Lorenzo Balbi, direttore artistico del MAMbo: "Per i musei i numeri non sono tutto"

Abbiamo parlato con Lorenzo Balbi, direttore artistico del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, della condizione in cui si trovano i musei oggi, all’inizio della terza ondata

Lorenzo Balbi

Lorenzo Balbi

GdS 3 marzo 2021

di Chiara Zanini

Abbiamo parlato con Lorenzo Balbi, direttore artistico del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, della condizione in cui si trovano i musei oggi, all’inizio della terza ondata, e delle criticità dei ristori ottenuti con il Decreto Rilancio per le perdite relative al primo lockdown.

Balbi, come sono stati ristorati i musei?

Ci sono stati ristori per le perdite del primo lockdown, ossia per il periodo tra marzo e maggio 2020. Durante l’estate scorsa i musei sono stati riaperti, sebbene con grosse restrizioni e potendo contare su un numero ridotto di turisti e presenze e senza poter organizzare eventi. Da inizio novembre gli spazi sono stati richiusi per il secondo lockdown per poi riaprire -ma solo nei giorni feriali e non nei weekend- da febbraio (con una buona risposta di pubblico) e poi chiudere nuovamente la settimana scorsa per l’entrata della regione Emilia-Romagna in zona arancione. Per il momento non ci sono stati altri ristori o misure di sostegno per il secondo e il terzo periodo di chiusura.

Con quali criteri sono stati concessi i ristori?

Seguendo esclusivamente un criterio economico, ossia sulla base del totale delle entrate da biglietti dello stesso periodo nell’anno precedente (2019). Questo criterio ha consentito una risposta rapida ma ha alcuni punti deboli in quanto l’ammontare della cifra degli incassi da biglietti può variare in base a diversi fattori: il costo del biglietto stesso, le politiche museali di quel determinato momento, il contesto cittadino della stagione, il tipo di proposta culturale. Ad esempio alcuni musei avevano allestito in quel periodo del 2019 mostre ad ingresso gratuito perché in collaborazione con altri enti o associazioni, altri magari si trovavano in un periodo di allestimento, ecc...

Con la graduatoria finale del Fondo emergenze del Decreto Rilancio vediamo che il museo della Juventus ottiene 646 mila euro, quasi quanto la Fondazione Palazzo Strozzi a Firenze (769) - che non è un museo - e a discapito della GAMeC di Bergamo o del Centro Pecci a Prato, che non arrivano nemmeno a 17 mila euro, mentre il museo diocesano di Amalfi arriva a 322 mila euro e il Museo Civico di Siena 288, da sommare ai 201 della Torre del Mangia. Come si spiegano queste differenze? Chiunque abbia fatto mostre poteva accedere?

In Italia ci sono oltre quattromila musei e ovviamente c’è una grande diversità: musei pubblici e privati, musei che sono espressione di fondazioni, associazioni, spazi espositivi senza collezioni, musei ecclesiastici, musei aziendali… L’uniformazione non può tener conto delle diverse scelte espositive e di strategie d’azione anche molto lontane: un museo civico svolge attività mirate ad una ricaduta sul proprio territorio di riferimento investendo in didattica e mediazione, un centro espositivo per grandi mostre itineranti o un museo aziendale hanno certamente altri target. Così come trovo giusto che come sede dell’Istituzione Bologna Musei il MAMbo non possa applicare a bandi del Comune di Bologna, così troverei giusto che fosse inserita una selezione in questo tipo di graduatorie. Come istituzione pubblica che nel 2019 ha superato le 600.000 presenze, il nostro Consiglio di Amministrazione ha scelto di mantenere un prezzo accessibile per il biglietto: 5/6 euro per l’intero, con riduzioni a 4 e 2 euro e numerosissime entrate gratuite (studenti, over65), oltre alla Card Cultura... e abbiamo avuto 130 mila euro euro di ristori. Il nostro obiettivo non è guadagnare con i biglietti, ma poter svolgere una serie di attività fuori dalle mura dei musei e al loro interno che abbiano ricadute adeguate sulla comunità: a chi chiede quanti visitatori ha avuto ogni mostra (o peggio quanto abbiamo incassato dai biglietti staccati) rispondo che gli aspetti che ci devono interessare e su cui dobbiamo essere valutati si muovono, in primo luogo, nell’ambito della responsabilità sociale che oggi i musei pubblici sentono come uno dei riferimenti più importanti della loro attività.

Ed è vero che era possibile autocertificarsi?

Sì, presentando una opportuna documentazione a supporto. Sappiamo che l’erogazione dei contributi prevedeva dei controlli.

Si può dire che l’arte contemporanea ne esca penalizzata?

Molti musei di arte contemporanea hanno ricevuto cifre basse perché non sviluppano strategie dirette finalizzate all’incremento delle entrate economiche da bigliettazione, privilegiando una tariffazione accessibile e la scelta di progetti concepiti in prima istanza per far progredire la ricerca in ambito di cultura visiva contemporanea e dando opportunità di nuove produzioni agli artisti. Il dato è più appariscente, scorrendo la graduatoria, perché i musei di arte contemporanea, con queste diverse peculiarità sono accostati ai musei “faro”, a musei che non fanno mostre temporanee o a centri espositivi che ospitano esclusivamente grandi mostre itineranti.

C’è una visione dietro queste scelte?

C’è il grande tema della necessità dei musei, discusso in diverse circostanze durante l’ultimo anno e -a mio parere- nostro principale contesto di riflessione per il futuro. Soprattutto i musei pubblici non possono essere considerati alla stregua di altre ‘attività non necessarie’ con conseguenti scelte come le sollecite chiusure, l’apertura nei soli giorni feriali e i conseguenti impatti riguardo alla grande quantità di lavoratori che ruotano attorno alla produzione culturale.

Come è stata accolta la graduatoria dei ristori?

Nel dibattito che si è generato tra operatori del settore è emerso che si preferirebbe ottenere sussidi per produrre nuove mostre e progetti per ripartire, piuttosto che guardare a cosa successo nel recente passato. Questi ristori mandano indicazioni interpretabili in modi diversi, tanto che stiamo assistendo alla scelta di alcuni musei e istituzioni museali che rinunciano a riaprire fino a quando non ci sarà un flusso di visitatori -sopratutto turisti- di nuovo accettabile per una bigliettazione economicamente vantaggiosa. Al MAMbo e in tutti i musei dell’Istituzione Bologna Musei, invece, il Consiglio di Amministrazione ha deciso per la riapertura, pur sapendo che nei giorni feriali meno persone potranno venire al museo, per senso civico, per il significato che i musei devono rappresentare per la comunità.

Come conseguenza avremo mostre più commerciali?

La tentazione è grande e comprensibile, e nasce ben prima della crisi pandemica. Le mostre di ricerca sono certamente più costose, ed è difficile rientrare dei costi con i biglietti o il merchandising. Le mostre blockbuster sono in grado di attrarre un pubblico generico con più facilità e spesso sono più facili da realizzare, arrivando preconfezionate o organizzate da società private. Per fortuna ci sono ancora istituzioni e musei che badano alla scientificità dei progetti e al progredire della ricerca e non cedono direttamente a questa opzione; purtroppo indicazioni come quelle dei criteri per l’assegnazione del ristoro non fanno che aumentare la difficoltà in questa resistenza.