Belfagor e Belzebù: l’orrorifica storia d’Italia raccontata in un libro di Sandra Bonsanti

Con il libro 'Colpevoli. Gelli, Andreotti e la P2 visti da vicino', Sandra Bonsanti ci accompagna alla ricerca di una verità sul passato di questo sventurato paese

Licio Gelli e Giulio Andreotti

Licio Gelli e Giulio Andreotti

Giuseppe Costigliola 30 aprile 2021

Due spettri si aggirano nella storia d’Italia: Belfagor e Belzebù. Così Craxi, in un memorabile articolo sull “Avanti” di quarant’anni fa, chiamava Gelli e Andreotti, pur non nominando quest’ultimo. In realtà, gli spettri che ancora infestano il nostro presente sono legione. Troppi segreti rimangono da svelare sulle criminali trame eversive della famigerata loggia P2, sulle stragi di stato, sugli inestricabili intrecci tra politica, finanza, mafia, massoneria, neofascismo, Vaticano e criminalità organizzata, autentico tessuto connettivo della storia d’un Paese che continua a conservare i suoi immondi scheletri nell’armadio, a celare terribili verità che potrebbero inchiodare chi ha versato sangue innocente e assassinato una nazione. Di quelle verità, di una precisa catena di responsabilità, la parte sana del Paese è ancora in attesa.

Quel che sappiamo di questa “storia sbagliata” lo dobbiamo a un pugno di eroici funzionari dello Stato, di giornalisti che hanno portato avanti con indomito coraggio inchieste pericolosissime, molti cadendo sul campo. L’orrenda trama, filo dopo filo, con la lentezza esasperante dei processi storici, si compone.

Un importante contributo giunge da un volume, il cui titolo risuona come un atto d’accusa: Colpevoli. Gelli, Andreotti e la P2 visti da vicino, edito da Chiarelettere (pp. 248, € 16). L’autrice, Sandra Bonsanti, è tra coloro che hanno speso buona parte della vita alla ricerca di un qualche brincello di verità, senza arrendersi alle minacce e alle intimidazioni d’uno spietato potere che ha gestito – che gestisce! – le sorti di questo sventurato Paese. Si tratta di una testimonianza preziosa, perché con le inchieste condotte con profondo coinvolgimento personale nei vari giornali e periodici per cui ha lavorato (“Il Mondo”, “Epoca”, “Panorama”, “Il Giorno”, “La Stampa”, “La Repubblica”, “Il Tirreno” di cui fu direttrice) Sandra Bonsanti si è occupata di molte sanguinose vicende, ha conosciuto tanti dei suoi attori. È un libro in cui si avverte il tormento che l’ha generato, come “di chi ha vissuto qualcosa di enorme che non è stato percepito” (parole di Stefania Limiti) –, che nasce da un’esigenza: “fare finalmente i conti con la storia dei poteri occulti”, trovare una risposta a tormentosi interrogativi: “Sarebbe stato possibile fermare il meccanismo del segreto prima che lo Stato diventasse uno Stato infedele?” E se sì, “Chi sono i responsabili? La responsabilità li trasforma in colpevoli?”. Un’urgenza affiorata nei primi giorni della pandemia di Covid-19, che ci costrinse a rinchiuderci nelle nostre case, forzandoci a spazi inediti di riflessione.

Le parole, in questa sorta di memoriale, hanno un peso tremendo: documentate, precise, taglienti, comunicate con uno stile nitido, incisivo come la lama d’un rasoio che penetra nelle verità occultate da un sistema mafioso sin nel midollo. Parole che intendono indagare una “piaga”, dolorosa, che molti si “portano dentro”: c’era e c’è uno Stato, quello dei moralmente sani e degli onesti, e “uno Stato deviato, uno Stato infedele”. O anche, come ha detto Gustavo Zagrebelsky, uno Stato fedele ad un “piduismo perenne”.

Questo è il primo, salutare shock indotto da queste pagine: bisogna prenderne coscienza, tutti, oggi più che mai. I due Stati, contrapposti eppure oscenamente attorti, sono abitati dai deboli il primo, dai potenti il secondo. I deboli “sono soprattutto gli innocenti, le vittime dello Stato infedele”: i morti nei treni, nelle stazioni, nelle piazze, per le strade della nostra Repubblica. Sono magistrati, componenti delle forze dell’ordine, “servi fedeli d’uno Stato infedele”. I potenti sono coloro che hanno tramato e tramano nell’ombra, seminando odio e violenza e tradendo il patto democratico a fondamento dell’Italia repubblicana, coloro che hanno essiccato le radici degli ideali costituzionali, che hanno distrutto l’economia e avvelenato la morale di un Paese che per rinascere aveva versato un gigantesco tributo di sangue e di dolore sopravvivendo ad un conflitto mondiale verso il quale una masnada di criminali l’aveva precipitato.

