Oltre Sanremo (la vita continua)

Stefano Torossi ci accompagna come sempre tra arte, chiese, concerti e curiosità della Capitale

Oltre Sanremo (la vita continua)
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15 Febbraio 2016 - 09.32


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Martedì 9 febbraio, primo giorno del Festival di Sanremo.

Noi oltre: Al Macro con il seminario “Partorire con l’Arte”. Terzo incontro dal titolo “La bellezza dello stato interessante” (sentite due mamme americane sedute in sala cercare di tradurre con: “The beauty of the interesting state” e non capirci niente. Alcune espressioni idiomatiche so-no davvero inspiegabili).

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L’evento, costruito sull’ottima idea di riunire future mamme, e anche no, in un museo invece che in un ospedale, è organizzato in quel magnifico guscio di aragosta che è l’auditorium del Ma-cro: una sala tutta rosso lacca, rinforzata dai segmenti del carapace che scandiscono le pareti.

Ideato e condotto da due veri e propri piacioni: il ginecologo Antonio Martino, bello, alto, magro, leggermente brizzolato e con un vestito di taglio perfetto; e la professoressa di psicologia dell’arte all’Accademia Miriam Mirolla, bella, alta, magra, dai lunghi capelli biondi, con un vesti-to di taglio perfetto. Chiaro che con padroni di casa simili, gli ospiti hanno dovuto arrampicarsi.

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Esagerando. Tanto da rendere il compito di contenerli in tempi umani mooolto difficile. Nar-cisismo scatenato.
Abbiamo dormicchiato con l’eloquio soporifero del noto artista autoreferente Luigi Ontani, presentatosi con in testa una maschera di sua creazione. Ci siamo spazientiti sotto la pioggia di aneddoti (troppi) della scrittrice Caterina Sanna che ci raccontava il suo certamente interessante libro “Donne e Giubilei”, quando le belle ragazze di buona nascita erano merce per equilibrare i rapporti fra le famiglie potenti. Poi, banale ma utile, la cosmesi per la gravidanza. E così via, fin-ché, stremati da un banchetto troppo abbondante, ma ripromettendoci di tornare per le altre porta-te, siamo scappati a vedere corpi snelli e non ancora gravidi all’Auditorium Parco della Musica.

Mostra fotografica “Equilibrio fuori scena”. Una serie di magnifiche immagini (Ianniello, Musacchio, Porto sono gli autori) acrobatiche e ginnicamente ar-tistiche degli splendidi ballerini che portano a Roma il Festival della Nuova Danza, in programma i prossimi giorni.

Per concludere, il consueto Negroni al bar Red, dove, come molte volte abbiamo ripetuto, lo fanno davvero buono.

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Mercoledì 10, secondo giorno del Festival .

Noi oltre: Da Stanislao Kostka. Questo signore scolpito in marmo nero e bianco di Carrara, sdraiato su un giaciglio di giallo antico con sotto uno scendiletto di alabastro, è un gesuita polac-co, morto quattro secoli fa ad appena diciott’anni, consumato dal fuoco della santa passione (e dalla tisi).

La stupefacente statua la si può andare a trovare arrampicandosi fino alle soffitte sopra la sa-crestia della chiesa di S. Andrea al Quirinale, in una cappellina strapiena di quadri, panneggi, do-rature e stucchi che più barocca non si può.
Eppure, proprio la dimensione del minuscolo appartamento, dove il visitatore si trova solo e non disturbato da nessuno (figurarsi quanti turisti trovano la curiosità di andare a ficcare il naso da quelle parti) trasmette un gran senso di intimità, serenità e pace che, tutto sommato, la religio-ne senza cerimonie sa dare.

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Giovedì 11, terzo giorno del Festival

Noi oltre: Alla Fondazione Scelsi, una associazione dedicata alla musica contemporanea.

L’occasione è la presentazione di un libro su Bruno Maderna, direttore d’orchestra e compo-sitore, noto in egual misura per la sua intensa frequentazione della musica sperimentale e dell’ombra veneziana (nel senso del bicchiere).

Dotti e interessanti interventi di colleghi e curatori dell’opera, purtroppo funestati da quel to-no speciale che pervade simili riunioni. In cui tutti (tranne te) sanno già tutto su argomento e pro-tagonisti, li chiamano per nome di battesimo e ne citano le opere con abbreviazioni comprensibili solo da loro stessi, raccontando aneddoti e vicende, in genere di scarso interesse per la collocazio-ne storica del personaggio, ma che lasciano intendere un’intima appartenenza alla famiglia.

