Sandra Bonsanti: "I pericoli della Prima Repubblica e della P2 sono ancora in agguato, mai smettere di lottare"

L'autrice del libro Colpevoli. Gelli, Andreotti e la P2 visti da vicino racconta la sua esperienza come cronista della Prima Repubblica

Sandra Bonsanti

Sandra Bonsanti

Giuseppe Costigliola 30 aprile 2021

In occasione dell’uscita del libro di Sandra Bonsanti Colpevoli. Gelli, Androtti e la P2 visti da vicino, abbiamo intervistato l’autrice, nota giornalista che ha portato avanti inchieste scottanti per “Il Mondo”, “Epoca”, “Panorama”, “La Stampa”, “Il Giorno”, “La Repubblica”, e “Il Tirreno” che diresse, parlamentare della Camera dei deputati nella XII legislatura e membro della Commissione antimafia, ex presidentessa dell’associazione di cultura politica “Liberta e giustizia”.

Nel suo libro compare più volte la lapidaria frase che le disse Tina Anselmi, anni dopo la scoperta delle liste della P2 e dei risultati della Commissione d’inchiesta da lei presieduta: “Sono ancora tutti lì”. A suo avviso la situazione oggi è ancora così allarmante?

La situazione non è molto cambiata, e certamente è allarmante. Io sono della scuola che quando qualcosa non è chiara per il cittadino che vuole capire cosa stia succedendo, e i mezzi d’informazione non lo aiutano a capire, allora bisogna fare un passo in più, bisogna indagare, sforzarsi di fare luce nelle zone oscure. In questa fase credo che ci siano molti motivi di preoccupazione in questo senso, è difficile dire che oggi lo svolgimento della politica, dei processi, dell’informazione sia chiaro a tutti. Bisognerebbe darsi più da fare a scavare nelle zone d’ombra, non rassegnarsi alle risposte facili.

La relazione finale della commissione Anselmi è un chiaro atto di accusa verso il canceroso sistema di potere occulto che governava l’Italia, ma è anche una dichiarazione di impotenza sulla possibilità di scardinarlo. Davvero non si poteva fare niente di più di quel che si è fatto?

A quell’epoca, visto il quadro generale, credo che fosse molto difficile, anche per il problema legato alla mafia, alla massoneria. Doveva succedere dell’altro, bisognava che anche su Sindona, sulla Sicilia, su tutta quella parte lì accadessero delle cose. Tina Anselmi non poteva fare di più, ricordiamo che la Commissione che presiedeva era politica, quindi lei badava a fare approvare almeno qualcosa che ci confermasse che gli elenchi della P2 saltati fuori, per quanto incompleti, fossero autentici, e questo lo ha fatto. Ci disse anche chiaramente che non finiva tutto lì, dietro c’era dell’altro, che andava oltre. Certo, ripensate ora ci sono delle cose piuttosto singolari, per esempio l’assenza del nome di Francesco Cosentino da quegli elenchi. Comunque molte informazioni sono uscite dopo, come i diari segreti di Andreotti, pieni di particolari che offrono nuovi spunti di riflessione. Se posso riassumere il senso del mio libro, a me premeva dare un giudizio su quelle vicende: oggi non si può chiedere di perdonare, di dimenticare, non è possibile perché tutta la verità non è ancora uscita, non la sappiamo. Noi non abbiamo nessun diritto di assolvere chi ha contribuito a creare quell’atmosfera di intrigo e di violenza che ha portato alla morte di tanti innocenti.

Per il suo lavoro d’inchiesta ha più volte ricevuto minacce, velate e dirette, anche da personaggi della politica molto noti. Ha mai avuto la percezione che davvero poteva capitare qualcosa a lei o ai suoi cari?

