Il Caro...è Stato: quando una Nazione sparisce dalle cartine geografiche

Atlante dei paesi che non esistono più (Il Saggiatore, traduzione di Alessandra Castellazzi, pagg 263, euro 29) dell’inglese Gideon Defoe racconta di quei paesi che non furono mai o che furono per brevi periodi

Atlante dei paesi che non esistono più

Atlante dei paesi che non esistono più

GdS 2 novembre 2021

di Rock Reynolds 

Vi è mai capitato di fermarvi a riflettere sulla rapidità con cui, persino negli ultimi decenni del secolo scorso e nei primi di questo nuovo millennio, i confini nazionali sono cambiati, ridisegnando un quadro diversissimo da quello della nostra infanzia, quando il mondo di noi bambini veniva abbozzato a vivaci chiazze multicolori sulle cartine politiche appese alle pareti delle nostre aule?

A chi non ha mai fatto effetto una di quelle cartine, magari rappresentazione di un continente lontano, con il suo tesoro di ipotetici misteri da scoprire viaggiando con la fantasia, almeno per il momento? E chi non si è sentito spiazzato di fronte a una cartina nuova le cui macchie di colore non descrivevano più la geografia che aveva imparato a memoria?

La caduta del muro di Berlino è stata senza dubbio l’evento non militare che abbia sconvolto maggiormente l’assetto geopolitico internazionale del secolo scorso, ma il processo di cambiamento non si è mai del tutto interrotto. In fondo, lo stato nazionale come oggi noi lo conosciamo è una creazione relativamente recente, spesso una imposizione priva di un autentico fondamento non solo nel diritto internazionale ma pure nella storia e nella cultura di un popolo. Spesso ciò che le carte riportano è figlio o, quantomeno, nipote del colonialismo, uno dei mali oscuri dell’umanità.

Per questo, la chiave ironica può essere quella giusta per scardinare le brutture che in genere affiancano lo spostamento dei confini di un paese, se non la vera e propria attribuzione di un nome nuovo al medesimo.

Atlante dei paesi che non esistono più (Il Saggiatore, traduzione di Alessandra Castellazzi, pagg 263, euro 29) dell’inglese Gideon Defoe è una lettura amena ma non per questo meno ricca di spunti di riflessione e racconta le vicende di molti stati che, perdonandomi il bisticcio verbale, non sono mai stati. Verrebbe quasi da pensare che il cognome questo studioso di storia se lo sia scelto appositamente, per celebrare quel Daniel Defoe che ha donato all’umanità uno dei romanzi d’avventura per eccellenza: Robinson Crusoe.

Di avventurieri in grado di far arrossire Robinson Crusoe in questo Atlante dei paesi che non esistono più ce ne sono tanti e, dopo aver sorriso delle loro imprese bislacche, delle loro aspirazioni assurde e delle loro cadute di tono, potreste pensare che il personaggio romanzesco creato da Daniel Defoe sia tutto sommato più credibile. Eppure i veri protagonisti del libro di Gideon Defoe non sono gli uomini bensì gli stati che essi hanno tentato di creare. Sovente, quando qualcuno lascia le sue misere spoglie mortali, qualcun altro si prende la briga di farne l’elogio funebre o, quanto meno, di pubblicarne il necrologio. In quei casi, magnificare le virtù del caro estinto e sorvolare sui suoi vizi è pratica comune. La stessa cosa non si può fare quando si parla di una nazione scomparsa. Fortuna che ci sono i libri.

