Terra promessa e mai mantenuta: il fallimento del Birobidžan per il popolo ebreo

Il libro 'Dove gli ebrei non ci sono' della giornalista e attivista russo-americana Masha Gessen ricostruisce l'esperimento fallito del Birobidžan

Birobidžan

Birobidžan

GdS 7 novembre 2021

di Rock Reynolds 

Mentre qui in Italia c’è chi inscena proteste più o meno farsesche, indossando la divisa che gli ebrei erano costretti a portare nei campi di concentramento tedeschi, un interessante libro vede la luce nella nostra lingue. Un libro di per sé non può cambiare il senso della storia e nemmeno far virare gli stolti a più miti consigli, ma Dove gli ebrei non ci sono (Giuntina, traduzione di Rosanella Volponi, pagg 218, euro 18) della giornalista e attivista russo-americana Masha Gessen potrebbe contribuire a chiarire meglio la portata della diaspora ebrea e ad aiutare chi con superficialità usa un tragico travestimento per bacchettare un governo – il nostro, tacciato di liberticidio di stampo nazifascista – a capire quanta sofferenza questo popolo abbia patito anche a opera del regime sovietico.

Nel 1929, su ordine espresso di Stalin, una commissione di esperti indicò in una zona scarsamente popolata e altamente inospitale dell’estremo oriente dell’Unione Sovietica, a ridosso del confine con la Cina, il luogo ideale per stabilirvi una regione autonoma ebraica, il Birobidžan. La pianificazione in perfetto stile sovietico avvenne senza troppo successo tra il 1931 e il 1937 allo scopo chiaro di confinare in un territorio controllabile un gruppo etnico scomodo e potenzialmente pericoloso, almeno secondo Stalin, la cui ossessione centralista era nota. Naturalmente, è paradossale che, per evitare eventuali tendenze indipendentisti della nutrita comunità ebraica, si cercasse di esiliarla in un luogo periferico e lontano. Siamo alle soglie dello scoppio della seconda guerra mondiale, quando ancora il regime hitleriano non aveva del tutto mostrato la sua vera faccia inumana. La “notte dei cristalli”, infatti, si sarebbe consumata tra il 9 e il 10 novembre 1938 e avrebbe dimostrato definitivamente la fondatezza dei timori di chi, nella comunità ebraica tedesca e austriaca, veniva spesso additato come pessimista cosmico: non ci sarebbe stata alcuna tregua per il popolo ebreo e nessun cittadino ebreo sarebbe più stato al sicuro. I vagiti, o meglio, i rigurgiti antisemiti avevano radici profonde nella Mitteleuropa e ancor più nell’Europa orientale, dove ebbero luogo i primi pogrom soprattutto tra Ucraina e Lituania. “La storia degli ebrei di Russia era una storia che… aveva raggiunto il culmine con i pogrom ed era terminata con l’emigrazione. Per quelli che rimanevano in Russia c’era stato un tempo prima dei pogrom e un tempo dopo: un periodo di speranza seguito da un periodo di paura e di una paura ancor più grande e poi, di nuovo, di breve speranza, e poi una sorta diversa di paura, quando non si temeva più per la propria vita ma si temeva di non avere più di nuovo una speranza.” La nascita della regione autonoma del Birobidžan anticipa di poco l’epoca delle grandi purghe staliniane, soprattutto a Mosca. Molti intellettuali yiddish scamparono a tali purghe allontanandosi dalla capitale e, in certi casi, riparando proprio nel Birobidžan, talmente remoto da risultare difficile da controllare persino per un regime totalizzante quanto si stava dimostrando quello staliniano.

