Alessandro Zignani: la musica è teatro

Un'intervista di Irene Gianeselli allo scrittore, musicologo e germanista Alessandro Zignani

Alessandro Zignani

Alessandro Zignani

Irene Gianeselli 16 marzo 2018

Alessandro Zignani è scrittore, musicologo e germanista. Numerose le sue pubblicazioni tra cui i romanzi (Guaraldi editore) I mondi paralleli (Segnalazione al Premio “Stresa”), La musica del mondoTelemaco: l’Odissea della scuola (Menzione Speciale al Premio “Firenze-Europa”), L’orecchio interiore (Premio Internazionale “Maestrale-Marengo d’oro” 2000). Con Zecchini editore ha pubblicato diversi saggi tra cui Il suono e il respiro su Wilhelm Furtwängler, Manuale di sopravvivenza per il musicista classico La musica prima del suono. Come musicologo ha collaborato con varie riviste e Teatri. Ha tradotto Nietzsche, Trakl, Seneca, Spinoza, e molta liederistica tedesca. Per il teatro ha scritto e messo in scena Il sogno di Prometeo,Viaggio d’inverno e Il violino di Ivry. Ha scritto e diretto il film L’arte della fuga, nell’ambito del progetto “Bach-Berio” dell'Unione Europea. 


Intensa anche la collaborazione con Florestano edizioni per cui ha curato, tra gli altri, una biografia intellettuale di Wilhelm Furtwängler, un ciclo di nove romanzi (Al dio ulteriore) e la Triade del mondo terreno in cui racconta di Robert e Clara Schumann, del genio, della sua follia, della musica e del loro amore (dal romanzo Il richiamo dell'angelo è stato tratto da Giacomo Zito lo spettacolo Mia dolcissima Clara).


Dopo avere insegnato Storia della cultura tedesca attualmente insegna Storia ed Estetica della Musica al Conservatorio di Cesena intitolato ad un veneziano che era di Darmstadt.


Perché fare musica, è ancora possibile oggi?


Fare musica oggi non è solo possibile, è necessario. La musica è l'unico linguaggio che permette ai due emisferi cerebrali di funzionare insieme. Nella musica, corpo e mente diventano una sola cosa. Il suono, nella musica, è solo la manifestazione esteriore di una ipnosi estetica capace di ristrutturare le sinapsi cerebrali e attivare zone della mente che non usiamo mai.


Quanti modi ci sono per fare musica?


C'è un far musica estetizzante, alla ricerca di paradisi artificiali, vie di fughe dal grigiore quotidiano. Detesto questa riduzione della musica a un anestetico sensoriale. C'è un far musica narcisistico, dove la tensione espressiva di un brano serve solo a creare fascinazione e mitizzare la figura del demiurgo che ne è artefice (anche se, in fin dei conti, non ne è l'autore). Infine, c'è un far musica mentale, immaginativo, così legato ad un'attivazione visionaria del sistema limbico cerebrale da rendere, di fatto, l'emettere dei suoni quasi una profanazione di tanto mistero. Questo far musica può accompagnare un individuo in ogni istante della sua vita, ignoto ai più. Per me, non ci sono altri modi di far musica.


La musica è per tutti?


La musica dovrebbe essere il linguaggio naturale con cui la mente esprime ogni personale visione del mondo, ogni architettura dell'immaginario. Perché questo si dia, occorre preservare l'istinto originario dei bambini. La musica appartiene al paleocervello, non alle regioni corticali. Nelle scuole, invece, la si analizza usando schematismi logico-matematici capaci di provocare inderogabilmente una sclerosi di quella fantasia visionaria “selvaggia” così caratteristica del geniale, infantile emisfero destro. Saggi, teorie estetiche, regesti a suon di “la vita e l'opera” rendono la musica un'arte falsa, e dunque lontana dalla vita dei “beniamini della natura”. Appannaggio di nevrotici in rotta col mondo in nome di una propria presunta elezione spirituale.


Chi è un direttore d'orchestra, cosa significa dirigere un'orchestra?


