Fantasmi dello Tsunami: memorie dal cataclisma che sconvolse il Giappone

Fantasmi dello tsunami (Èxòrma, traduzione di Pietro Del Vecchio pagg 320, euro 18) di Richard Lloyd Parry, corrispondente dall’Asia per il Times, racconta gli effetti devastanti dello tsunami del 2011

Lo Tsunami in Giappone del 2011

Lo Tsunami in Giappone del 2011

GdS 17 novembre 2021

di Rock Reynolds 

I grandi eventi cataclismatici segnano un’epoca, lasciando cicatrici difficili da rimarginare nel tessuto sociale e umano di una terra. Ne sappiamo qualcosa anche noi italiani, da sempre alle prese con un territorio fragile e con un’endemica incapacità di cogliere i segnali forti lanciati dall’ambiente in difficoltà o, peggio ancora, di amministrare il territorio con onestà e senso civico.

Ed è proprio il senso civico a non essere mai mancato per tradizione al paese del Sol Levante, quel Giappone i cui abitanti risiedono su una delle terre più sismiche del globo. Per il giapponese medio, i terremoti sono all’ordine del giorno e fin dalla più tenera età si insegnano ai bambini rigide misure di sicurezza, fino a fargliele introiettare come gli si insegna a parlare, a leggere e a scrivere. Eppure, ciò che accadde l’11 marzo 2011 nel nord dell’isola di Honshu, la più grande del Giappone, difficilmente avrebbe potuto sortire effetti meno drammatici di quelli purtroppo registratisi.

Fantasmi dello tsunami (Èxòrma, traduzione di Pietro Del Vecchio pagg 320, euro 18) di Richard Lloyd Parry, corrispondente dall’Asia per il Times, racconta – con una lucidità che non stempera mai del tutto il senso ineluttabile della tragedia – ciò che accadde quel giorno, ma, soprattutto, il modo in cui la popolazione si strinse e reagì a quello sconvolgente scherzo del destino con la sobrietà e l’efficienza che il mondo intero ha imparato a invidiare a quel lontano paese.

La parola tsunami è entrata di diritto nel nostro vocabolario, sostituendo l’ormai desueto “maremoto”. Eppure, anche nella memoria storica di noi italiani appare un maremoto di portata epocale, quello che nel 1908 rase al suolo una porzione consistente di Messina. Ormai nessuno chiama maremoto l’onda anomala scatenata da un terremoto marino di profondità. Tutto ciò dal 26 dicembre del 2004, data della terribile catastrofe che si abbatté sulle coste del Sudest Asiatico.

Quella raccontata in Fantasmi dello tsunami di Richard Lloyd Parry, però, non è tanto la cronistoria degli eventi che, come tutti sanno, si fecero ancor più drammatici per via della fuga di materiale radioattivo dalla centrale nucleare di Fukushima, quanto il ritratto di un paese in lutto, la fotografia di un popolo attonito che deve per forza rialzarsi quando ancora la conta dei morti e la stessa sicurezza che i dispersi non sarebbero mai più tornati a casa era assente. In fondo, è un tributo dovuto alle circa 18.500 vittime confermate e al dolore dei superstiti, privati di tutto e, spesso, condannati a continuare a vivere in un ambiente sfregiato per sempre e così saturo di sofferenza.

Ma andiamo per gradi: perché un disastro così immane proprio in quel luogo? Perché, nella prefettura di Myiagi, con il suo capoluogo Sendai, il fiume Kitakami fece da imbuto all’enorme onda nera scatenata dal terremoto sottomarino e perché la portata del disastro fu tale da neutralizzare in parte l’efficiente piano di evacuazione anti-tsunami previsto.

Richard Lloyd Parry per mesi si è avventurato in quel territorio devastato e, con garbo e pazienza, ha raccolto la testimonianza di chi si è sentito di rilasciargliela. Si percepisce spesso l’imbarazzo di chi, per dovere di cronaca, sente di invadere lo spazio inviolabile della sofferenza più intima. Soprattutto in un paese come il Giappone, in cui la casa è un santuario intoccabile e in cui la pubblica ostentazione dei sentimenti è tuttora considerata sconveniente, a maggior ragione in una zona rurale, tradizionale e isolata come quella sconvolta dallo tsunami.

Qualcuno racconta cosa ha visto quel giorno. “Qualcosa si muove attraverso il paesaggio come se fosse vivo, un animale dal muso marrone che sobbalza avidamente sulla terra. La sua testa è una schiuma di detriti.” Una sorta di leviatano moderno. Una scena che una foto non può descrivere. “Persino le immagini televisive” scrive l’autore, “non riuscivano a restituire l’ampia qualità del disastro, la sensazione di essere circondati dappertutto dalla distruzione.”

Hitomi, una delle tante madri dei bambini della scuola di Okawa, dove una scelta sbagliata nell’evacuazione ha condannato tanti innocenti alla morte, ha le idee chiare. “Era un inferno… Era come se fosse caduta una bomba atomica.” In effetti, solo due forze sono più nocive di uno tsunami: “la collisione di un asteroide o un’esplosione nucleare”. E la parola nucleare ha un che di ancor più sinistro nella psiche collettiva di quel paese.

“Ciò che è rimasto impresso nella mia memoria” dice un altro testimone, “sono i pini, le gambe e le braccia dei bambini che fuoriescono dl fango e dai detriti.”

Un quadro agghiacciante che stride con la capacità dei superstiti di farsi forza, di procedere con la ricerca dei dispersi, con il riconoscimento delle vittime e la pulizia e ricomposizione delle salme in vista di una pietosa sepoltura, con il non semplice reperimento del minimo indispensabile per tirare avanti: talvolta, un pugno di riso e una brocca d’acqua potabile oppure una tanica di benzina.

Non c’è compiacimento nelle descrizioni di scene disperate, figlie di un’apocalisse tangibile, percepita in silenzio come una punizione per qualche colpa collettiva atavica. Domina il senso dell’ordine che da sempre viene riconosciuto al popolo giapponese.

Ricordo un libriccino che l’allora abate del tempio zen “Fudenji”, sulle colline tra Fidenza e Salsomaggiore Terme, il maestro Fausto Taiten Guareschi, mi regalò diversi anni fa: Warm Hands. Era una raccolta di poesie scritte da Miki Onosaki, moglie del sacerdote di un tempio nella città di Ishinomaki, sull’estuario del fiume Kitakami. Il tempio diretto dal marito si era trasformato in rifugio per tanta gente rimasta senza casa. Le sue accorate parole nell’illustrare le liriche che raccontavano le esperienze di tanta gente disperata sono un piccolo inno alla vita. “Qualche giorno dopo il grande terremoto del Giappone Orientale, mi sono accorta di una cosa: sono diventata la ‘madre’ di questi trecento evacuati.”

I Fantasmi dello tsunami sono decisamente meno solari. Quella di Richard Lloyd Parry non è una lettura per cuori deboli. Lo spirito combattivo e il fatalismo sorridente di chi è stato risparmiato da quella terribile onda nera non riescono quasi mai a scalfire la cortina di dolore che domina la narrazione. Ma è un libro accorato, per molti versi dovuto.