La storia parte da lontano: le trame atlantiche, una clamorosa intervista fatta dall’autrice nel lontano 1974 a un trafficante tedesco, Gerhard Mertins, amico del generale Vito Miceli (che fu capo dei servizi segreti italiani, affiliato alla P2), nonché del responsabile dei servizi segreti della Germania, Reinhard Gehlen, ex generale della Wehrmacht e capo del servizio segreto di Hitler. È dal putrido intreccio nato sul finire della Seconda guerra mondiale dalla collusione del nazifascismo e nuovi poteri che ha origine il morbo che avvelenerà l’Italia e molti Paesi europei, con l’accorta supervisione americana.

Il racconto procede in un “frugare tra i ricordi” che ancora oggi fanno “sobbalzare”, suffragato da brani di interrogatori, di sentenze, di diari, di articoli di stampa, della relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta che indagò sulla P2. Pagine piene di fatti e personaggi che ancora oggi, a nominarli, emanano sinistri bagliori: Maletti, Giannettini, la strage dell’Italicus del 1974 (a cui Bonsanti dedicò “tutta l’energia e l’entusiasmo di giovane giornalista”), Mario Tuti e le affollate bande neofasciste, le vicende del Banco Ambrosiano con l’omicidio di Calvi, di Ambrosoli e di Sindona, turpi faccendieri e morti oscure, la strage di Bologna del 1980, le bombe dei Georgofili del 1993 e la cupola di Cosa Nostra, i vertici di una DC che come una balena spiaggiata menava gli ultimi terribili fendenti prima di spirare, la trinità Gelli-Andreotti-Francesco Cosentino ­– un sacrilego rosario di morte e di violenza che attesta il reiterato assassinio della democrazia.

Una narrazione avvincente, come quella dell’intervista strappata a Licio Gelli nell’aprile del 1988, quando l’autrice, approfittando di un servizio fotografico, “piombò a villa Wanda inattesa”; della visita in casa del giudice Livatino appena ucciso dalla mafia, con il cuore addolorato e “pieno di domande senza risposte”; dell’incontro con Antonino Caponnetto, quasi a trovare conforto dal “nonno”, come tanti lo chiamavano; dell’amicizia con Tina Anselmi, lei sì politica dalla specchiata moralità. Un racconto punteggiato dalle minacce ricevute (anche da politici di spicco), dalle confidenze raccolte dai protagonisti di quell’epoca, che mette a fuoco una domanda inquietante: “È accaduto davvero che Stato e anti-Stato fossero tanto intimi da essere quasi una sol cosa? E quali sono le conseguenze di questo fatto, se davvero l’anti-Stato fu anche responsabile della politica delle stragi?”

Ma in queste pagine compaiono anche fedeli servitori dello Stato che hanno ingaggiato una lotta spesso mortale contro i poteri occulti: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Emilio Santillo, Ennio Di Francesco, Pio La Torre, Elisabetta Cesqui, Vittorio Occorsio, Gian Carlo Caselli, il generale Dalla Chiesa e suo figlio Nando, Antonino Caponnetto, Rosario Livatino, Giuliano Turone, Gherardo Colombo, Roberto Scarpinato: nei mefitici miasmi di questa storia, è un soffio d’aria fresca pronunciare i nomi loro e di tanti altri, ricordare il tributo di sangue versato per accertare una verità innominabile.

Il libro si conclude con un lungo dialogo tra l’autrice e la giornalista Stefania Limiti, dall’eloquente titolo “Dunque, la democrazia ha vinto?”, in cui si allarga il foschissimo quadro rappresentato e si sottolinea la cogente attualità delle vicende narrate, sintetizzata, ancora una volta, da una domanda: “In che condizione è stata ed è ancora oggi la nostra democrazia?” Gli armadi della vergogna sono ancora chiusi, le ramificazioni del potere occulto mai chiarite, e lo sconforto prende quasi il sopravvento: “Tante riflessioni, tante analisi, e oggi sembra che quella storia sia semplice e scontata”. Ma la conclusione è netta, decisa, come una vita spesa nell’inesausta ricerca della verità: “Colpevoli? Ce ne sono tanti, ma alcuni più di altri. Oblio? Assolutamente no. La memoria è sacra. Sarebbe un insulto per le vittime e la storia del Paese”. E un augurio: “Vorrei che questo libro, le mie esperienze e le tue riflessioni, servissero a non uscire dal gioco. A studiare senza pregiudizi la storia del dopoguerra. Prima dell’oblio, scaliamo la montagna”.

Soltanto così questo Paese potrà trasformarsi in una democrazia compiuta, fugando una volta per sempre gli spettri che ancora l’infestano e le loro odierne incarnazioni.