La veggenza di Pier Paolo Pasolini

Articolo estratto dagli atti del convegno “Petrolio 25 anni dopo” tenutosi all’università di Pisa il 9 e il 10 novembre 2017

“Pier Paolo Pasolini photographed by Richard Avedon, New York, Sept. 24, 1966. © The Richard Avedon Foundation. @CittaPasolini”

“Pier Paolo Pasolini photographed by Richard Avedon, New York, Sept. 24, 1966. © The Richard Avedon Foundation. @CittaPasolini”

GdS 17 maggio 2018

di Giovanni Giovannetti


Mentre scrive Petrolio, Pier Paolo Pasolini è in cerca di una qualche rara fotografia di Eugenio Cefis (il presidente della Montedison, ribattezzato dal poeta Troya, è tra i protagonisti del suo incompiuto romanzo): nel gennaio 1975 le chiede a Mario Reali, il referente di Montedison in Unione Sovietica recentemente scomparso. Mario Reali promette a Pasolini qualche scatto di Cefis a Mosca, con tanto di colbacco sul capo. 


Perché Pasolini ha bisogno delle foto di Eugenio Cefis? A pensarci bene, un capitolo in fieri (e dunque “mancante”) nell'edizione di Petrolio uscita nel 1992, riguarda le fotografie che Pasolini cita con precisione perché forse destinate a entrare in quelle pagine. Non sappiamo se era sua intenzione includere delle fotografie nel libro, oppure procedere per accostamenti, come accadde nella coeva (1975) Iconografia ingiallita de La Divina Mimesis. Quest’ultima, a sua volta, sembra rimandare al fototesto pubblicato nelle pagine finali di un altro libro, La strage di Stato del 1970, che possiamo ascrivere tra le fonti di Petrolio.


Certamente, Pasolini va maturando un crescente interesse per l'interazione tra il linguaggio scritto e quello visivo e – come scrive lui stesso – «accanto alla ricostruzione letteraria ci sarà una ricostruzione critica figurativa» anche con immagini riprese dai giornali, poiché «tali illustrazioni sono di grande aiuto nella ricostruzione di scene o passi mancanti». Vediamone alcune.


Henke alla festa della Repubblica. 


All'Appunto 97 di Petrolio, intitolato I narratori, Pasolini tratteggia la figura dell'ammiraglio Eugenio Henke mentre fuma in controluce: «Confondendo il fumo della sua sigaretta col pulviscolo del raggio di sole che, caravaggescamente, irrompeva nel salone del Quirinale, se ne stava un uomo tutto vestito di bianco con un berretto bianco posato sul magro viso di minuscolo ragazzo invecchiato, ingrinzito anche dalla smorfia dovuta al fumo della sigaretta incollata alla bocca. Era il generale Eugenio Henke», ovvero il capo del Servizio Informazioni Difesa dal 1966 al 1970, prima di Vito Miceli.


La descrizione che ne fa Pasolini è l’ekphrasis della fotografia di Dario Bellini all’ammiraglio (non era generale), pubblicata il 4 agosto 1974 da “l’Espresso” a corredo dell’indagine di Giuseppe Catalano sui “mattinali” del Sid che venivano puntualmente recapitati a Eugenio Cefis (proprio così, il Servizio segreto di Stato era asservito anche a questo privato cittadino). E «dietro il raggio di sole, che accecava» scrive Pasolini, «pareva spalancarsi una voragine buia».


Se per la foto dell'ammiraglio Henke è facile risalire al singolo scatto, per altre è ipotizzabile solo il soggetto o la sequenza o l'argomento.


Quel DC9 tanto simile all'aereo dell’attentato a Enrico Mattei.


 In Petrolio, un'altra descrizione “fotografica” è quella del DC9 Alitalia caduto nel deserto. Pasolini lo descrive all'Appunto 98, intitolato L'Epochè: Storia di un uomo e del suo corpo: «Il DC9 stava finendo di bruciare: era tutto nero. Solo un pezzo della coda era stato risparmiato dalle fiamme. Il rottame che sembrava vile bandone era dipinto di giallo con una striscia blu».


L’aereo è ritratto proprio come il bireattore Morane Saulnier di Mattei caduto a Bescapè il 27 ottobre 1962, che Pasolini ha visto nelle foto pubblicate dai giornali a seguito dell'attentato: la coda è conficcata nel terreno, stesso colore dell'aereo.


Il suo corpo nudo, poco prima di morire. 


Sono le celebri foto di Dino Pedriali che ritraggono Pasolini nell'ottobre 1975 nella torre di Chia, chino sul pavimento mentre disegna più volte il profilo del suo maestro universitario Roberto Longhi su grandi fogli bianchi; e poi nudo, all'imbrunire, da oltre la vetrata della stanza da letto, disteso a leggere un libro sopra una coperta all'uncinetto.


Sono fotografie di cui Pasolini è al tempo stesso regista e interprete. Lui stesso sembra farne accenno nella lettera inviata a Moravia insieme al manoscritto di Petrolio: «Io ho parlato al lettore in quanto io stesso, in carne e ossa...»