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Poi al Teatro Argentina (Sala Squarzina) per la consegna del Premio Lente d’Oro al critico e drammaturgo Italo Moscati, organizzata da Maricla Boggio.

La sala è un esempio del discutibile gusto anni ’70. Sgraziata nelle proporzioni: troppo lunga, stretta e alta, con l’aggravante di quattro esagerati lampadari, ospita per l’occasione un gruppo di gente di teatro che sarebbe stato molto più folto se non fossero intervenute circostanze contrarie imputabili principalmente all’implacabile scorrere del tempo e all’avanzato stato anagrafico rag-giunto da molti.

Gli amici presenti non ce ne vorranno ma non possiamo fare a meno di riferire, sorridendo mesti, che le due signore Mazzucco, Melania e Andreina, deputate alla consegna del premio, non hanno potuto esserci, colpite da un grave lutto familiare. E va bene. Ugo Gregoretti, fra i relatori invitati, ha declinato perché, parole sue, non si regge più bene in piedi. Gianni Letta, un altro degli ospiti attesi, è caduto e si è rotto una spalla. Assente giustificato. Per finire, Maurizio Scaparro, che pure era apparso all’inizio della cerimonia, è dovuto scappare per correre da Giorgio Alber-tazzi, da lui diretto nell’attuale versione delle Memorie di Adriano, che sta male.

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La serata è andata avanti lo stesso; certo che se continua così…

Venerdì 12, quarto giorno del Festival

Noi oltre: Alla Chiesa Nuova per un incontro di catechesi intitolato “Cinque passi al Miste-ro”. Dubbiosi, naturalmente, e scettici, chiedendoci perché andiamo, andiamo. E rimaniamo spiazzati.

Superato l’impiccio (a quanto pare inevitabile in chiesa, di questi tempi) di un organista sca-muffo che suona un repertorio scamuffo, e da canti altrettanto inutili, quando il predicatore ha cominciato a parlare ci siamo sentiti trasportare, insieme alla folla attenta, a quelle piazze medie-vali infuocate di popolo che pendeva dalle labbra di frati dotati di parola fluida capace di sedurre “la natura sentimentale delle masse”.

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Così il nostro predicatore, padre Maurizio Botta, Oratoriano.

Per niente pretesco; abilissimo nel parlare una lingua moderna, abilissimo a usare termini talvolta complessi, e a dichiararsi (fintamente, forse, ma di sicuro credibilmente) in difficoltà di fronte agli stessi, mettendo a proprio agio il popolo incolto. E’ andato avanti per mezz’ora con un sermone brillante sul tema Giustizia e Misericordia. E fin qui tutto poteva derivare da una buona preparazione a casa. Ma poi si è messo a rispondere alle domande, che certo non conosceva, dei fedeli raccolte su bigliettini anonimi; e qui l’abilità retorica e l’intelligenza pura si sono rivelate vere e proprie doti personali messe al servizio di una causa, che si può anche non condividere, ma non certo scartare come insignificante.

Un vero spettacolo popolare, altro che riflettori e lustrini.

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Sabato 13, quinto e ultimo giorno del Festival

Noi oltre: A Villa Medici. Anno 1666, il Re Sole fonda l’Accademia di Francia a Roma. An-no 2016, Villa Medici festeggia il trecentocinquantesimo con una grande festa di luci e spettacoli.

Però, quando arriviamo lì, troviamo una fila infinita e soldati in assetto antiterrorismo che perquisiscono i visitatori.
Di sicuro non ci va di aspettare, e allora dietro front e ci infiliamo nella vicina chiesa di Tri-nità dei Monti, raramente aperta, quindi bisogna approfittare. Una normale, bella struttura barocca con bei marmi e begli affreschi.
Ma c’è una cosa che raramente si vede in giro: uno spazio riservato a uomini e donne (suore e frati, immaginiamo, certo addetti ai lavori) che pregano in silenzio prostrati a terra.

Senz’altro suggestivo, ma certo un bell’anacronismo medioevale.

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PS. Ah già, stavamo per dimenticare. Pare che, mentre noi facevamo gli snob in giro, sul pia-noforte dell’Ariston sia atterrato, a ruota libera, un nuovo Allevi.

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