Sì, certo, vennero a casa mia con due taniche di benzina, io non ero in casa, c’era mia figlia che studiava, e per fortuna la portinaia, una donna meravigliosa, fu insospettita da questi due che con delle taniche salivano verso il mio appartamento, li rincorse e li fece scappare. Minacce ne ricevevo, a un certo punto, ricordo, alcuni di noi giornalisti avevamo una specie di macchina blindata che ci veniva a prendere, era morto Casaleggio e c’era un grande timore di agguati. Allora poi non c’era un’alleanza tra i giornalisti, non esisteva alcuna forma di protezione da parte della federazione della stampa, eravamo soli, percorrevamo una strada inesplorata e molti di noi venivano continuamente minacciati. La minaccia di Evangelisti mi fece davvero paura, quella di Lagorio meno, ancora non potevo capire che era una minaccia seria, l’ho compreso più tardi.

E cosa le dava il coraggio e la determinazione di continuare a svolgere il suo lavoro, malgrado le intimidazioni?

Scorrendo i miei taccuini mentre scrivevo il libro ho trovato un appunto del giorno dell’omicidio di Moro, il 9 maggio 1978: mentre tornavo in redazione, al “Giorno”, da via Caetani, mi dissi che quella cosa non gliel’avrei fatta passare e per tutta la vita avrei continuato a indagare. Mi faceva una tale impressione vedere un uomo assolutamente indifeso, in quello stato, ammazzato a sangue freddo, in modo così vigliacco, da persone che gli erano state vicine così tanto tempo, con una ferocia e una cattiveria incredibili. Insomma doveva esserci qualcosa di più della pura cattiveria dei brigatisti, non so cosa ma c’era, forse un giorno si saprà qualcosa di più.

Ormai sappiamo che Licio Gelli è stato il finanziatore occulto di tante stragi che hanno insanguinato l’Italia, un uomo dunque che aveva sulla coscienza centinaia di morti innocenti. Quando quel 21 aprile 1988 lei si presentò nella famigerata Villa Wanda e riuscì a strappargli un’intervista, quanto era consapevole della sua colpevolezza?

A quell’epoca sapevo quel che si sapeva rispetto alla scoperta della P2, alle cose che ci avevano detto i magistrati rispetto agli elenchi, a Calvi e tutta la vicenda del Banco Ambrosiano, quelle cose erano abbastanza conosciute. Però, il fatto stesso che Gelli s’infuriasse alle domande sui giovani neofascisti toscani ­– era una cosa che lo mandava in bestia – era indicativo. E infatti oggi è venuto fuori che era il finanziatore occulto dei gruppi eversivi di destra che facevano le stragi, Ordine nuovo, Ordine nero. Adesso, come si apprende dal processo di Bologna, ci sono le prove di quei finanziamenti.

Che ricordo le ha lasciato un personaggio fosco e ambiguo come Licio Gelli?

Era molto furbo. Sa, la furbizia dei toscani può essere molto pericolosa. A ripensare ora a tutto quel che si è saputo, agli strettissimi contatti che aveva con l’Argentina dei generali, al suo sostegno a Peron e a tutte le nefandezze che succedevano allora, è una roba che fa veramente ribrezzo. Allora, quel giorno dell’intervista, dall’atteggiamento sembrava semplicemente uno che ti canzonava, ti guardava come per dire “Ma tu dove vuoi arrivare, cosa vuoi sapere? Tanto certe cose non le saprai mai”. Poi mi cacciò, aveva solo accordato il servizio fotografico, io mi ero letteralmente imbucata, mi ero detta “Vabbè, ci provo”.

Che sensazioni si porta dentro nel rievocare quel periodo in cui portava avanti le sue indagini, che certo la coinvolgevano anche emotivamente?

Per me il momento più importante è stata la strage dell’Italicus, ho seguito a fondo l’inchiesta, anche perché è stata la mia prima indagine, e capitò anche che quegli evasi dal penitenziario di Arezzo piombarono in redazione al “Tirreno” per raccontare come avevano saputo in carcere che i responsabili dell’attentato erano Franci e Malentacchi, del gruppo fascista toscano. Quindi quella l’ho seguita con molta passione, anche perché, come dire, era la mia terra. E poi, se si fosse fatta luce su quell’attentato, forse non ci sarebbe stata la strage della stazione di Bologna. Sono anzi convinta che se si fosse riusciti a scardinare tutto quel sistema non avremmo avuto la più grave strage che ci sia stata in Europa dal dopoguerra.

