Pino Daniele, nero a metà

Si è spento Pino Daniele, un artista non ha mai amato la luce abbagliante dei riflettori. A dare la notizia Eros Ramazzotti. Un ricordo. [Francesco Troncarelli]

Francesco Troncarelli

Francesco Troncarelli

GdS 5 gennaio 2015

[b]di Francesco Troncarelli[/b]



Pino Daniele non ha mai amato la luce abbagliante dei riflettori, neanche quando rivestiva i panni dell’idolo nazionalpopolare della nostra musica. E anche la sua morte avvenuta nella notte mentre era nella sua casa in Toscana, riflette quello che era una suo modo di vivere, appartato, semplice con gli affetti più cari, la famiglia innanzitutto cui era legatissimo, ma anche gli amici e i colleghi.



Non a caso a dare la notizia della sua improvvisa scomparsa avvenuta per infarto, è stato Eros Ramazzotti su twitter con delle parole struggenti che dipingono perfettamente in 140 caratteri chi era Daniele: “grande amico mio, ti voglio ricordare con il sorriso mentre io scrivendo sto piangendo. Ti vorrò sempre bene perché eri un puro ed una persona vera oltre che un grandissimo artista. Grazie per quello che mi hai dato fratellone, sari sempre accanto al mio cuore. Ciao Pinuzzo…”.



Un puro ed un grandissimo artista. Amante della musica e delle sue radici napoletane che ostentava con garbo e intelligenza e che proprio ultimamente stavo riproponendo con il tour di “Nero a metà”, partito la scorsa estate dall’Arena di Verona, approdato poi al Palalottomatica a Roma prima di Natale e che ora sarebbe ripreso nelle città più importanti della penisola.
Sorridente, con quello sguardo da buono che ingentiliva un fisico importante, i capelli imbiancati e il pizzetto nero, aveva salutato da Courmayer l’anno nuovo, nello spettacolo televisivo di Rai Uno presentato da Flavio Insinna. Un successo quella esibizione, con la platea in piedi per tributargli una standing ovation meritatissima, l’ultima di una carriera ricca di soddisfazioni e successi.



Una lunga storia durata quarant’anni, in cui Pino Daniele è stato sinonimo di Napoli in musica. Quella colta, sempre alla ricerca di un ponte tra la ricchezza sonora della città e il mondo di fuori, fino a pescare nel blues e nel jazz tinte e atmosfere determinanti per la sua produzione. Ma anche quella più decisamente popolare, con brani che hanno aggiunto colore e cuore alla sua terra.



Insieme a Troisi di cui era grande amico (aveva curato la colonna sonora dei suoi primi film: Ricomincio da tre, Le vie del Signore sono infinite, Pensavo che fosse amore…), aveva rappresentato negli anni Ottanta la rinascita artistica di una città spesso considerata solo centro del malaffare e che invece è sempre stata punto di riferimento di una cultura profonda e dai contenuti importanti.



Era stato infatti il catalizzatore con il grande sassofonista James Senese nel gruppo “Napoli Centrale” di quel sound partenopeo che aveva risvegliato la città dai ritmi lenti del tran tran quotidiano indirizzandola verso stimoli creativi più effervescenti per le nuove generazioni.



Tante le collaborazioni con nomi illustri della scena internazionale come ad esempio Eric Clapton, Gino Vannelli, Chick Corea e ovviamente con tutti i nostri big, da Vasco a Ligabue, da De Gregori a Pausini, momenti irripetibili di grande musica rimasti nell'immagiario collettivo.



Lontano dai giri che contano e dal gossip mediatico, dopo un periodo di pausa creativa in cui aveva preferito le session con gli amici e lo studio di nuove sonorità, aveva riassaporato il gusto dei concerti nei grandi spazi a contattato col pubblico, lui che era stato uno dei precursori di questo tipi di esibizione.



Aveva così recuperato gli amici con cui aveva diviso l’epoca giovanile (Senese, De Picopo, Zurzolo, Elisabetta Serio), guardando con sempre maggiore attenzione alla chitarra, strumento di cui era cultore e ottimo esecutore ed era ripartito da dove aveva iniziato. Col gioiello della sua produzione, quel “Nero a metà” (terzo album della sua discografia) che lo aveva imposto come un grande musicista rappresentandone al meglio l’originalità della sua proposta e della sua estetica con pezzi come “A me me piace o blues”, “Quanno chiove”, “ Nun me scoccià” e che adesso aveva riproposto in una nuova versione.



Ora, alla soglia dei 60 anni che avrebbe compiuto a marzo, questa scomparsa improvvisa e inaspettata che lo fa uscire dalle scene proprio mentre il suo pubblico riassaporava il gusto della sua musica così mediterranea e così moderna che aveva accompagnato stagioni della vita di tutti. Una musica che testimonierà per sempre la bravura e la classe di un autore di razza che all’apparire aveva sempre preferito l’essere, artista.