Marco Tullio Barboni, 'Matusalemme Kid': la magia del cinema raccontata con gli occhi dell’infanzia

Matusalemme Kid è un duplice atto d’amore: verso il cinema e verso un uomo che di quell’arte ne ha fatto la vita, frequentandola in ogni sua forma: Enzo Barboni, padre dell’autore nonché regista di 'Lo chiamavano Trinità'

Marco Tullio Barboni

Marco Tullio Barboni

Giuseppe Costigliola 22 marzo 2021

“Chi perde il bambino che ha dentro di sé lo rimpiangerà per tutta la vita” ammoniva Pablo Neruda. “Nell’uomo autentico si nasconde un bambino: che vuole giocare” garantiva Friedrich Nietzsche. “L’uomo non smette di giocare perché invecchia ma invecchia perché smette di giocare” assicurava George Bernard Shaw. “Un fanciullo è il divino” dichiarava Carl Gustav Jung. E Fedor Dostoevskij: “Quando un uomo ha grossi problemi dovrebbe rivolgersi a un bambino; sono loro a possedere il sogno e la libertà”. Per non parlare della predizione di Cristo: “Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”.

Parte da queste considerazioni Marco Tullio Barboni (regista, sceneggiatore e scrittore appartenente ad una celebre famiglia di “cinematografari”) nel suo libro autobiografico Matusalemme Kid. Alla scoperta di un cuore bambino (Paguro edizioni, pp. 227, € 20), il terzo volume di un’ideale “trilogia del dialogo”, sorta di sperimentazione linguistica nell’arte del racconto, condotta a cavallo tra romanzo, sceneggiatura e drammaturgia. Architrave della narrativa di Barboni è appunto il dialogo: nei primi due lavori prendeva forma nel dibattito tra conscio e inconscio e nella conversazione tra un cane morto e il suo dolente padrone; qui i protagonisti sono il puer e il senex, il bambino e l’adulto che convivono in noi, dualità evocata già nel titolo, suggestivamente ossimorico.

Corredato di una doppia prefazione a firma della giornalista e critica cinematografica Baba Richerme e del produttore, sceneggiatore e regista Giuseppe Pedersoli (figlio del leggendario Carlo, alias “Bud Spencer”), d’una postfazione del fotografo e docente di Cinema, Televisione e New Media Giovanni Chiaramonte, e d’una splendida sezione, “Scatti di vita”, con fotografie di scena di celeberrimi film, Matusalemme Kid è un duplice atto d’amore: verso il cinema e verso un uomo che di quell’arte ne ha fatto la vita, frequentandola in ogni sua forma: Enzo Barboni, padre dell’autore nonché regista (con lo pseudonimo di E.B. Clucher) di Lo chiamavano Trinità e creatore della saga dell’indimenticata coppia Bud Spencer-Terence Hill, “nuove e indimenticabili maschere della secolare Commedia dell’Arte italiana”, come scrive Chiaramonte.

Il filo conduttore d’una “trama” che procede in maniera digressiva tra memorie e temi (amore, amicizia, cibo, guerra, caso, verità, empatia, inconscio, sesso), intessuta di colte citazioni e di battute ironiche dal sapido sapor di celluloide, è il racconto dei punti salienti della biografia di Barboni padre – una vita che vale davvero la pena di essere narrata per la forza morale che emana e gli insegnamenti che se ne possono trarre –, caratterizzato da una puntuale riflessione sul linguaggio con consapevolezza tipica dello scrittore di razza e retto da una solida impalcatura psicoanalitica, puntellato dalle tragedie e dalle commedie della Storia: la drammatica esperienza della ritirata della campagna di Russia durante il Secondo conflitto mondiale e la profonda amicizia instaurata con un commilitone che salverà la vita ad entrambi, vicende che si riverberano nella carriera intrapresa nella fabbrica dei sogni, prima come apprezzatissimo operatore di macchina, quindi come direttore della fotografia e regista di successo.

Dal padre, che ha insegnato al figlio a dar voce al fanciullino che ognuno reca in sé, soffocato dall’asfissiante coltre delle convenzioni e degli addomesticamenti della vita adulta, provengono storie e aneddoti tanto gustosi quanto intensamente pedagogici, vissuti e narrati con gli occhi dell’infanzia. Ecco allora scorrere vividi fotogrammi resi in un’arte dialogica degna di una magistrale sceneggiatura, che narrano in un mescolarsi di nostalgia e ironia il tempo ormai scomparso d’un cinema entrato nella leggenda, quello delle grandi produzioni hollywoodiane girate nella Roma degli anni ’50 e ’60, a Cinecittà e in Spagna (Vacanze Romane, Ben Hur, Spartacus, Il re dei re, Barabba) e di alcuni classici della filmografia italiana (Miracolo a Milano, Romolo e Remo, La baia di Napoli, I due marescialli, Il monaco di Monza, Gli onorevoli), tutti lungometraggi che videro l’opera di Enzo Barboni.

In queste pagine sfilano figure entrate nel mito: Clark Gable, Gregory Peck, Charlton Heston, Sophia Loren, Vittorio De Sica, Totò, William Wyler, Robert Wise, Stanley Kubric, Fred Zinnemann, celebri produttori, leggendari stuntmen (come Yakima Canutt, che nel mitico Ombre rosse si era lanciato tra i cavalli della diligenza al galoppo al posto di John Wayne, e suo figlio, controfigura di Charlton Heston sulla quadriga nella celebre scena del circo di Antiochia in Ben Hur).

Il punto di vista del racconto, il senso che si trae da queste storie, è dunque quello del “cuore bambino”, “un prigioniero ridotto al silenzio”, “stoltamente inascoltato” dagli adulti che pure lo hanno in sé, un cuore che va “a braccetto con la verità” e che gode d’un doppio privilegio: l’aver frequentato i set, e l’innata capacità di vivere con immediatezza il presente, il dono della curiosità e della meraviglia. È proprio questo sguardo “innocente” che gli consente di cogliere particolari e insegnamenti che ad un adulto, chiuso nella sua gabbia di pregiudizi, di conformismi e di false verità, sfuggirebbero: il potere salvifico del gioco (e il cinema “è il più grande giocattolo del mondo”, come gli insegna il padre che ha saputo conservare un “cuore bambino”), il potere eversivo dello sberleffo e dell’irrisione, il dovere di preservare entusiasmo e spontaneità, di coltivare il sogno, di sentire l’amore come stato naturale dell’essere.

Ed è lo sguardo dell’innocenza che compone scene e personaggi indelebili: l’incontro tra il padre e l’amico commilitone diciotto anni dopo i fatti di Russia, Giggetto il lattaio, comparsa nel film Ben Hur che durante le riprese della corsa delle quadrighe proferisce una memorabile battuta, l’anziano professor Francisco Javier Torres, che nella Spagna franchista degli anni Sessanta “impartisce con gioia, leggerezza e candore la più bella lezione di vita” all’infante autore.

Ma “la scoperta di un cuore bambino” non è riservata al Matusalemme che dialoga col bimbo sepolto in lui: è la rivelazione che ogni lettore attento ed empatico potrà avere di sé, riscoprendo come ascoltare “la voce del cuore” ed apprendendo “il segreto dei segreti”: “crescere senza mai diventare vecchio”.