L'arte poetica di Thomas Hardy

L’orologio degli anni – Poesie 1856-1928 (Elliot, traduzione di Edoardo Zuccato, pagg 320, euro 20) raccoglie un centinaio di componimenti in base al gusto personale del curatore, lo stesso Zuccato, e alla loro resa in traduzione.

L'arte poetica di Thomas Hardy
Thomas Hardy
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17 Febbraio 2022 - 14.34


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di Rock Reynolds

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La sua disperazione cosmica è nota, quasi leggendaria, una mannaia fosca che ha preso il sopravvento su ogni altra sfumatura delle umane emozioni man mano che l’autore invecchiava. Leggere un romanzo di Thomas Hardy può non risultare un’esperienza felicissima per chi non sia della disposizione d’animo giusta. Pur se meno celebre nelle vesti di poeta, il grande scrittore inglese ha lasciato un corpo lirico notevole, con un migliaio di componimenti scritti in contemporanea con i romanzi che gli hanno dato fama e ricchezza finché, dal 1898, sulla scia di una fama internazionale, si è dedicato unicamente alla poesia, da lui in fondo considerata una forma letteraria più nobile. Non è un caso che Hardy abbia dichiarato: “Per me è naturale scrivere poesia. Non ho mai voluto essere un prosatore e tanto meno un narratore. Però uno deve anche vivere”. Non sembrerebbero parole scritte dall’uomo che ha dato al mondo romanzi eterni come Via dalla pazza folla, Tess dei d’Urberville e Jude l’oscuro, insomma non l’ultimo arrivato.

L’orologio degli anni – Poesie 1856-1928 (Elliot, traduzione di Edoardo Zuccato, pagg 320, euro 20) raccoglie un centinaio di componimenti in base al gusto personale del curatore, lo stesso Zuccato, e alla loro resa in traduzione. Va detto che tale resa è assicurata dalla cura del traduttore e dalle sue notevoli capacità di unire senso letterale e musicalità: il testo originale a fronte ne è garanzia.

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È raro che io legga una prefazione, ma in questo caso l’eccezione si è rivelata vincente: la lunga introduzione del curatore, Edoardo Zuccato, è illuminante ed esaustiva e contribuisce a far luce sulla personalità conflittuale di Hardy, fosco nei suoi scritti e solitamente vivace e dalla battuta pronta quando in mezzo alla gente, affabile ma pure grigio e ordinario.

Contraddittorio in molti suoi atteggiamenti, a partire dal senso di inadeguatezza sviluppato in seno a una famiglia non certo altolocata e sfociato nella propensione a frequentare il bel mondo negli anni del successo ma pure a cercare un frequente isolamento nella sua residenza di Max Gate, Hardy avrebbe manifestato tale inclinazione persino da morto. Ne sono testimonianza paradossalmente lampante le sue esequie: il suo cuore, secondo le volontà della famiglia e dello stesso Hardy, è sepolto in un piccolo cimitero nei dintorni di Dorchester, il Dorset chiamato Wessex nei suoi romanzi, mentre le ceneri del resto del corpo riposano a Westminster. La contraddittorietà di Hardy sta anche e soprattutto nel rapporto conflittuale con le donne della sua vita, soprattutto con la prima moglie, Emma Gifford, morta nel 1912 e presto rimpiazzata da Florence Dugadale, con la quale era in corso da tempo un menage adulterino. Emma è al centro di molte delle liriche più intense di Hardy, al punto da creare forte risentimento nella seconda moglie, ben conscia di non poter reggere il peso di un confronto impari con la defunta, oggetto di interesse lirico ben superiore nel cuore di Hardy, la cui passione per Florence impiega poco a spegnersi.

