Letteratura e civiltà, Cotroneo: “Racconto l’Italia che ha perso la sua memoria”

L'intellettuale racconta nel volume 'Niente di Personale' trent’anni di Italia e lo fa proprio attraverso gli occhi critici ed attenti

Roberto Cotroneo

Roberto Cotroneo

GdS 24 giugno 2019

di Stefano Pignataro 

“…stiamo assistendo al paradosso dell’estrema velocità che ci sta portando a questa nuova forma di lentezza, a questa nuova forma di pensiero, ad un’organizzazione mentale diversa. Cambierà il modo di decidere ma cambieranno soprattutto le ragioni delle decisioni. Dunque anche l’etica e la politica. E sarà un’altra rivoluzione”. Analizzando questa analisi estrapolata da una riflessione sull’universo digitale, salta subito all’occhio dell’attento lettore quanto sia sostanziale per uno scrittore come Roberto Cotroneo, oggi uno dei giornalisti e scrittori più acuti della nostra Letteratura, accostare uno studio comparatistico e ponderato sulla scrittura tradizionale e sui novelli criteri di scrittura e, conseguentemente, di strutturazione della società. Del resto lo scrittore alessandrino, già collaboratore dell’Espresso e del Sole 24 Ore, firma del Corriere della Sera e del magazine Sette (con la rubrica Blowin in The Web), è sempre stato sensibile ai mutamenti sociali, civili e letterari della nostra Nazione che è stata una delle poche (forse l’unica) ad aver saputo concentrare in un arco di tempo estremamente minimo, diverse trasformazioni sociali ed intellettuali che a loro volta hanno variato gusti e tendenze della sua gente.


“Niente di personale” (La nave di Teseo, 2018), è il libro più recente di Cotroneo. L’intellettuale, giunto ad una soglia matura di scrittura ed avendo alle sue spalle una variegata produzione riccamente costituita da romanzi, racconti, poesie ed ultimamente diversi lavori su un tema estremamente interessante in ambito di modernità letteraria come il rapporto tra scrittura e fotografia, racconta nel volume trent’anni di Italia e lo fa proprio attraverso gli occhi critici ed attenti di uno scrittore che, dopo aver lavorato a lungo nel mondo della cultura e del giornalismo, giunge ad una drammatica consapevolezza che tutto il suo centro esistenziale costituito da quei valori, dai testimoni-protagonisti che hanno fatto grande il suo tempo, è improvvisamente svanito essendo stato sostituito da un’epoca non epoca, sempre più “senza” e punti di riferimento.


Roberto Cotroneo presenterà il suo “Niente di personale” domenica 23 giugno 2019 ospite del Festival “Salerno Letteratura” che si sta tenendo nel Capoluogo campano proprio in questi giorni (15-23 giugno. L’appuntamento con l’autore di “Betty” è uno degli ultimi del Festival fortemente voluto dal Comune di Salerno e dalla Regione Campania la cui Direzione artistica ed organizzativa da sei edizioni è affidata a Francesco Durante e ad Ines Mainieri. A discutere con l’autore, presso la Chiesa dell’Addolorata alle ore 19, sarà il giornalista Generoso Picone.


-Cotroneo, con che metodologia critica ha affrontato questo lavoro molto arduo per certi aspetti. Uno scrittore (in cui si potrebbe riconoscere Lei stesso) che cerca di raccontare la fine di un’epoca. Non è semplice per chi questa epoca l’ha vissuta nel pieno della sua floridezza…


Letterariamente parlando, oggi, tutto ciò che non sia un Commissario di polizia è classificato come memoir e tutto ciò che non lo sia è un memoir. Per cui, anche se nella storia del protagonista si potesse scorgere qualche filo autobiografico (il giornalista lavora all’Espresso negli stessi anni in cui ci ho lavorato io), tengo a precisare che “Niente di personale” non è in alcun modo un’autobiografia. Come Philiph Roth (facendo le debite distanze) scrive nella New York ebraica che gli appartiene ma non arriva in Pastorale americana ad una sinossi autobiografica, nel libro vi sono parti che appartengono alla mia storia ed altre parte che non vi appartengono. Oggi mi rendo conto di una certa incapacità di pensare in termini di romanzo che non sia in qualche modo autobiografico. Io racconto un po' la mia storia, ma soprattutto racconto la nostra storia, su quello che noi siamo e che siamo stati, sulle trasformazioni del nostro Paese. Tutto ciò è raccontato da uno scrittore-testimone (tutti gli scrittori sono testimoni). Il nodo del libro è un nodo linguistico che cerca una nuova lingua da inventare che ci deve permettere di ripensare il Paese attraverso una scrittura che è una lingua letteraria che si divide nell’autobiografia di questo paese in maniera equanime tra storia e scrittura.


