Milena Santerini e le 'forme dell'odio contemporaneo': come la rete amplifica il peggio di noi

La recensione a cura di Antonio salvati del libro di Milena Santerini: "La mente ostile. Forme dell’odio contemporaneo", (Raffaello Cortina Editore 2021, pp. 256, € 19)

Milena Santerini

Milena Santerini

GdS 22 marzo 2021

di Antonio Salvati 

In un tempo caratterizzato da una accentuata polarizzazione, non solo psicologica, ma anche e soprattutto sociale e politica, l’ultimo volume di Milena Santerini, La mente ostile. Forme dell’odio contemporaneo, (Raffaello Cortina Editore 2021, pp. 256, € 19) rappresenta uno strumento indispensabile, con diverse chiavi di lettura, per meglio comprendere i sentimenti di ostilità che permeano le nostre società. Da diversi anni modalità sempre più articolate di avversione e aggressività verso gli altri stanno prendendo il sopravvento, grazie all’utilizzo massiccio del web e dei social network, strumenti potentissimi, che amplificano odio e sentimenti negativi nelle nostre comunità. In un suo libro fortunato uscito nel 2019, Odierai il prossimo tuo, il cardinale Matteo Zuppi ci avvertiva che «l’odio, oggi, è un arsenale accumulato in abbondanza nelle relazioni tra gli uomini e custodito nei cuori con uno zelo degno di miglior causa: più ce n’è, meno ci si impegna a cercare di smantellarlo, ma lo alimentiamo e arricchiamo di motivazioni, così che ha raggiunto una capacità di offesa spaventosa». Per poi ricordarci che «il Vangelo è chiarissimo, semplice, oserei dire lapidario. Già la Scrittura, fin dal libro della Genesi, disinnesca la stessa origine dell’odio, rappresentata dalla ferita (reale o presunta) subìta da qualcuno, che diventa la giustificazione o la ragione del risentimento e dell’ostilità». E proprio il sentimento di ostilità e di risentimento sono efficacemente analizzati nel volume di Santerini che fin dalle prime pagine sottolinea che «verso gli “altri” è facile e istintivo provare e coltivare paura, avversione, ostilità e, in molti casi, una furia distruttiva». La storia è piena di guerre, scontri, battaglie e di nemici reali o inventati per contese sui territori o sui beni, per eredità storica, differenze di lingua o abitudini, ingigantite sino a farne motivo di violenza. Non sempre – spiega Santerini – il motivo è la gelosia, la concorrenza, la vendetta: «molto spesso basta che gli “altri” siano “altri”». Difficile avere una definizione di “odio”, che si presenta come uno spettro di emozioni, atteggiamenti e comportamenti. Per riuscire davvero a descriverlo, gli studi dovrebbero affrontarlo dal punto di vista storico, psicosociale, politico, giuridico, religioso, distinguendolo tra le sue mille manifestazioni.

Il nostro cervello è – si chiede Santerini - irrimediabilmente programmato per l’odio? Come tutte le emozioni umane sicuramente l’odio ha un’origine evolutiva. Sicuramente «l’odio si esprime inter-brain, cioè si comunica tra le persone. Se pensiamo alle guerre, ai genocidi e alla violenza incredibile a cui può arrivare l’uomo, non è difficile confermare la sua capacità distruttiva. L’odio si comunica, è contagioso, può diventare virale, e questo avviene attraverso un’attività neurale». Certamente, mentre l’amore è abitualmente verso una o poche persone, «l’odio diventa molto facilmente un fenomeno di gruppo, che richiede una comunicazione tra più individui. L’ostilità verso una singola persona può essere, come purtroppo sappiamo, abbastanza potente. Sono però le relazioni tra gruppi a generare più competizione e aggressività rispetto alle relazioni interpersonali». Occorre fare i conti con i pregiudizi e gli stereotipi. Mentre il pregiudizio - un fenomeno molto diffuso nelle relazioni sociali, tanto che si tende a considerarlo “naturale” – rappresenta una sorta di pre-comprensione della realtà sulla base delle proprie conoscenze manifestando valutazioni attraverso rappresentazioni cognitive acquisite nel tempo, gli stereotipi sono caratteristiche generalizzate attribuite ai membri di un gruppo sociale. Pertanto. pur essendo distinti, pregiudizi e stereotipi spesso operano in combinazione.