Lo stesso ambiente rurale delle campagne del Dorset in cui si sono dipanate l’infanzia e l’adolescenza dell’autore risultano un tratto in chiaroscuro della sua esistenza costantemente in penombra e, in fondo, Hardy non se ne è mai del tutto discostato. Ecco perché i suoi romanzi e le sue poesie sono intrisi dei profumi e delle tinte di quei luoghi. Come sostiene Zuccato, “il contatto con la natura nei primi anni di vita costituisce l’ossatura psicologica ed emotiva di Hardy”.

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Il campionario di componimenti che L’orologio degli anni – Poesie 1856-1928 ci riserva è ampio e al contempo indicativo degli interessi dell’autore. Quale che sia il tema affrontato dalla lirica in questione – il grande cantante C&W americano Johnny Cash diceva che ne esistevano solo tre, Dio, Amore e Morte: per Hardy sostanzialmente ci sono solo Amore e Morte e, in genere, vanno di pari passo – la scansione poetica si inserisce quasi immancabilmente in un contesto bucolico reso inquietante dall’incombere di Thanatos. Eppure, la vena naturalistica dell’autore riesce a trasmettere il senso di serenità e bellezza del paesaggio descritto, quello delle campagne del Dorset in cui Hardy ha ambientato tutti i suoi romanzi e buona parte delle sue poesie. E su tutto domina “Il Caso”, come nell’omonimo sonetto giovanile da cui affiorano le letture dei testi di Darwin da cui Thomas Hardy (e molti contemporanei insieme a lui) deve essere stato fortemente influenzato: è un caso “non tanto malevolo quanto indifferente verso gli esseri viventi”.

Naturalmente, non può mancare una lirica sul deterioramento dei rapporti con Emma, cristallizzato nel titolo “La ferita”, in cui il sole, appunto, viene descritto come una rossa “ferita”, cosa già fatta da Hardy nel romanzo Tess dei d’Urberville. C’è spazio anche per un tema di grande respiro al tempo, l’affondamento del Titanic, ne “La convergenza dei due”. Ne “L’uomo che uccise”, Hardy affronta una tematica molto cara ai poeti inglesi del primo Novecento: l’orrore della guerra. “Lo feci secco perché…/perché era mio nemico,/tutto lì…/Fai fuori un tizio al quale/al bar offriresti da bere.” Per qualche ragione mi fa tornare in mente uno splendido brano antibellico del cantautore afroamericano Bill Withers, celebre per successi planetari come “Ain’t no sunshine”, “Lean on me” e “Just the two of us” e scomparso nel 2020.

Il brano in questione, scritto nel 1972 in polemica con la scelta americana di portare avanti l’insensata guerra del Vietnam, lo si può sentire anche su un meraviglioso disco dal vivo, Live at Carnegie Hall, con un’accorata e autoironica presentazione. Sembra quasi che Withers abbia letto questa lirica di Thomas Hardy e ne abbia ribaltato il punto di vista. “C’è uno strano ometto qui in Vietnam che io non ho mai conosciuto, che Dio lo benedica. Non gli ho mai fatto niente e lui mi ha sparato alle spalle.” Si ha pure la sensazione che spesso Hardy sfrutti i suoi componimenti poetici non tanto come valvola di sfogo per i turbamenti emotivi che l’insoddisfazione coniugale gli ha provocato e che le passioni extramatrimoniali amplificano dolorosamente quanto come messaggi in codice. “La divisione”, per esempio, scritta nel 1893, esprime la frustrazione dell’autore, non in grado di trasformare l’infatuazione per Florence Henniker – evidentemente, un nome che gli piaceva assai – in una relazione vera e propria. “Ma quell’ostacolo fra noi due/che nulla rompe o toglie di mezzo/è più che distanza o pioggia/mia Cara, e lungo più degli anni.”

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Come tutti i grandi scrittori, Hardy non fu indenne da critiche feroci. Tra i suoi detrattori si distinse in particolar modo T.S. Eliot. Ma le doti liriche di Hardy ebbero anche diversi ammiratori illustri: il nostro Eugenio Montale, per esempio, ma pure Virginia Woolf e Rupert Brooke.

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