 gennaio, in un Teatro Ciak pieno. Duemila persone distribuite su una lunga platea dove spiccavano le teste bianche e grigie del pubblico maschile e quelle bionde del pubblico femminile. Insomma un pubblico che nella media si concentrava tra i sessanta e i settanta.

Le immagini di «Apocalypse Now»

Quasi puntuali i due artisti arrivano sul palco, non prima di aver lasciato spazio a un’intro strumentale con lo scorrere delle immagini a grande schermo in stile «Apocalypse Now». La scaletta del concerto è lunga e promette varie divagazioni, senza interruzione si va avanti per due ore e mezza, forse troppe: qualche asciugatura poteva essere effettuata. Anche le canzoni firmate Mogol-Battisti sono sembrate troppe. Shel si presenta con una fiammante chitarra freccia, Maurizio con una Telecaster, entrambe rosse. «Love & Peace» è il titolo dello spettacolo che ricalca l’album pubblicato lo scorso anno.
Nelle canzoni selezionate, per lo più del periodo Rokes e Equipe 84, i due si scambiano i ruoli lasciando l’attacco delle propri canzoni all’altro. Così Che colpa abbiamo noi spetta a Vandelli, mentre Tutta mia la città incontra la voce di Shapiro. Canzoni che hanno accompagnato un lungo periodo della musica italiana, iniziato nei primi dei Sessanta con l’avvento dei complessi Beat. Un periodo d’oro per la discografia mondiale. E proprio il 15 febbraio 1965 i due «rivali» si incontrarono nei camerini del Piper, il locale di Roma più famoso.

Shapiro istrione, Vandelli con la voce di sempre
«Andai nel suo camerino - ha ricordato Vandelli - e gli proposi di unirci per una canzone finale da suonare insieme. Lui, senza guardarmi, mi rispose che nessuno gli doveva dire cosa doveva fare. Cominciò così la nostra rivalità e ancora oggi non è che le cose sono cambiate, infatti siamo praticamente in disaccordo su tutto». Questo è quello che raccontavano alla conferenza stampa di presentazione e da allora ciascuno ha poi fatto molte altre cose.
Shapiro appare ancora un istrione da palco e conserva un certo fascino nell’immagine da palco, Vandelli invece nasconde una certa «pancetta», ma sa anche scherzarci su, eppoi la sua voce è rimasta quella di sempre. Capace di catturare note alte. Il pubblico milanese però non potrà beneficiarne in pieno, perché Vandelli nell’occasione ha una brutta tracheite e si tiene su a botte di farmaci: «Ne ho addosso più io che una farmacia», avvisa. Così, con qualche problema al jack della chitarra e la gola che non gli permette di strafare, Vandelli porta a casa uno spettacolo che manda a casa tutti soddisfatti.

Da "Io ho in mente te" a "Che colpa abbiamo noi"
Del resto le canzoni sono ancora scolpite nell’immaginario collettivo, da Bang Bang a Io ho in mente te dal repertorio Equipe 84, ma anche Shel risponde a tono con pezzi da 90: Piangi con me e Che colpa abbiamo noi dai Rokes. Variazioni vistose negli arrangiamenti con forte presenza di chitarre elettriche, basso e batteria, a creare un sound corposo e modernissimo, giusto per non peccare troppo di nostalgia. Come anche sullo schermo sono state bandite immagini di quando si era giovani.
A un certo punto Shel rende omaggio ai Rem con Losing my religion e poi a Bob Dylan di Blowin’ in the wind, mentre Vandelli canta California dreamin’, massimo successo italiano dei Dik Dik. Io vivrò senza te della coppia Mogol Battisti viene sottratta da Vandelli a Shel che l’aveva cantata nei Rokes, e di Battisti si ascoltano anche La luce dell’est, Io vorrei non vorrei ma se vuoi, Emozioni, 10 ragazze, Un’avventura, prima di 29 settembre, il brano che l’Equipe portò al successo regalando notorietà al suo autore.

Due le canzoni per ricordare i Beatles: Eleanor Rigby e Let it be, quest’ultima facente parte di un lungo siparietto acustico che comprende Auschwitz e Wild world: quest’ultima offre l’occasione a Shel di raccontare di quella volta a Venezia che doveva incontrare Cat Stevens, ma l’artista inglese anziché andargli incontro preferì fermarsi a parlare con una ragazza.
E siamo ormai alla fine del concerto con l’ultima canzone, Bisogna saper perdere, da cantare tutti in coro. La canzone sanremese del 1967, l’anno di Tenco di E allora dai di Gaber, di Pietre di Antoine, di Proposta dei Giganti. Andiamo indietro di oltre cinquant’anni e queste canzoni hanno ancora qualcosa da dire.