L’odio in tutte le sue forme sembra aver trovato un habitat ideale nella rete. Aggressività, ostilità e guerre non sono certo nate con Internet: alle origini dell’umanità c’è una violenza primigenia, espressa già dall’omicidio di Abele per mano di suo fratello Caino. Tuttavia, non possiamo neanche considerare i “nuovi” media estranei alle forme assunte dal discorso d’odio, o semplici strumenti neutri di comunicazione. Il mondo della rete e dei social è ben scandagliato da Santerini. I social media – spiega - presentano una duplicità di aspetti, cioè il bisogno di connessioni con gli altri e allo stesso tempo il narcisismo della società attuale. Da un lato esprimono il bisogno di soggettività e autorialità di ciascuno, attraverso un processo inedito che rende tutti autori e creatori di contenuti (tornano in mente le parole di Umberto Eco: «Danno diritto di parola a legioni di imbecilli»); dall’altro, presentano caratteristiche di semplificazione, velocità di riproduzione, anonimato e banalizzazione. Con dei pericoli da considerare, soprattutto in relazione alle nuove generazioni digitali: «nell’età della crescita lo sviluppo cerebrale è ostacolato da apprendimenti troppo veloci e meno intensi, tanto che c’è chi parla di “demenza digitale” per indicare i limiti di un uso sconsiderato delle tecnologie». I social hanno la funzione di riprodurre continuamente il nostro sé all’esterno: per affermazione identitaria e per ricerca di socialità. Anche se spesso con i social siamo insieme ma soli. Una delle caratteristiche che rendono così sfuggente il discorso sul web è la difficoltà di contestualizzarlo. Spesso le informazioni sono già codificate, il significato è stabilito in anticipo. Si forniscono stimoli e risposte, non il senso da attribuire alle cose. Chi si occupa di logica computazionalista elabora informazioni, mentre chi fa cultura interpreta e produce significato, operazione sensibile al contesto. Ugualmente accade con il discorso d’odio. L’hate speech si presta a prosperare e proliferare in forma liquida, in un ambiente altrettanto fluido, con forme di aggressività e ostilità destrutturate, banalizzate e popolari, in apparenza non ideologiche ma non per questo meno pericolose. Come ha mostrato Stefano Pasta, nell’interessante volume Razzismi 2.0. Analisi socio-educativa dell'odio online, si tratta di “pedagogie popolari”, filosofie educative legate a una visione interpretativa del mondo (l’altro come nemico, la gerarchia dei gruppi ecc.) la cui diffusione è fortemente influenzata dall’ambiente digitale. Molti sul web si credono di essere originali e capaci di criticare le versioni ufficiali dei fatti, ma in realtà alimentano il complottismo che porta a concentrare le proprie emozioni sulla paura e sull’”indignazione”, anziché sull’impegno a cambiare le cose. In tempi di menzogne e fake news, la sfida non si gioca solo sul piano razionale, ma soprattutto su quello emotivo. Chi è ingannato – precisa Santerini - spesso vuole esserlo perché la ricerca della verità o comunque di informazioni più attendibili è spesso più lunga e faticosa da raggiungere, mentre il complottismo usa semplificazioni e scorciatoie. In questa passiva accettazione della manipolazione si ripetendo a oltranza i messaggio distorti, sviluppando un forte senso di “evidenza” e di “verità” in quanto il messaggio viene associato a qualcosa di piacevole, o spiacevole, già presente nella psicologia delle persone. E’ necessario sviluppare spazi di riflessività morale, e questo vale per tutte le età, per dialogare senza considerare gli altri come nemici. Serve, infine, un forte mutamento culturale in cui dovremmo essere tutti coinvolti per favorire il passaggio dal sospetto generalizzato – cioè da quell’idea che porta al complottismo e alla cospirazione – al pensiero critico. Soprattutto chi è insegnante dovrebbe spiegare ai giovani che non c'è qualcuno che ti vuole ingannare – perché magari ti invita a vaccinarti –, ma c'è qualcuno, ci sono dei gruppi di potere che manipolandoti vogliono che tu odi. Abbiamo una grande sfida davanti a noi, la nostra responsabilità è raccoglierla.