-Lei è molto critico sulla consapevolezza storica dell’Italiano. Per Lei, l’Italia e l’italiano ha perso la memoria e la sua coscienza civile..


Io ho vissuto un periodo irripetibile, sono stato, involontariamente o per fortuna, testimone di un mondo che è scomparso in pochi anni. Negli anni Ottanta, quando giunsi all’Espresso, c’erano ancora tutti i grandi, da Calvino a Sciascia a Fellini. Quel mondo che stava scomparendo. Che i mondi scompaiono fa parte della storia, ma questi mondi sono scomparsi come una diga, come il Vajont. Di ciò sono rimasto molto colpito.


-Il gusto dei lettori cambia rapidamente, repentinamente. Compito degli scrittori è sapersi occupare del proprio genere senza tentare vie alternative….


Ad un certo punto è accaduto qualcosa che ha molto a che fare con la commercializzazione della cultura. Di conseguenza ha cambiato il modo di percepire la letteratura, di cambiare la cultura e di conseguenza è cambiato anche il modo di pensare e di scrivere del pubblico. E’ cambiato il lettore. Non in bene. Nel momento in cui il lettore si pone solo il problema della vendita delle copie e non della qualità di ciò che legge, si prospettano alcune incertezze nel panorama culturale e letterario.


-Negli Anni Ottanta è mutata in particolar modo la politica ed il modo stesso di fare politica. “Niente di personale” dedica a questo mutamento una precisa riflessione.


E’ parte integrante del libro. In politica è prevalsa la logica del “Centro commerciale”, del “prendersi tutto e subito”. Si potrebbe riassumere il tutto con un pensiero di De Gasperi “Un politico pensa al giorno dopo, uno statista pensa alla generazione dopo” ed era questo il nodo. La politica è cambiata quando è cambiata una intera classe dirigente.


-Da critico letterario è di certo onnivoro di letture e avrà credo letto quasi tutto il leggibile. Se dovesse scegliere alcuni tra gli scrittori che può annoverare tra i suoi modelli letterari chi sceglierebbe?


- Tenga conto che io sono cresciuto in Piemonte. Ho avuto una consuetudine ed un rapporto molto profondo con Umberto Eco. Eco è stato per me, più che un momento letterario un modello culturale. Calvino, inoltre, è stato molto importante per me. Essendomi formato nell’ambiente letterario piemontese, non posso non citare Beppe Fenoglio, uno scrittore molto importante per me. Un mio altro riferimento è stato Sciascia che ho anche conosciuto.


-Ha conosciuto anche Calvino?


Si, l’ho conosciuto. Poco prima che morisse, verso il 1983. Collaboravo all’Europeo.


-Che impressione Le fece?


Un uomo indecifrabile, un uomo difficile da capire. Intelligentissimo, ma anche molto timido. Nella sua timidezza e nei suoi silenzi, lasciva trapelare la sua passione personale. Un uomo di grande intensità personale. Uno scrittore che abbiamo scoperto troppo tardi. Ho ammirato anche Moravia, Fortini. Lei pensi che il mio primo libro fu recensito da Fortini. Hanno contato molto per me, inoltre, diversi autori stranieri, da Elliot a Borges (amico di Calvino), Milan Kundera, una letteratura europea. Ho vissuto in quel mondo lì e quel mondo lì abbiamo perso.


-Letteratura e web, letteratura al tempo dei social. In un mondo in cui non si tende più ad eternizzare ciò che si scrive ma lasciare che tutto sfili in un attimo tra le mani e la mente del lettore, (si pensi ad un social per me sopravvalutato come Istagram), quale pensa sia il destino della nostra cultura? Cosa può suggerire Roberto Cotroneo ai nuovi studiosi, ricercatori che si muovono tra tanti stimoli vecchi e nuovi? I social, se invisi ad Umberto Eco, ad un Calvino, per la sua “leggerezza”, sarebbero interessati….


-Istagram è un diverso tipo di racconto. Uso molto Istagram per la mia attività di fotografo. Sui social la gente non ricorda gli autori, ma i “testi”, un po' come accadeva nel Medioevo, con gli amanuensi. La gente afferma “Ho letto su Internet”, ma non ricorda chi aveva affermato o scritto una determinata frase o un preciso parere. Il web non è “autoriale”. Io credo che i social sono un po' sopravvalutati ed ingiustamente demonizzato. Il futuro? La tradizione esiste ma oggi ci si deve rendere conto che la Letteratura vera, quella di ricerca, di impegno e di lavoro serio non può riguardare più di ventimila persone. Dobbiamo pendere atto che la letteratura non cerca un pubblico abituale, che intercetta un autore. Ogni autore, certo, ha i suoi lettori e questi non possono essere tolti. Il pubblico, però, molto spesso (con le dovute eccezioni), è “casuale”, non cerca un autore né si chiede quale operazione letteraria stia tentando di eseguire o di attuare.