I cani irriducibili di Belfast

I cani di Belfast di Sam Millar (Milieu, traduzione di Marta Milani, pagg 228, euro 16,90) è più che una conferma: Sam Millar è un favoloso narratore, nel solco dell’hard boiled di qualità.

Sam Millar

Sam Millar

GdS 22 luglio 2019

di Rock Reynolds
Quando, un paio di anni fa, in Italia uscì On the Brinks, una sorta di memoir diviso tra l’infanzia in una Belfast in fermento prima di finire nel famigerato carcere di Long Kesh e anni trascorsi a New York con una nuova pesante detentiva nelle prigioni degli Stati Uniti, i segni di un talento letterario sul punto di sbocciare erano già più che evidenti.  I cani di Belfast di Sam Millar (Milieu, traduzione di Marta Milani, pagg 228, euro 16,90) è più che una conferma: Sam Millar è un favoloso narratore, nel solco dell’hard boiled di qualità. I cani di Belfast, un libro divertentissimo, dai dialoghi incalzanti, è il primo capitolo della serie di Karl Kane, un detective che all’estero sta riscuotendo notevole successo con i suoi modi spicci e le sue avventure non convenzionali. Eppure, in questa saga Sam Millar, che ha esperienze di lotta armata e fama di essere un irriducibile dell’IRA, non parla minimamente di politica. È lui stesso a spiegarcene la ragione. “Credo che di brutti libri su Belfast ne siano stati scritti fin troppi, solitamente da pessimi autori inglesi asserviti alla propaganda filo-britannica. Io mi sono impegnato a mostrare il vero volto della città: corruzione, povertà, senzatetto e droga. Mi è stato detto spesso che, se avessi tenuto la bocca chiusa, mi si sarebbero aperte altre porte e io non sarei più finito sul libro nero, ma chi se ne frega. So che i politici mi detestano, una cosa che io adoro.”


Quand’è che ha pensato per la prima volta di scrivere?


L’ho capito a 9 anni. Mio padre lavorava sulle navi mercantili ed era lontano da casa otto mesi all’anno. Quando tornava da New York, mi portava a casa un sacco di fumetti americani. E io me ne sono innamorato, soprattutto delle storie fantastiche scritte da Stan Lee, presidente della Marvel. In molte carceri in cui sono stato rinchiuso per motivi politici dal governo inglese, ho consumato qualsiasi libro su cui riuscissi a mettere le mani. Un mondo senza libri e parole sarebbe un incubo.


Ci sono stati o ci sono scrittori che ritiene fondamentali per la sua formazione?


Ce ne sono stati due in particolare. Uno scrittore e drammaturgo irlandese, Walter Macken, che scriveva romanzi sulla lotta per preservare la libertà, la cultura e la lingua irlandesi dal giogo britannico, per cacciare gli inglesi e il loro esercito dal paese. Il secondo è il leggendario romanziere americano Cormac McCarthy, forse il miglior scrittore al mondo. Ritengo Non è un paese per vecchi il romanzo noir perfetto.


Come nasce Karl Kane, un personaggio favoloso e innovativo?


Basandomi su mio padre, Big Sam, e su Jim Rockford (ovvero il James Garner della serie televisiva Agenzia Rockford). Mio padre era un socialista sempre pronto a difendere i reietti e i perseguitati. Jim Rockford è un personaggio televisivo americano, un investigatore privato sgangherato, costantemente in difficoltà, proprio come Kane, che però ha il cuore d’oro.


Quand’è che hai pensato per la prima volta, “Basta! Questo stato di cose non lo accetto più”, e hai abbracciato la lotta armata?


Non è successo dall’oggi al domani. Per un giovane cattolico-repubblicano, crescere a Belfast era durissimo. I cattolici erano trattati come bestie, come cittadini di serie B dai protestanti-unionisti. Malgrado un livello di istruzione superiore, a noi cattolici non toccavano mai i posti di lavoro migliori. La norma prevedeva inevitabilmente la sconfitta elettorale dei cattolici, in base a una ripartizione iniqua dei collegi di voto. Non ci voleva un genio per capire che il sistema era ingiusto, concepito per favorire i protestanti, che inoltre disponevano e dispongono tuttora di una forza di polizia settaria, l’RUC. Belfast era un posto orribile per un cattolico e la mia vita personale ha complicato ulteriormente le cose, dato che mio nonno era un membro di spicco dell’Ordine degli Orangisti, una potentissima organizzazione anti-cattolica simile al Ku Klux Klan americano. La cosa strana, però, è che mio nonno conobbe una donna cattolica e, invece di odiarla, se ne innamorò e la sposò, finendo per essere ostracizzato dalla famiglia e per fare dieci figli, che ebbero tutto un’educazione cattolica. Mio padre tentò di alimentare in me un interesse a capire meglio le ingiustizie del mio paese, ma la verità è che a 15 anni mi interessavano soprattutto ragazze e discoteche. Quell’anno, però, le cose cambiarono grazie a un’esperienza traumatica: partecipai alla marcia di Derry per i diritti civili con mio fratello, in quella che finì per essere nota come Bloody Sunday. Quattrodici civili assassinati dai paracadutisti inglesi. Una giornata che non scorderò mai. L’altra cosa che mi sconvolse fu l’assassinio settario del mio migliore amico, ucciso da terroristi britannici per il solo motivo di essere cattolico. Capii che le marce per i diritti civili non ci avrebbero portato da nessuna parte e che, se non avessimo fatto qualcosa, prima o poi ci avrebbero massacrati tutti. Era venuto il momento di reagire e così entrai nell’IRA e lottai con tutta la veemenza possibile.


