Hotel California, brano che racconta gli Eagles

La scomparsa di Glenn Frey: riscopriamo il pezzo cult della band. Hotel California, una metafora della loro vita. [Francesco Troncarelli]

Francesco Troncarelli

Francesco Troncarelli

GdS 19 gennaio 2016
[b]di Francesco Troncarelli[/b]


Glen Frey era un ottimo chitarrista ed era dotato di un dono naturale, la creatività. Molto del successo degli Eagles si deve a lui, ragazzo di Detroit trasferitosi a Los Angeles che aveva fatto la gavetta con Jakson Browen e Linda Ronststadt, artisti di razza che viaggiavano tra i ritmi della West Coast e del Country, generi di riferimento per la futura produzione del fondatore degli Eagles.


Una band che ha attraversato l’Oceano e le mode tra record di vendite, brani imperdibili (saranno oltre centocinquanta), liti, abbandoni e new entry, in un tormentato crescendo di situazioni e vicende personali che ha alimentato comunque la fama del gruppo e dei suoi componenti, bravi anche come solisti.
Ecco così che “Hotel California”, il pezzo più conosciuto e acclamato degli Eagles (32 milioni di copie, nella lista delle migliori 500 canzoni di tutti i tempi di Rolling Stone), è un po’ la sintesi magistrale della vita dei suoi autori e delle loro passioni musicali e no che hanno influenzato la loro carriera.


Scritto da Don Felder, Don Henley e Frey appunto, il brano è lo specchio di come questi artisti vivevano negli anni 70 a Los Angels. Il testo infatti è una metafora delle “condizioni esistenziali del mondo civilizzato” come precisò lo stesso Frey. Si spiega così, quindi, la dicotomia tra la musica rilassante e un testo che nasce dall’angoscia del successo. Il viaggiatore che viene raccontato nel pezzo, arriva infatti in un luogo da sogno e solo un secondo momento si rende conto di essere finito in un incubo senza uscita.



Un paradiso che odora d’inferno come la vita della band che si sbatte in una prigione dorata fatta di suite imperiali e limousine in cui alcol e stupefacenti la fanno da padroni, un’oasi da cui non si può scappare, pena la scomparsa definitiva dalla scena. E’ il successo degli Eagles visto dal di dentro, con aspetti che tra tanto clamore e luci dei riflettori, possono portare all’esasperazione e alla depressione.



E la metafora privata si estende al pubblico, laddove gli edonisti Stati Uniti sono alla ricerca della loro identità che la guerra del Vietnam fa sentire più indifesa e fragile. “Welcome to the Hotel California”, dove puoi lasciare la stanza libera quando vuoi, ma non potrai andartene mai. Gli Eagles cantano la West Coast,la California delle spiagge infinite, con le parole di un dramma che si compie giorno dopo giorno.



“Hotel California” vinse il Grammy nel '78, ma la band non lo volle ritirare, snobbando la manifestazione perché troppo commerciale. E’di Frey, l’assolo di chitarra della canzone.


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L'edificio che appare sulla copertina dell'album da cui è stato tratto poi il singolo, è il “Beverly Hills Hotel”, meglio conosciuto come Pink Palace, situato al 9641 di Sunset Boulevard, (Viale del Tramonto) a Los Angeles. Si tratta di un albergo di lusso, da sempre frequentato da diverse star di Hollywood.



Una leggenda metropolitana vuole che sul retro di copertina sia possibile scorgere, affacciato da una balconata, Anton LaVey, fondatore e gran maestro della Chiesa di Satana. Ma questa è dietrologia che lascia il tempo che trova. Per fortuna resta la musica di Frey e dei suoi amici che al di là di una scomparsa così precoce, resterà per sempre.