Secondo Dino Pedriali, Pasolini avrebbe voluto pubblicare quelle foto in Petrolio, come fossero scatti “rubati”. «Ti fotografo dall’esterno, se sei d’accordo, oltre gli alberi e i vetri» dice Pedriali a Pasolini. Il poeta gli risponde: «Ti chiedo solo di farlo come se venissi sorpreso o, meglio, come se non mi accorgessi della presenza di un fotografo. Solo in seguito mi comporterò come se intuissi la presenza di qualcuno che mi spia di nascosto».


«Quando rientro» come racconta il fotografo a Lorenzo Viganò, che lo sta intervistando «lui si è già rivestito e mi viene incontro. “Separa questi rullini dagli altri”, dice. “E telefonami quando sono pronte, ma mi raccomando: non dire niente a nessuno. Appena vedrò le foto ti spiegherò dettagliatamente il lavoro. Ricordati però che avremo molti nemici, anzi tu ti creerai molti nemici, perché la gente non capisce”. Ci lasciamo così» («Fotografami qui, sarà uno scandalo». Pasolini tre giorni prima di morire, Dino Pedriali a Lorenzo Viganò, “Corriere della Sera”, 22 marzo 2011). Questi scatti Pasolini non li potrà mai avere, perché verrà assassinato qualche giorno dopo.


Il corpo di Giangiacomo Feltrinelli sotto il traliccio di Segrate. 


«Non era che il sedici o diciassette marzo 1972...», scrive Pasolini in Petrolio. Di ritorno dalla Siria, l'ingegner Carlo Valletti, protagonista del romanzo, apprende la notizia della morte di Giangiacomo Feltrinelli, saltato in aria a Segrate come un maldestro terrorista ucciso dall’ordigno che stava maneggiando: «L'immagine del traliccio ai piedi del quale Feltrinelli era morto divorava qualsiasi altra immagine reale che il continuare della vita cominciava subito a offrire come alternativa consolatoria (riuscendoci, alla fine). Ma il giorno del ritorno di Carlo dalla Siria ancora non si sapeva nulla dei particolari della morte di Feltrinelli: si sapeva solo che il morto era lui» (Pier Paolo Pasolini, Petrolio, Einaudi 1992, p. 230). 


Dopo la strage di Piazza Fontana a Milano del dicembre 1969, Feltrinelli decide di entrare in clandestinità. Come si è visto, l’editore morirà il 14 marzo 1972 in circostanze mai del tutto chiarite.


Ragazzi siciliani. 


 All'Appunto 3d intitolato Prefazione posticipata (IV), Pasolini descrive «una vecchia fontana alessandrina o romana, con in mezzo dei papiri, e intorno ragazzi mezzi nudi».


Siamo a Siracusa, e finalmente arriva la persona che stavamo aspettando: è una bella donna di mezza età dagli occhi azzurri «come quelli di certi gatti, e obliqui, ora pacifici – fin troppo – ora fiammeggianti ma instabilmente, di una aggressività nevrotica e intellettuale. La loro luce illuminava tutta la testa eretta, che assomigliava un po' a quella di certi ragazzi siciliani fotografati al principio del secolo da raffinati turisti tedeschi».


L'allusione alle fotografie del tedesco Wilhelm von Gloeden è palese; Pasolini pensava forse di riproporre in Petrolio una o più d'una di queste foto?


Il padre Carlo. 


Come Carlo Emilio Gadda ne La cognizione del dolore, Pasolini sembra ravvivare i suoi ricordi scorrendo l'album fotografico di famiglia. E la descrizione che lui fa di suo padre Carlo Alberto Pasolini all'Appunto 4 intitolato Continua la follia predatoria: che cos'è un romanzo? è appunto la descrizione di una fotografia del padre: «È rimasta una fotografia di mio padre diciassettenne, poco prima che partisse come volontario per la guerra libica: è un ragazzo molto bello. Forte come un toro, elegante, di una eleganza un po' teppistica, appunto, da figlio di una famiglia ricca e decaduta, viziato e rozzo nel tempo stesso; nei capelli e negli occhi neri c'è qualcosa di cattivo: è la sua sensualità che appare violentissima, e che lo rende troppo serio e quasi torvo. La purezza della sua guancia giovanile, la perfezione del suo corpo (era però un ragazzo di bassa statura, un bassetto) era quella di chi possiede un gran cazzo. Eppure tutto questo, insieme, esprimeva una volontà ostile, quasi l'eccesso di difesa di chi pur vantando violenti diritti sul presente, prevede una futura tragedia, che avrebbe trasformato i suoi diritti in degradazione».


Viene da pensare ad uno dei titoli più folgoranti di Pier Paolo Pasolini: Descrizioni di descrizioni. Pasolini sosteneva che la critica d’arte, così come la critica letteraria o cinematografica, consistono fondamentalmente in “descrizioni di descrizioni”. Questa sua felice intuizione potrebbe essere molto efficace per dare una definizione di ciò che è e rappresenta la cultura in generale. Ma non solo. Descrizione di descrizioni è anche sinonimo di indagine.