Orsola Severini: "Io e le altre donne dimenticate"

La nostra collaboratrice Orsola Severini esordisce con il romanzo autobiografico Il consolo, edito da Fandango Libri nel quale racconta la sua dolorosa esperienza di un aborto terapeutico

Orsola Severini

Orsola Severini

GdS 21 ottobre 2021

La nostra collaboratrice Orsola Severini esordisce con il romanzo autobiografico Il consolo, edito da Fandango Libri nel quale racconta la sua dolorosa esperienza di un aborto terapeutico

 

Com’è nato questo libro?

Dopo due figli, nel 2016, ho dovuto effettuare un’interruzione terapeutica per la mia terza gravidanza, perché il mio bambino aveva una patologia incompatibile con la vita. È stato un trauma molto profondo, su diversi livelli. Dopo ho sentito l’esigenza di parlarne, di raccontare la mia storia ma ho presto capito che di questo argomento nessuno vuole parlare…

Cosa intende?

La gente mi esortava ad andare avanti, e a “non pensarci più”, ma io non potevo e soprattutto non volevo dimenticare quell’esperienza, che capita purtroppo a migliaia di donne ogni anno in Italia e così ho deciso di mettere nero su bianco tutto quanto.

Pensa quindi che l’aborto terapeutico sia un tabù in Italia?

Assolutamente, lo dimostra il solo fatto che stiamo incontrando difficoltà anche a comunicare l’uscita del mio libro sulla stampa. Ci dicono che si tratta di un tema troppo “forte” …

Cosa significa effettuare un aborto terapeutico in Italia?

Significa innanzitutto scontrarsi contro il muro dell’obiezione di coscienza. Ad esempio, il medico che mi ha seguita nelle due precedenti gravidanze andate bene, con cui avevo quindi un rapporto da quasi dieci anni, mi ha abbandonata quando le ho detto che volevo abortire.

In che senso? Ha cercato di farle cambiare idea?

Non proprio, in realtà l’obiezione è molto più subdola. L’ecografia del terzo trimestre aveva evidenziato delle anomalie, confermate dalla villocentesi (esami fatti in un centro diagnostico indipendente), mi è stato chiaramente detto che il piccolo sarebbe morto durante la gravidanza o alla nascita, ma più si andava avanti e più era rischioso, anche per la mia stessa salute. Quindi era importante intervenire subito. Eppure, il mio medico mi ha detto “Ma perché non ci pensi un attimo? Tra un mese vediamo?”. Poi, quando ha visto che ero decisa ad interrompere subito, mi ha detto che non poteva darmi nessuna indicazione sul da farsi. Non l’ho mai più vista né sentita…

È comunque riuscita a interrompere la gravidanza?

Sì, mi sono rivolta a diversi ospedali pubblici di Roma. Al primo mi hanno mandata via dicendomi che l’unico medico che “faceva queste cose” era in ferie. Alla fine dopo varie peregrinazioni, ho trovato una struttura che mi ha aiutata, anche se in condizioni molto difficili.

In che senso?

In Italia oltre al 70% dei ginecologi è obiettore, il che significa che i pochi che non obiettano sono costretti a fare solo quello. Il reparto è fatiscente, un seminterrato in cui si lavora in una specie di catena di montaggio degli aborti. I medici hanno quasi tutti una certa età e non hanno certo il tempo o le risorse per dare supporto psicologico alle pazienti. Io ero emotivamente devastata, mio marito non è potuto entrare con me né alle visite, né in camera, come se questa cosa riguardasse solo me. Il personale è molto brusco, si è ricoverate insieme alle normali IVG, senza nessun riguardo o attenzione per le circostanze, è veramente molto difficile dal punto di vista emotivo.

Inoltre, per potere accedere all’interruzione terapeutica bisogna fare tutta una serie di trafile burocratiche nei vari reparti dell’ospedale dal genetista alla psichiatra ed è tutto tremendamente difficile in quelle condizioni.

Prima diceva per lei questa esperienza è stata traumatica su diversi livelli, cosa intende?

Innanzitutto, c’è il livello sociopolitico, quello di cui ho parlato ora. L’aborto è una legge dello Stato eppure accedervi è complicatissimo, lo è stato per me che vengo tutto sommato da una situazione di privilegio e vivo a Roma, non oso pensare come sia per donne che provengono da realtà più difficili.

Poi c’è un livello più intimo e introspettivo che dipende dalla storia personale di ognuna. Nel mio caso è stato ancora più complesso perché era da poco morto mio padre, un medico calabrese molto impegnato che mi avrebbe certamente sostenuta e aiutata in questa occasione. Non averlo accanto è stato terribile, ma è anche stata l’occasione per elaborare il suo lutto. Infatti, nel libro riaffiorano tutta una serie di ricordi legati al mio rapporto con lui. Un rapporto particolare perché mio padre era pieno di contraddizioni come molti uomini di sinistra della sua generazione.

Il racconto alterna quindi il presente dell’aborto e il passato di lei bambina con suo padre?

Si, e credo che in alcune parti del passato si rida anche molto, o almeno spero. Mio padre era un uomo eccentrico che mi ha trasmesso moltissimi valori e ideali ma era anche molto malinconico, aveva un attaccamento viscerale alla Calabria, dove mi portava ogni anno, pur vedendo i limite e le contraddizioni di quella terra. Sono tutti temi che ho cercato di affrontare nel mio romanzo.

Si è mai pentita della sua scelta?

Mai. Io quel bambino lo volevo e lo amerò per sempre, proprio per questo non mi sono mai pentita di avere abortito. Quando si diventa genitori si è responsabili non solo della vita dei propri figli ma anche della qualità della loro vita. E mio figlio non sarebbe mai stato un bambino felice. Quindi la mia scelta è stata un atto d’amore. È quello che vorrei venisse capito da chi giudica le donne come me. Un paio di anni fa ho letto un’intervista in cui il Papa paragonava le donne che hanno ricorso all’aborto terapeutico ai criminali nazisti, o a persone che non vogliono affrontare i problemi della vita. Io credo che se chi la pensa così leggesse il mio libro, cambierebbe idea. Non dico certo che si debba per forza condividere la mia scelta, ma che venga almeno rispettata come una scelta d’amore. Come io rispetto la scelta di chi avrebbe agito diversamente.