Dove gli ebrei non ci sono narra l’epopea di quella parte del popolo ebraico russo che, a migliaia si trasferì nel Birobidžan nella speranza finalmente di poter disporre di una propria terra, quella Terra Promessa che molti ebrei diffidavano di poter trovare in Palestina e che temevano di non poter raggiungere in America. Al pari di molti capitoli della storia ebraica, anche quello del Birobidžan non può dirsi particolarmente felice, nonostante parecchi intellettuali yiddish siano riusciti a trovarvi riparo dalle persecuzioni a cui erano sottoposti a Mosca e in altre città sovietiche in quanto ebrei e, soprattutto, uomini di pensiero invisi a qualsiasi regime totalitario. D’altro canto, il sogno stesso di fare dell’yiddish la lingua ufficiale della regione deve essere stato alquanto allettante per chi, in Unione Sovietica, lo parlava da sempre in famiglia e si sentiva sempre meno libero di farlo in pubblico.

Masha Gessen lo dice chiaramente: “Birobidžan… la peggior buona idea mai concepita… da un presupposto razionale… Perché sognare uno stato ebraico?... Tutto ciò di cui gli ebrei avevano bisogno… era di essere lasciati in pace, con la loro lingua e la loro cultura, entro i confini della loro casa. Una casa dovrebbe essere familiare e ben protetta… L’Unione Sovietica aveva colto la logica dell’autonomismo… trasformandola in un rifugio e in un incubo”. Attraverso le vicende di alcuni dei sommi intellettuali ebrei russi del periodo, a partire da Simon Dubnow (vittima di un assassinio politico) e David Bergleson (fatto fucilare da Stalin nel 1952 e riabilitato dopo la morte di quest’ultimo), Masha Gessen traccia un quadro inquietante del folle progetto staliniano: “Ancora una volta l’esperimento sovietico aveva dimostrato, con un grande sacrificio umano, che le persone possono sopravvivere dovunque”. Certo che nessun ebreo sano di mente avrebbe rinunciato di buon grafo alla vitalità intellettuale moscovita per una landa inospitale come quella del Birobidžan. Peraltro, in seguito, soprattutto mentre l’Europa cercava di riaffiorare dalle macerie della seconda guerra, migliaia di ebrei di famiglie in larga parte decimate dagli stermini nazisti raggiunsero il Birobidžan per ricominciare a vivere, segnando di fatto la fine prematura della traballante economia locale fondata su fattorie collettive in cui finivano per lavorare persone che non avevano le minime competenze e la minima passione per quel tipo di attività. Non che tali famiglie avessero grandi alternative: tornate a quelle che erano state le loro case prima dello scoppio della guerra, le avevano spesso trovate occupate da non-ebrei: “l’antisemitismo nativo, riacceso dagli anni dell’occupazione nazista, non era più tenuto sotto controllo dalle autorità sovietiche”.

La ricerca accurata sullo strano, tutto sommato triste e comunque fallimentare esperimento del Birobidžan (la cui attuale popolazione di 80.000 abitanti è solo al 18% ebrea) serve all’autrice per far luce su domande che riguardano il suo passato e quello di un popolo intero. “Prima della Rivoluzione russa, la maggior parte degli ebrei del mondo vivevano nell’Impero russo, dopo la seconda guerra mondiale la Russia era la sola nazione europea in cui la popolazione ebraica si contava non in centinaia e neppure in migliaia ma in milioni di individui. Come aveva fatto questo paese a liberarsi completamente della cultura ebraica?” Uno dei grandi intellettuali al centro del suo racconto, Simon Dubnow, era stato estremamente lungimirante, una sorta di Cassandra yiddish. Così scriveva nel 1923: “Berlino sta facendo le prove di un pogrom di strada, corredato dal pestaggio degli ebrei… La folla ha iniziato ad assalire le panetterie mentre nei quartieri ebraici picchiano i passanti ebrei. La Germania sta affrontando una grande crisi: è sul punto di annegare con tutta la sua cultura, o nel mare del nero o in quello del rosso”. Mancavano ancora dieci anni a “che ‘il mare del nero’ arrivasse ufficialmente a Berlino”. E sarebbe arrivato anche “quello del rosso”.