Il mondo della P2, dei poteri occulti, delle stragi e dei servizi deviati, delle mafie e delle massonerie è un mondo prettamente maschile. Ora, nel suo libro compaiono molte figure femminili che hanno ingaggiato battaglie durissime contro questi sistemi criminali, illiberali e antidemocratici: penso ovviamente a Tina Anselmi, a Elisabetta Cesqui, alla moglie di Moro, di Calvi, alla sorella di Falcone, a lei stessa e oggi, per esempio, a Stefania Limiti. È una chiave di lettura anche questa del “gender”, del genere?

Guardi, mi chiama a nozze se mi chiede se le donne sono particolarmente sensibili alla ricerca della verità. Non è facile prenderci per il naso, darci un contentino. Se qualcosa non torna, in genere lo diciamo. Ovvio, queste sono delle generalizzazioni, però può darsi che faccia parte dell’anima femminile il non voler essere prese in giro, dire “Non me la stai raccontando giusta, gli imbrogli no”. Come le dicevo, ricordo benissimo che la mia voglia di verità venne fuori quel giorno tornando da via Caetani, quando mi riproposi “Io continuerò a cercare di sapere, di capire”. Quella morte mi fece una grande impressione, e non è che non avessi mai visto dei morti ammazzati, durante la guerra ero piccola ma purtroppo ne vidi tanti. Ma quello era un uomo inerme, un uomo mite. Sarà anche stato il politico accorto che probabilmente era, però in quelle condizioni la sua morte ha un che di inutilmente crudele, di vigliacco.

In un passo cita Balzac, secondo il quale esistono due storie: quella ufficiale, menzognera, che si insegna; e la storia segreta, vergognosa, nella quale si trovano le vere cause degli avvenimenti. Arriverà mai il momento per l’Italia di conoscere la sua storia segreta, su vicende come l’omicidio Moro e quella delle tante stragi?

A quel tempo non si poteva perché non si sapeva. I giornalisti e i cittadini per bene cercavano di ricostruire punto per punto, ma soltanto dopo le cose sono diventate più chiare. Adesso c’è ancora questo orgoglio della classe politica che vuole rivendicare la purezza della Prima repubblica. Io penso che nella Prima repubblica ci sono state tante cose buone e tanto coraggio da parte di alcuni, però non tutta la Prima repubblica è giustificabile per quello che è successo. Per questo ho intitolato “Colpevoli” il mio libro. C’è tanto da ricostruire su quelle vicende, ci vorrebbe uno storico vero, critico, che sia in grado di fare una ricostruzione anche politica, onesta. Nelle nostre ricostruzioni di cronisti manca una lettura politica della Prima repubblica. Tutta una serie di vicende andrebbero studiate da uno storico in grado di spaziare dalla politica, dalla storia dei partiti, che sono ancora da scandagliare, ai loro rapporti reciproci, consapevoli però dell’esistenza di tutta una storia segreta dietro quella ufficiale.

In che modo si possono sensibilizzare le giovani generazioni a conoscere queste pagine oscure della storia d’Italia, renderle consapevoli del pericolo che ancora oggi grava sulla nostra democrazia?

Nella mia esperienza trovo molto interesse nei ragazzi su queste storie. Faccio abbastanza spesso degli incontri con le scuole e cerco di comunicare queste storie, anche se, è chiaro, non si può spiegare tutto in un incontro. Ma trovo un grande interesse anche da parte degli insegnanti, in fondo la scuola ha retto abbastanza bene ai silenzi della Prima repubblica, che nelle scuole non aveva proprio parlato di quelle vicende, non aveva mai detto niente di tutto questo. Quindi credo che ci sia molto interesse da parte dei più giovani e anche voglia che non si ricaschi in questi tranelli. Purtroppo rimango convinta che questi tranelli sono sempre dietro l’angolo, quindi bisogna vigilare. Non c’è un modo di vivere tranquilli, sereni, in pace: non esiste. Bisogna sempre lottare.