I diari di Pieve: storie di vite da ogni angolo del mondo

Al Premio Pieve, anche quest'anno, come in tutti gli ultimi anni, è stata scelta un'autobiografia emblematica, quella di Tania Ferrucci

Pieve

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GdS 13 ottobre 2020

di Manuela Ballo


I diari continuano a traghettarci nella contemporaneità, anche in tempi come questi nei quali occorre mantenere le distanze e gli incontri, compreso quello che ogni anno si tiene a Pieve Santo Stefano, casa dell'Archivio Diaristico Nazionale. L'edizione di quest'anno, come ci racconta la direttrice organizzativa del Fondo, Natalia Cangi, si è tenuta nel pieno rispetto delle norme imposte dalla pandemia che li ha spinti a mettere in pratica comportamenti e protocolli estranei alla natura del Premio stesso, e che hanno, per questo, comportato un lavoro faticoso e meticoloso. “Pieve, è un piccolo centro, e non ha a sua disposizione strutture che consentano di ospitare, in tutta sicurezza, il grande afflusso di visitatori che puntualmente, in questa occasione, accorrono da tutt’ Italia. Quest’anno più che mai ci siamo dovuti confrontare con dei numeri molto limitati e abbiamo, inoltre, richiesto la prenotazione obbligatoria ai partecipanti” -dice Natalia Cangi, che poi, aggiunge con un velo di nostalgia - “L’ approccio è cambiato totalmente. Siamo una comunità che si dà appuntamento ogni anno e che diventa via via sempre più numerosa accogliendo nuove persone. Tutto questo, purtroppo, si è scontrato con le regole imposte, quest’anno, dalla pandemia.
Ma per fortuna c’è lo streaming, che ha permesso a molti di ascoltare e vedere in diretta tutti gli avvenimenti della manifestazione, attraverso i canali social dei quali si è dotata la Fondazione.
Non è stata intaccata però la struttura del premio, né il costante flusso di diari provenienti da ogni angolo del mondo. Sono testimonianze di storie passate e presenti che arricchiscono il denso patrimonio di quello che sta diventando una sorta di mausoleo dell'autobiografia. Pagine e pagine che ci trasportano nella complessità dell'oggi con storie personali scritte con il sudore di una dura vita vissuta, di esperienze inedite che si trasformano in potenti messaggi di comprensione e di rispetto verso le molte facce della diversità. Al Premio Pieve, anche quest'anno, come in tutti gli ultimi anni, è stata scelta un'autobiografia emblematica, definita da Natalia Cangi come “complessa e difficile, da leggere ma anche da scrivere e raccontare perché tratta un tema all’ordine del giorno”.
Quella che Tania Ferrucci ci racconta nel suo diario, è la storia di una rinascita lenta e faticosa, in cui la donna ripercorre tre momenti molto difficili che corrispondono a tre svolte rilevanti della sua vita: a tredici anni inizia a prostituirsi, a ventisei affronta l’ intervento di vaginoplastica e a trentanove inizia la sua rinascita con un percorso che l’ha portata a uscire fuori dal tunnel della tossico dipendenza e della prostituzione, nel quale era caduta. “È un processo complesso quello che lei racconta – spiega Natalia Cangi- legato al degrado, alla sofferenza, alla violenza, alla prostituzione e alla tossicodipendenza e la giuria l’ha premiata sapendo come sia raro trovare testi di questa intensità. In un certo senso abbiamo voluto dare un segnale, perché l’archivio fa sentire la propria voce anche in questo modo. Difatti la nostra missione consiste nel dar voce a chi non ce l’ha, per questo ci impegniamo e poniamo la nostra attenzione su storie complesse, ma sicuramente necessarie”.
La storia di Tania sarà pubblicata in un volume, in questo consiste il vero Premio, " Nei miei okki" che uscirà nel settembre 2021. L’ argomento su cui si basa la storia di Tania era già stato trattato nella stupenda canzone di De André (Princesa) ma qui prende corpo e sostanza non da un'espressione poetica, ma dalle parole di colei che ha transitato con dolore i passaggi di mondi e le ostilità che di volta in volta hanno mostrato il loro vero volto.
Le mille storie hanno non solo a pieve una casa, dove abitare, ma riescono anche a mostrarsi al pubblico nel piccolo museo dove la materialità degli oggetti custoditi e mostrati (il lenzuolo testamento, i veri brogliacci e i quaderni, gli oggetti quotidiani della scrittura) convivono con la loro trasformazione digitale. L’ archivio ha digitalizzato circa il 90 percento del suo patrimonio documentario, oltre novemila autori unici e più di un milione e trecentomila pagine scritte. La Fondazione, inoltre, sta da anni costantemente lavorando sulla digitalizzazione dei documenti, ma anche sperimentando un uso fortemente innovativo della rete. Sono infatti, e vengono tuttora allestite piattaforme digitali che permettono di accorpare i diari in tanti diversi segmenti, creando così una sorta di storia nelle storie. La direttrice rimarca quest’aspetto innovativo del premio: “È un versante parallelo a quella che è la valorizzazione tradizionale che noi facciamo attraverso il premio, le pubblicazioni a stampa, la ricerca e la comunicazione, si tratta di un’attività ad ampio raggio nella quale una parte è evocata dal digitale e l’altra è legata a strumenti che noi, fin dalla nascita abbiamo sempre frequentato”.