Atlante dei paesi che non esistono più è una lettura gradevole, inframmezzata da vivaci mappe di quelli che sarebbero potuti essere gli stati che non sono. D’accordo, una cartina politica è la mera rappresentazione grafica di qualcosa che non esiste in natura: i confini di uno stato nazionale sono una convenzione e, in quanto tale, si prestano a rimaneggiamenti più o meno frequenti, ma crescere con l’idea che uno stato abbia un nome e una delimitazione chiari e ritrovarsi, a distanza di pochi anni, di fronte alla sua frammentazione in una serie di staterelli dai nomi improbabili o a un suo inglobamento in federazioni più ampie può creare disagio e incertezza. Ancor oggi, fatico a scendere a patti con il fatto, per esempio, che Tbilisi e Kiev siano rispettivamente le capitali di Georgia e Ucraina e non di repubbliche sovietiche. Non che abbia la minima nostalgia. Non mi risulta facile nemmeno chiamare Myanmar quella che, fino a poco tempo fa, noi italiani chiamavamo Birmania. Certo, in questo caso i confini non sono cambiati, ma che dire del Regno di eSwatini, fino al 2018 chiamato Swaziland? Non sapevo nemmeno che avesse cambiato nome. E chi davvero sa quante nazioni indipendenti si trovino confinate in isolette sperdute negli oceani e, soprattutto, chi ne conosce la storia?

Gideon Defoe se la spassa alquanto a mettere alla berlina personaggi sostanzialmente sconosciuti ma pure figure di grande portata storica. L’intento semiserio è manifesto fin dai titoli delle sezioni: “Squinternati & Opportunisti”, “Malintesi & Micronazioni”, “Imposture & Regni perduti”, “Fantocci & Giochetti politici”. La parte del leone, si fa per dire, in questa sciarada dell’assurdo e dell’idiozia la fanno i maestri dell’ignobile colonialismo: inglesi, francesi e spagnoli. Tranquilli, però, non manca qualche esempio di fulgida dabbenaggine italica, incarnata dalla figura del “Vate” Gabriele D’Annunzio – “plateale promotore di se stesso, aspirante negromante, sciupafemmine” – descritto da Ernest Hemingway semplicemente come “un coglione”, per la sua impresa di Fiume alla testa di una “marmaglia corsara di fanatici ultraviolenti”. Sappiamo tutti com’è andata a finire. E conosciamo il misero naufragio del tentativo – “riuscito al cento per cento” è il commento caustico di Defoe – delle quattro potenze vincitrici della Grande Guerra di prevenire futuri disordini nei Balcani.

Ci sono naturalmente molti stati la cui storia effimera ha impedito che oggi ne resti traccia e che per lo più si trovano ai tropici. La Repubblica di Sonora, per esempio, nell’odierna Baja California, il tentativo abortito da parte di un certo Walker – “una persona con un livello di fiducia in sé degno di Tom Cruise” – che, con una sorta di americana armata di Brancaleone, tra il 1853 e il 1854 si rese protagonista del tentativo di impossessarsi di un’enorme penisola e di farne il proprio regno, “una situazione già al limite della farsa… diventata un’autentica farsa”. Al terzo tentativo – dato che molti degli avventurieri al centro delle microstorie di Defoe di almeno una qualità dispongono, ovvero la testardaggine – Walker riuscì a trasformare la farsa in tragedia, finendo davanti a un plotone d’esecuzione in Honduras. D’altra parte, la storia è costellata di miserie indicibili e di cadute di tono imbarazzanti, così come non mancano le situazioni di conflitto. A proposito di Rapa Nui (meglio nota come Isola di Pasqua), poco più di uno scoglio nel Pacifico, Gideon Defoe dice che, “persino bloccati nel mezzo dell’oceano, gli esseri umani troveranno un modo per litigare con circa il 50 per cento dei loro simili per qualche stupida faccenda”.

Ben venga, dunque, questa guida semiseria alla parcellizzazione geopolitica del mondo. Atlante dei paesi che non esistono più scorre piacevolmente e può darci qualche spunto prezioso per approfondire passaggi storici affascinanti quanto misconosciuti. In fondo, leggere le vicende semiserie degli avventurieri a cui sono legati i cammini e i destini di nazioni più o meno illustri regala qualche sorriso, facendone finire momentaneamente in secondo piano le miserie.