Un'inimitabile vita ad altissima velocità: Patty Pravo

Icona ribelle e senza eguali né eredi. Nicoletta Strambelli, nata il 9 aprile del 1948, fin da giovanissima è stata sempre ammirata. Un mito che no tramonta

Patty Pravo

Patty Pravo

GdS 9 aprile 2019

Enzo Verrengia



Ci sono le memorie personali, quelle generazionali e addirittura epocali. Pur abbracciandole tutte e tre, l’autobiografia di Patty Pravo, La cambio io la vita che…, va oltre. Qui c’è un’icona che racconta se stessa espropriando la cronaca rosa e anche nera che la perseguita da oltre mezzo secolo.
Nicoletta Strambelli costituisce una tappa ineludibile per quanti sono passati dalla psichedelia degli anni ’60 al digitale di un XXI secolo che delude istante per istante le promesse e le premesse del dopoguerra. Scrive l’autrice del suo anno di nascita, il 1948: «…fu anche l’anno della Costituzione, che vuol dire libertà, e forse è a questo concetto che mi trovo più vicina. Libertà di esprimersi, di inventare strade nuove, o quantomeno la propria». È la sintesi di una società, quella italiana, che si apre a sorti magnifiche e progressive, tanto da pervadere chiunque vi spunti in quel periodo privilegiato. Ecco allora che da subito la Strambelli diviene di per sé un modello di esistenza valido per tutti i suoi contemporanei. Specie se fisicamente appena nati.
Ma nel libro dilaga anche un’altra componente, non solo scenografica, Venezia.
La città che dà la vita alla protagonista è parte ineludibile di lei. E vi resterà anche in seguito, quando la Strambelli si trasferisce dapprima a Roma e poi negli Stati Uniti, al culmine della sua parabola artistica ed esistenziale: «Il bello di Venezia è anche questo: prendi il vaporetto e in mezz’ora sei al Lido, a camminare su quell’infinita spiaggia di sabbia finissima battuta dalla brezza balsamica dell’Adriatico». Qui non c’è soltanto il ricordo, il radicamento, l’anima dei luoghi. La Patty Pravo dalla voce risonante nei successi di cinquant’anni ne rivela un’altra silenziosa e cartacea, letteraria.
La cambio io la vita che…, quindi avvince con una persistenza pari alla canzone stralciata nel titolo e finisce per caratterizzarsi come un’altra pièce de résistance. Nel rievocare se stessa, lei secerne una lingua compiuta e aderente al tracciato della narrazione.
La quale trascina da un turbine all’altro, ciascuno meme di Patty Pravo. Che siano le marachelle da bambina, le ribellioni scolastiche e più tardi le trasgressioni di largo respiro, senza respiro, tutto in queste pagine si risolve in azione forsennata. La fuga da sedicenne a Londra, il ritorno anticipato a Roma per esplodere sulla pista del Piper, il successo a 45 giri, gli amori, i matrimoni in sequenza, i picchi e le discese.
Nicoletta Strambelli è una donna differente perfino dallo stampo femminista che imperversava nell’arco della sua formazione. Per lei non vi sono obbligazioni, specialmente ideologiche. Il ’68, la contestazione, gli anni di piombo le scorrono ai lati di quell’auto da corsa che è lei stessa, lanciata sempre verso il futuro. Anche a costo di sperimentare sulla propria pelle l’inadeguatezza del pubblico rispetto alle scelte avanzatissime che Patty Pravo compie dopo essersi sfilata di dosso il beat.
E lungo questo percorso ad altissima velocità sfilano cammei imperdibili. Jimi Hendrix, David Bowie, Mick Jagger, Frank Sinatra.
Certo è che oggi, mentre la rete assorbe nell’immediato ogni performance creativa, non sembra intravedersi all’orizzonte musicale un’epigona di Patty Pravo. Vale per lei parafrasare le parole di Gloria Swanson nei panni di Norma Desmond alla fine di Viale del tramonto: «Io sono sempre grande. È la musica che è diventata più piccola».
Patty Pravo, La cambio io la vita che… (Einaudi, pp. 172, Euro 17,50)