L’immensità, 50 anni di un capolavoro

Lanciato da Don Backy nel 67 a Sanremo, è un brano che sembra attuale. La sua interpretazione intensa è rimasta bella storia del nostro pop

GdS 3 febbraio 2017
[b]di Francesco Troncarelli[/b]



[right][i]Io son sicuro che, in questa grande immensità
qualcuno pensa un poco a me, non mi scorderà[/i][/right]





Il ritrovamento del [url"filmato della finale del Sanremo 1967"]http://giornaledellospettacolo.globalist.it/Detail_News_Display?ID=92824&typeb=0&sanremo-67-ritrovato-il-filmato[/url] da parte delle Teche Rai ha riportato d’attualità un festival di rilievo per quella che una volta veniva definita “musica leggera” italiana. Certo, il tragico epilogo alla vicenda umana e artistica di un poeta come Luigi Tenco è legato indissolubilmente a quel Sanremo, ed infatti se ne è giustamente parlato molto in occasione dei 50 anni della sua morte, ma è importante però, sottolineare anche quello che di quella manifestazione canora va comunque salvato e ricordato.



Ci sono alcune canzoni infatti di quella 17esima edizione che sono entrate di diritto nella storia del nostro pop ed hanno superato la barriera generazionale di riferimento arrivando ai giorni nostri, ci riferiamo a brani come “La musica è finita” eseguito dalla Vanoni, “Cuore matto” da Little Tony, “Pietre”da Antoine, “Proposta” (Mettete dei fiori nei vostri cannoni) dai Giganti e “Bisogna saper perdere” dai Rokes e Lucio Dalla.



Ma ce ne è uno soprattutto, che si staglia su tutti gli altri, perché è un capolavoro, una gemma che brilla ancora a 50 anni di distanza e che è entrata nell’immaginario collettivo per la sua melodia trascinante, per il suo testo intenso e vibrante e per la sua bellezza intrinseca che continua a regalare emozioni: “L’immensità”.



L’ha composta Don Backy, artista a tutto tondo emancipatosi grazie al rock da un destino da conciatore di pelle legato alla tradizione della sua città, Santacroce sull’Arno, per diventare con notevole successo, attore, pittore, scrittore e disegnatore di fumetti oltre che ovviamente cantante. Un personaggio dello spettacolo di notevole spessore, penalizzato nella sua carriera per il suo carattere anticonformista e schietto, tipicamente toscano, ma soprattutto per essere fuori dai giri che contano per una scelta di vita.


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In quel periodo Don Backy era al Clan di Celentano, tra i tanti cantanti presenti, lui era una sorta di luogotenente del Molleggiato per il quale aveva scritto il testo di un suo grande successo “Pregherò” e col quale tra l’altro era comparso nel film “Totò, monaco di Monza” (insieme cantavano la sua canzone “La carità”). Conosciuto al grande pubblico per alcuni dischi, era in attesa della grande occasione per spiccare il volo definitivamente.



E l’opportunità al bravo Aldo Caponi (il suo vero nome), capitò dopo aver scritto “L’immensità” perché il pezzo venne selezionata da Gianni Ravera per partecipare al festival di Sanremo del 1967. A cantarla con lui, (a quei tempi era prevista la doppia interpretazione), Johnny Dorelli, già vincitore del festival col “Volare” di Modugno e molto amato dal pubblico per le sue qualità di intrattenitore e conduttore di “Gran Varietà”, programma radiofonico cult della domenica.



Due artisti diversi fra loro per stile e storia professionale che sul palco del salone delle feste del Casinò sanremese, fornirono due esecuzioni diffrenti. Tipicamente da crooner, quella di Dorelli, interpretata nel suo inconfondibile stile confidenziale e sensuale, emotivamente più asciutta e vissuta quella di Don Backy, capace di dare un’anima al brano e di vibrare fisicamente al pari della musica che sale di tono.



{{*ExtraImg_182630_ArtImgLeft_228x500_}}L'approccio differente al pezzo peraltro, lo si può constatare dai vari video esistenti, ma soprattutto dal filmato della finale che come detto è stato recuperato e che andrà in onda lunedì 6 su Rai Premium alle 21,20. Il mercato allora premiò la popolarità e la bravura di Dorelli (oltre un milione di copie), nel tempo però, la versione di Don Backy che comunque entrò in classifica, è diventata un longseller, un classico che regge l’usura del tempo, proprio perchè più sentito e più partecipato.



Don Backy infatti vive la sua canzone in prima persona, in una simbiosi perfetta che ne esalta il testo e lo rende addirittura attuale. Ed è proprio questa la chiave del successo intramontabile de “L’immensità”, la particolarità che lo contraddistingue da tante altre canzoni di quel periodo. Quel trattare di temi universali (la solitudine, l’infinito..) e non di cuori spezzati e labbra da baciare è la differenza e al tempo stesso la caratteristica che fa di questo brano un pezzo moderno e non legato ai “favolosi Sessanta” e che quindi gli consente di mantenere la sua immediatezza anche ai giorni nostri.



Riproposta da tanti artisti nel corso degli anni, da Mina a Francesco Renga, dai Negramaro a Gianna Nannini, “L’immensità” sarà eseguita nella serata cover del prossimo Sanremo da Gigi D’Alessio. Al di là di quella che potrà essere l’interpretazione del cantante napoletano, sarebbe stato opportuno invece in occasione del cinquantennale del brano, rendere il giusto tributo a Don Backy, magari creando un apposito premio alla carriera, da riproporre nell’edizioni successive del festival a chi come lui ha dato tanto alla nostra musica, sull’esempio di analoghi riconoscimenti come il Leone alla carriera della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che omaggia illustri protagonisti della “settima musa”.