Carmine Mari: "Il romanzo storico ci ricorda che il presente è fragile, ma la storia non invecchia mai"

Carmine Mari, autore campano, con il romanzo Hotel D’Angleterre (Marlin Editore, pagg 410, euro 18), si presenta al grande pubblico come una delle voce più interessanti del romanzo storico italiano.

Carmine Mari: "Il romanzo storico ci ricorda che il presente è fragile, ma la storia non invecchia mai"
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22 Marzo 2021 - 15.50


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di Rock Reynolds

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L’inglese Winston Graham era uno che la sapeva lunga. Nato nel 1908 e morto nel 2003, è noto ai più per aver creato il personaggio di Ross Poldark, protagonista dell’omonima saga ambientata in Cornovaglia a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento. Graham, un fine narratore, scrisse pure romanzi ambientati nel presente (per esempio, Marnie, che Hitchcock portò sul grande schermo), ma è al romanzo storico che deve in larga parte la sua fama e, pure, molte delle critiche piombate su di lui soprattutto dopo il successo della prima trasposizione televisiva della serie, nella seconda metà degli anni Settanta. La durezza degli attacchi subiti Graham decise di affrontarla con la sua consueta eleganza in un paio di pagine di una sua opera ignota ai più e, a differenza della saga dei Poldark (in corso di ripubblicazione integrale presso Sonzogno), mai tradotta in italiano: Pordark’s Cornwall, un memoir che ricostruisce la passione dell’autore per quella regione inglese, con splendide foto che ne fanno pure una sorta di guida dei luoghi “poldarkiani”. “Certi storiografi pensano che il romanzo storico imponga la visione forse ignorante, forse distorta, forse iper-romantica dell’autore su un’epoca passata. Ma ciò in larga parte vale per ogni romanzo, moderno o storico che sia. Qualsiasi bravo autore prende una serie di eventi e impone la sua visione su di essi. Se non c’è una visione personale, non c’è arte. Come diceva Cezanne dei suoi quadri: ‘Non ho cercato di riprodurre la natura, l’ho rappresentata’.”

In fondo, I tre moschettieri di Alexandre Dumas, Cime tempestose di Emily Brontë, Guerra e pace di Lev Tolstoj, Il nome della rosa di Umberto Eco sono tutti romanzi storici e la lista è solo casuale. Non diceva, forse, Alessandro Manzoni, ne I promessi sposi, che “Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo”? Anche lui la sapeva molto lunga.

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E la sa parecchio lunga pure Carmine Mari, autore campano che, con il romanzo Hotel D’Angleterre (Marlin Editore, pagg 410, euro 18), si presenta al grande pubblico come una delle voce più interessanti del romanzo storico italiano. Mai banale, sempre in bilico tra sapiente ricostruzione storica e spirito d’avventura, tra lo sviluppo drammatico della narrazione e un’ironia nei dialoghi che non guasta di certo, Carmine Mari è uno di quegli scrittori che vale la pena tenere d’occhio.

La sua è una passione verace per la storia, come ha avuto occasione di rimarcare rispondendo alle nostre domande.

Cos’è che la intriga tanto del romanzo storico e perché secondo lei ancor oggi è una forma letteraria così popolare?

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La ricerca di un senso del presente. La storia non invecchia mai, il presente si logora facilmente perché di esso ci sfugge il senso. Il romanzo storico ti dà l’occasione di ragionare coi se e coi (ovviamente la storia non si fa né con i “se” né con i “ma”), però con l’ipotetico e il verosimile e, allora, diventa un’ottima palestra di pensiero. Inoltre all’uomo piace sognare di visitare altri posti, e la storia è uno di questi. Credo che le radici siano importanti. Un romanzo, a mio avviso, può fare molto per la coscienza civile, anche solo rendendo più edotto del proprio passato chi legge. Quanto alla popolarità che il romanzo storico continua ad avere, nella storia non c’è solo il passato, ma una chiave, o meglio la speranza di una chiave per interpretare il futuro e, siccome siamo animali che tendono al caos, facciamo di tutto per evitare l’inevitabile entropia. È una battaglia persa, che spesso sfocia in conflitti gravi, ma le cause perse vanno combattute per questo. In fondo si nutre la speranza (o l’illusione) che il proprio presente sia meno peggio del passato. Infilarsi in un bel romanzone storico, può essere un ottimo rifugio.

Hotel D’Angleterre è ambientato a Salerno nel 1911. Cosa l’ha spinto a pescare una vicenda come questa e, soprattutto, proprio quell’anno, alla vigilia dello scoppio di una guerra che avrebbe insanguinato l’Europa?

Per quanto riguarda la mia città, è il luogo che conosco meglio di qualunque altro e questo mi rende sicuro nella scrittura. L’anno, il 1911, è capitato per caso. Mi ispirava una cartolina d’epoca, raffigurante l’Hotel d’Angleterre, dai cui ho tratto il titolo. È un periodo di trapasso, di crisi, nonostante la Belle Époque. Il nazionalismo di Corradini è agli esordi, ma trova subito una sponda importante in certe politiche governative, non più capaci di tenere assieme imprenditori e sindacato. Il sistema giolittiano veniva aggredito alla radice, da forze borghesi e proletarie, che in fondo erano le espressioni più dinamiche del paese, ma Salerno è nel Meridione… luci e ombre, tanto ombre. Una bella cornice e il preludio a ciò che accadrà da lì a qualche anno.

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Quanta verità c’è in questo romanzo?

Ho provato a tenere fermo il quadro storico, senza distorcere i fatti. Hotel d’Angleterre è un romanzo che si snoda sul filo della spy-story che e narra le vicende di Edoardo Scannapieco, aspirante giornalista, una sorta di freelance della Belle Époque, costretto però a sbarcare il lunario facendo l’interprete all’Hotel Angleterre di Salerno. Al suo primo giorno di lavoro, Edoardo inciampa in un’inspiegabile sparizione di importanti documenti del Ministero della Guerra, custoditi all’interno di una cassaforte. Siamo nel 1911, l’Italia pare decisa a voler recitare la propria parte tra le maggiori potenze europee ed Edoardo sarà coinvolto in una sottile caccia alla spia, dalla cui cattura dipende la vita di molti italiani. Per Edoardo i guai non finiscono qui, perché Amelia Minervini, la donna che vorrebbe amare, è impegnata in una petizione popolare per il diritto al voto delle donne, da inviare al parlamento. La cosa però non è ben vista da certi ambienti e dalla malavita e Amelia finirà ben presto nel mirino di gente senza scrupoli. Toccherà a Edoardo acciuffare la spia e togliere dai guai la tenace suffragetta.

Facciamo un giochino: se fra 50 anni le venisse in mente di scrivere un romanzo storico ambientato in questi giorni, dove lo ambienterebbe e di cosa parlerebbe? Ci sarebbe posto per il governatore De Luca, una sorta di moderno Richelieu?

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Un gioco maligno. Immagino un paese che in seguito all’emergenza Covid sia scivolato lentamente in un regime autoritario: decreti su decreti, elezioni rinviate, partiti cooptati nel governo e un altro virus da cui prenderà il via la lotta per la libertà. Sarebbe interessante inserirvi anche De Luca, ma dubito di poterlo fare: tra 50 anni sarà ancora lui il governatore.

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