Un direttore d'orchestra è, sostanzialmente, un attore. Diventa il compositore di cui si occupa e ricostruisce in sé il percorso interiore che lo ha portato a concepire e realizzare una data opera; quindi usa il proprio corpo, lo sguardo e il respiro per coinvolgere in questa pratica della ricomposizione i membri della sua orchestra. Personalmente, ai miei allievi faggio leggere Stanislavskij. Infatti non è col gesto, come di solito si immagina, che il direttore d'orchestra trasmette la propria intenzione espressiva. Gli occhi, l'espressione del volto, la vibrazione interiore di tutto il corpo, sono fenomeni di irradiazione energetica dei quali la bacchetta è solo una direttrice di canalizzazione.


Ho tratteggiato in sette stazioni, da Furtwängler ad Abbado, una via crucisdell'Umanesimo morente. I direttori di cui mi sono occupato sono accomunati dal fare della musica il centro focale tra arti e scienze, natura e uomo, microcosmo e macrocosmo, in una misura oggi ravvisabile in nessuno dei giovani direttori. Il mio percorso monografico all'interno della direzione d'orchestra è la partitura di un requiem. In tutti i “miei” direttori la musica è un fine, non un mezzo. La direzione d'orchestra è la capacità di rendere l'immaginazione sonora di una partitura un dato sensoriale. Il direttore deve allucinare dentro sé la musica al punto da sentire ogni cosa prima che il suono venga emesso. Se il suo immaginario sonoro è vivido, l'orchestra emetterà quegli stessi suoni, a prescindere dalla tecnica gestuale usata dal direttore secondo proprie convinzioni, influssi e predisposizioni naturali. Direttori molto dotati possono ottenere questa manifestazione fenomenica del loro suono interiore, in gran parte, anche senza prove. Come questo succeda, appartiene al mistero del talento. E non si può imparare. Si può, bensì, apprendere a dirigere; il che non è la stessa cosa.


Può davvero sopravvivere un musicista "classico"?


Ti risponderò con ciò che rispose Faulkner quando gli chiesero se uno scrittore, nel mondo contemporaneo, potesse sopravvivere. Il premio Nobel rispose: “Sì, se scrive. Lo scrittore è tale perché vuole scrivere, e sopravvive se gli vengono concesse una risma di carta, una penna, e un'assenza di obblighi”. Estremizzando, dico che un musicista classico, oggi, ad una sola cosa non può sopravvivere: il successo immediato ed eccessivo. L'isolamento, il rimanere oscuro sono, infatti, i presupposti irrinunciabili della sua vocazione.


Uno dei tuoi libri ha un titolo molto chiaro: La musica prima del suono, puoi parlarcene?


 La musica prima del suono è un libro che fonde l'antica mnemotecnica e le nuove scoperte delle neuroscienze in una disciplina che ho chiamato Psicodinamica. Descrive strategie per visualizzare la struttura di un'opera, e farne un luogo da poter “abitare”. Lo scopo è inibire i processi logico-analitici (beninteso, dopo averli sfruttati appieno in fase di studio) in quel momento delicatissimo, tra veglia e revêrie, in cui l'immagine musicale è più forte che mai, nella mente, ma non si è ancora prodotta come suono.


Teatro e musica, narrazione e musica: sono percorsi che spesso si tende a dividere, ma non è così.


La musica è una drammaturgia. Quando insegno una partitura, porto l'allievo su un percorso le cui caratteristiche riproducano il più possibile quelle del brano. Ascese, svolte, strettoie, panorami: tutto viene conservato nella memoria insieme ai successivi episodi musicali risuonanti nella mente durante il cammino dentro il paesaggio mnemotecnico. La grandezza di un musicista si valuta da come sa rendere le pause più intense che non il suono. Spaventose per il risentimento del tempo che le scava come piaghe nella Forma. La musica è gesto e sguardo, respiro e dinamismo, memoria sospesa tra rimpianto del passato e desiderio del futuro. Dunque, è sempre e solo drammaturgia, teatro.