‘Tu es Libre’: Viola Graziosi, il dolore e la pietà di una madre

In scena al piccolo di Milano 'Tu es libre' di Francesca Garolla: una madre, Viola Graziosi, si confronta con la figlia che sceglie di recarsi in Siria per unirsi ai terroristi

Viola Graziosi

Viola Graziosi

GdS 15 ottobre 2020

di Giuseppe Cassarà 


Nel 1997 Philip Roth frantumava il mito americano con Levov lo Svedese, protagonista del suo capolavoro Pastorale Americana. La figlia adolescente di Levov, Mary, fa saltare in aria un ufficio postale, lasciando il padre a confrontarsi con la più atroce delle domande: è colpa mia?


L’aver generato un’assassina, aver cresciuto, nutrito, una nemica del genere umano: una colpa dalla quale non c’è espiazione, solo un eterno rimorso, una continua ricerca di senso. Levov non troverà mai una risposta e uno dei più grandi romanzi della letteratura americana contemporanea, un’epopea dei decenni più vibranti dell’American Dream, rimane in sospeso, terminando con un punto di domanda.


La lezione di Roth, a oltre vent’anni di distanza, è raccolta da Francesca Garolla, autrice dello spettacolo Tu es Libre, fino al 18 ottobre in scena al Piccolo di Milano. Una ragazza, Haner, annuncia che lascerà l’Europa per unirsi ai combattenti in Siria e lascia amici, amori e genitori a brancolare alla ricerca di un perché, mentre per lei comincia una vita da terrorista.


Già l’anno scorso Viola Graziosi ha interpretato una madre che affronta l’orrore incarnato nella figlia, ossia Chris MacNeil nella versione teatrale de L’Esorcista. Ma se in quel caso il male aveva un’origine riconoscibile, seppur soprannaturale, la sfida del suo personaggio nell’opera di Garolla e diretta da Renzo Martinelli, è interrogarsi sulla sua colpa di madre, fino alle conseguenze più estreme e terribili.


Trovi che ci sia qualcosa in comune tra queste due madri che hai interpretato?


Sono entrambe madri che sfidano il canone tradizionale: non sono ‘angeli del focolare’, sono donne giovani, sensuali, femminili, lavoratrici. La loro storia non si riduce all’essere madri. Due donne che nel momento in cui le figlie si perdono, non possono fare a meno di domandarsi se sia colpa loro, ma in un modo diverso da come potrebbe fare un uomo, un padre: entrambe vivono questo dramma come una sorta di ‘vendetta’, si domandano se hanno fallito nel loro ruolo di madri perché hanno scelto di essere donne.


Ma tutti i genitori, e tutte le madri, commettono errori.


 Non è un senso di colpa razionale, eppure c’è. È una colpa verso la figlia e anche verso sé stesse, un rifiuto violento verso una parte di noi stesse. Un figlio, una figlia, sono fisicamente parte della madre. È un legame che se spezzato genera una violenza indicibile, che nello spettacolo di Francesca ha il suo apice nel momento in cui il mio personaggio rifiuta di toccare la camera della figlia. “Questa è l’unica Haner che conosco, è l’unica che voglio”. Rifiutarsi di riconoscere la figlia, di affrontare questo dolore, è il vero dramma di questa madre.


Viviamo in una società, e in particolare in un paese, in cui la Madre ha un ruolo ben definito. La madre ‘cattolica’, che accoglie, consola, perdona. È ancora vero?


Non è un caso che avere un figlio è una scelta non più scontata per una donna. Io, per esempio, non sono madre, ma mi sono interrogata sulla maternità, anche per il mestiere che ho scelto. E in questa ‘crisi’ della maternità ritrovo una crisi umana, che ci riguarda tutti. Viviamo tempi in cui ogni nostra certezza viene messa in discussione, in cui ci affanniamo a cercare una risposta, una guida. La sconsolante realtà è che se una guida c’è, non l’abbiamo ancora trovata. E allora è qui che acquisisce senso il ruolo della madre ‘cattolica’, come l’hai definita: la pietà, la pietas della madre che accoglie, consola, perdona. E così la maternità diventa di tutti, perché tutti dovremmo avere pietà degli altri esseri umani.


Come si arriva alla Pietas?


Posso dire ciò che vale per me, anche attraverso il percorso che ho compiuto con questo personaggio: la via che percorre la Madre per tornare alla figlia è il dolore. Il dolore della perdita, la lacerazione del loro legame di carne. Cosa c’è oltre questo dolore così incomprensibile? Cosa rimane dopo quel momento in cui tutto cambia, niente è più come prima? Non ci siamo che noi, abbracciati a ciò che è rimasto. Non c’è altro che la pietà.


Ma nel corso del viaggio, oltre il dolore, si affronta anche l’oscurità.


Si affronta il mostruoso che c’è in ognuno di noi. Lo fa anche la Madre di Haner: dà la colpa al fidanzato della figlia, che è iraniano, cerca di far quadrare il mondo secondo le ‘regole’. Non è una donna razzista, ma lo diventa perché si cerca disperatamente di dare la colpa a qualcuno. Francesca ha scelto questo esempio, della terrorista, perché è il più pazzesco, ci risulta incomprensibile: perché una ragazza francese di buona famiglia, con un fidanzato, degli amici, una ragazza come tante altre, decide di dedicare la sua vita alla violenza? Cosa succedeva sotto i nostri occhi, senza che ce ne accorgessimo? Ce ne saremmo potuti accorgere? Queste domande sono naturali, ma lasciano il tempo che trovano. Non hanno una risposta, non offrono soluzioni. Sarebbe potuta andare diversamente? Forse. Non lo sapremo mai. Come affrontiamo ciò che rimane?


Sono moltissime domande.


E nessuna risposta certa. D’altronde, il teatro è questo, vedere cosa succede. Insieme.