Per un giovane l’IRA era più una vocazione oppure uno slancio romantico?


Posso parlare solo per me: non ci ho mai visto nulla di romantico. Si trattava di un impegno costante, ventiquattro ore al giorno, in cui rischiavi la morte in qualsiasi momento. Me la facevo sotto dalla paura. Era la coscienza a spingermi a difendere la mia gente. Avrei potuto lasciare che a farlo fosse qualcun altro, ma mio padre mi aveva cresciuto in un altro modo. Sono orgoglioso di aver combattuto contro gli inglesi e di aver sempre tenuto la schiena dritta. I crimini da loro commessi nel mio paese e la loro arroganza colonialista e fascista che li spingeva a credere che forza e giustizia fossero la stessa cosa gridavano vendetta da secoli.


Una volta mi ha detto che in casa sua non si parla di religione e politica. Perché?


Politica e religione inevitabilmente fanno scoppiare una lite a Belfast. Gli amici dei miei figli vengono da famiglie di diversa estrazione religiosa e noi non vogliamo che si sentano a disagio a casa nostra. Per lo stesso motivo, non parliamo mai di politica. Le ferite della guerra non si sono mai del tutto rimarginate ed è essenziale fare attenzione per evitare di riaprirle. 


Lei è stato compagno di detenzione di Bobby Sands. Che ricordi ha di lui?


Conoscere lui e tutti gli altri partecipanti allo sciopero della fame è stato un onore. Bobby occupò per anni la cella accanto alla mia nei famigerati H-Blocks. Nell’altra cella c’era Joe McDonnell, a sua volta morto in quello sciopero della fame. Bobby aveva un cuore gentile, era un bravo cantante e uno scrittore e un poeta di talento. Era pure un favoloso narratore. La prima volta in cui ci vedemmo, eravamo entrambi nudi e insanguinati dopo un pestaggio da parte di secondini sadici. In seguito, ridemmo della scena: due uomini adulti, nudi e coperti di sangue. Proprio quello che gli inglesi non avrebbero mai voluto vedere, nella convinzione di poterti spezzare a loro piacimento con torture e umiliazioni. Una soddisfazione che da noi non ebbero mai. Bobby era umile ma dotato delle qualità del vero leader. Gli piaceva il calcio e la sua squadra del cuore era l’Aston Villa! Già, la classe operaia irlandese e quella inglese hanno un sacco di cose in comune. Sono i poteri forti e il governo a voler distruggere tale legame. Divide et impera.


Lei non è un sostenitore degli accordi del Venerdì Santo. In quale modo li ritiene un tradimento della causa repubblicana?


Senza quegli accordi, il presidente Bill Clinton non avrebbe mai emesso la grazia che mi fece uscire da un penitenziario americano in cui scontavo una lunga pena per la più grande rapina ai danni di un portavalori della storia americana. Penso che Gerry Adams abbia firmato la resa senza ottenere nulla in cambio. I cattolici vengono tuttora incarcerati senza processo, la polizia è tuttora schierata apertamente dalla parte dei protestanti, le famiglie cattoliche subiscono tuttora angherie e i bambini cattolici restano tuttora traumatizzati. La storia ci insegna che non è il caso di fidarci degli inglesi. I casi sono due: Gerry Adams è uno sciocco oppure un traditore della causa repubblicana. E vi posso garantire che sciocco non è…


Come vede la situazione attuale dell’Irlanda del Nord?


Non credo che il conflitto possa tornare ai livelli di un tempo. Quando facevo parte dell’IRA, godevamo di un sostegno popolare enorme. Senza quel sostegno, non sarebbe possibile portare avanti una campagna militare prolungata con successo. Ecco perché gli inglesi non sono mai riusciti a sconfiggerci, malgrado una schiacciante superiorità. I gruppi repubblicani di oggi sono poca cosa rispetto all’IRA a cui appartenevo io. La gente non vuole un’altra guerra, ma non sembra che gli inglesi abbiano imparato la lezione. Basta dare un’occhiata a quella follia chiamata Brexit per capire quanto siano subdoli. Se continuano a internare persone, a devastare case e a favorire gli unionisti rispetto ai nazionalisti, la gente penserà, al diavolo gli Accordi del Venerdì Santo, e le cose prenderanno una bruttissima piega. Spero di no. Non voglio vedere una sola persona restare nuovamente uccisa nella lotta di liberazione del nostro paese dagli inglesi. La gente da entrambe le parti merita qualcosa di meglio. Merita la pace. Però, pace senza giustizia non significa nulla.