Luigi Grechi: se nessuno protesta a che serve la canzone di protesta?

Il cantautore pubblica online una canzone al mese. Una chiacchierata per parlare della sua musica, del fratello Francesco De Gregori, di Claudio Lolli, Finardi e radio libere

Luigi Grechi. Foto Giuseppe De Gregori

Luigi Grechi. Foto Giuseppe De Gregori

GdS 13 gennaio 2019
di Giordano Casiraghi

Un’idea che è frutto dei tempi che cambiano. Una canzone al mese da far ascoltare sulla propria pagina online, poi se saranno fiori se ne farà un disco intero (la prossima sarà pronta il 21 gennaio).
Così deve aver pensato Luigi Grechi che da qualche tempo distilla nuove canzoni sfruttando quelli che sono i mezzi a disposizione. Lui che aveva cominciato con una grande casa discografica, la Emi, che l’aveva traslato alla distribuita Pdu, per nulla piccola etichetta. Oggi, per un cantautore che vanta un’assidua presenza nel mitico locale romano del Folkstudio, è anche problematico trovare posti dove suonare. Con lui ci vediamo in uno dei locali milanesi predisposti alla musica dal vivo, ne approfittiamo per un caffè e qualche chiacchiera a ruota libera.
Ebbene Luigi come vanno le cose per un cantautore storico?
Diciamo che oggi non ho più l’ambizione di un successo, quei tempi sono passati. Certo che il successo ti offre maggiori strumenti e maggiori occasioni, per esempio avere una band che ti segue. Oggi invece giro per concerti da solo, assecondando una gestione della musica che è cambiata. Per adesso mi interessa far ascoltare canzoni nuove che ho realizzato insieme a Paolo Giovenchi, che però non è disponibile a prescindere, quando è libero andiamo in sala di registrazione per realizzare una nuova canzone. Con me suona il basso e le chitarre, ma è anche impegnato con mio fratello Francesco.
Per quanto riguarda i concerti?
Sono sempre stato autonomo nella ricerca di esibizioni, non ho mai avuto un manager vero e pro-prio, tranne all’inizio quando c’era Libero Venturi. In seguito mi sono sempre affidato al passa parola tra amici, ma non sono per nulla interessato a frequentare assiduamente il circo delle esibizioni. Ci sono sempre stato in maniera marginale, adesso ancor più. Mi piace suonare nei luoghi adatti alla musica acustica, è ideale quando trovi una trentina di persone che ti ascoltano. L’incontro con un pubblico ridotto ti offre maggior soddisfazione perché riesci ad annullare la distanza tra pubblico e artista.
Ti ho notato a più riprese al seguito delle presentazioni alla stampa dei progetti di tuo fratello…
Si, perché poi non è che abbiamo molte occasioni di vederci. C’ero alla presentazione del docufilm «Vero dal vivo» che poi è stato trasmesso in televisione. Bravo il regista Daniele Barraco che aveva già lavorato come fotografico per Francesco. Un materiale girato come specchio segreto e per certi versi mi ricorda il film Daunbailò.
Abbiamo archiviato il 2018, annata terribile per alcune scomparse di cantautori. Li conoscevi?
Con Claudio Lolli e Goran Kuzminac ho condiviso numerosi concerti, ognuno faceva la sua parte, non avevamo momenti da suonare insieme, però eccome li ho conosciuti. Avevamo un bel pubblico che era accomunato dalle nostre storie e nelle varie occasioni mi sono accorto che molti venivano per Claudio Lolli che ha sempre avuto un pubblico affezionato. Pensa che quando arrivai in Emi per proporre un mio disco mi dissero che avevano già Lolli che faceva canzoni tristi, così mi dirottarono alla Pdu. La cosa peggiore mi capitò a Milano, all’Arena a una Festa dell’Unità: era pieno di gente e dopo aver cantato Mattmark, sulla tragedia dei lavoratori italiani per la diga che stavano costruendo in Svizzera, una vecchina in prima fila mi intimò: basta disgrazie.
Oggi infatti nessuno più canta canzoni di lotta o annesse a storie dei lavoratori. Cos’è cambiato?
È cambiato tutto, ma diceva Phil Ochs, un militante della canzone impegnata, che le canzoni di protesta vanno suonate davanti ai cancelli delle fabbriche, dove veramente ce n’è bisogno. Riproporle in teatro servono a nulla. Oggi sono più propenso a canzoni che fanno riflettere non tanto quelle di protesta. Al Festival di Sanremo di fine anni Sessanta cantavano Mettiamo dei fiori nei nostri cannoni. Andava di moda la protesta e si proponevano canzoni di protesta, ma qui nessuno protesta, quindi che senso hanno le canzoni di protesta?
Le nuove canzoni che stai facendo uscire una al mese quali sono?
La prima che ha aperto la serie è stata Dublino, io ci entro come ospite di una band emergente di Novara che si chiama Le mondane. La canzone fa parte del mio terzo disco, scritta con mio fratello Francesco. Sempre l’anno scorso ho fatto uscire la divertente Tangos e Mangos, Sangue e carbone, Un tipo strano e la novembrina Barry. Adesso si riprende in gennaio, il 21 precisamente, ma non vi dico con quale canzone. Sintonizzatevi alla mia pagina web per scoprirlo.
In "Un tipo strano" dici che sei romano e milanese allo stesso tempo. Cioé?
Intanto sono nato a Padova dove i miei si era trasferiti per sfuggire ai bombardamenti su Roma. In ogni caso mi sento estraneo a entrambe le due città, oltretutto vivo in Umbria da decenni. Ho vissuto a Roma, ma anche a Milano per parecchi anni, quando prestavo servizio alla Biblioteca Sormani. Erano gli anni Settanta e ho conosciuto da vicino la scena musicale milanese fino a esordire io stesso come cantautore.
A proposito vuoi raccontare anche la tua esperienza nelle prime radio libere milanesi?
Trasmettevo a Radio Punto Zero, poi a Radio Milano Libera e occasionalmente a Canale 96, fino a partecipare alle riunioni per la fondazione di Radio Popolare. Con Treves ho condiviso il palco varie volte, ho incontrato Moni Ovadia e il collettivo che ruotava attorno a L’Orchestra, ho conosciuto bene Stratos. Siamo stati insieme in Rai per qualche trasmissione, parlammo molto della ricerca sulla voce. Anche perché io ero amico di Peter Rowan dei nativi americani che andava proponendo diplofonie simili a quelle che praticava Demetrio. Tornando alle radio libere ricordo che una sera ero sintonizzato a una di queste e ascoltavo Finardi che stava criticando Francesco De Gregori. Chiamai in radio e intervenni per sostenere una diversa posizione, presi poi un taxi e andai in onda con Finardi per continuare la discussione.
C’è poi stato l’episodio tristemente famoso del processo a De Gregori al Palalido. Ne parli anche nel libro «Anni 70 Generazione Rock» che è stato ripubblicato nel 2018. Tu c’eri?
Si ero presente. Devo dire che negli anni qualcuno che aveva partecipato come parte accusatrice si è avvicinato per dirmi che avevano sbagliato. Quella volta Francesco non ha utilizzato il solito servizio d’ordine gestito dalle varie forze politiche, per affidarsi invece al servizio d’ordine del Comune che non era altrettanto efficace. La battaglia tra le varie forze politiche si esprimeva anche con il controllo della piazza musicale.