Da Shirin Neshat a Bill Traylor: quando il razzismo americano verso neri e immigrati si vede

Al festival dello Schermo dell’Arte l’artista e film–maker iraniana e statunitense dice: «L’America è una nazione fatta del sangue degli immigrati ma con l’era Trump questa idea vacilla»

Shirin Neshat allo Schermo dell’arte di Firenze edizione 2021. Foto Stefano Miliani

Shirin Neshat allo Schermo dell’arte di Firenze edizione 2021. Foto Stefano Miliani

Stefano Miliani 17 novembre 2021
«Nel Nuovo Messico ho incontrato nativi, afroamericani, ispanici, bianchi. L’idea era ritrarre le identità dell’America nelle sue diversità. È una nazione fatta del sangue degli immigrati dove questa idea vacilla con l’era Trump». È una frase pronunciata da un’artista e film-maker di estrema sensibilità e poesia, Shirin Neshat, iraniana e anche statunitense, al cinema-teatro della Compagnia di Firenze. Lo ha detto a proposito del suo film Land of Dreams già passato alla Mostra del cinema di Venezia quest’anno. A seguire proviamo a dirvi come e perché abbiamo estrapolata quella frase.  

Il riverbero di BlackLivesMatter
Il razzismo verso chi ha la pelle nera è una malapianta difficile da estirpare e almeno se ne prende sempre più coscienza anche al di là delle comunità nere come effetto del movimento BlackLivesMatter. Ma questa consapevolezza è qualcosa che artisti e documentaristi hanno percepito e raccolto prima di noi. Viene da pensarlo dopo che il festival fiorentino dello “Schermo dell’arte” edizione 2021, tornato in sala, ha proposto due film molto diversi tra loro eppure con qualche tratto fondamentale in comune: un film è del documentarista Jeffrey Wolf, l’altro è quello della fotografa, video artista e film maker Shirin Neshat. 



Bill Traylor, il disegnatore nero che ha vissuto da schiavo
«Bill Traylor: Chasing Ghosts di Jeffrey Wolf raccoglie materiali inediti rintracciando le origini dell’artista afroamericano nato in una condizione di schiavitù e cresciuto come lavoratore delle piantagioni dell’Alabama, per poi ricostruire la sua carriera iniziata a circa ottanta anni mentre viveva per strada nella capitale Montgomery». Lo scrive il festival sul documentario su un artista sorprendente, un autodidatta che ha disegnato figure e immagini sulla sua realtà con una vena poetica sottile e penetrante. 
Nella vicenda di Traylor il regista ha inserito frammenti di campi di cotone dove lavorano neri al servizio dei bianchi, di norma in condizioni semi-schiavistiche nonostante lo schiavismo sia stato abolito, pur se il film spiega come i legami tra neri lavoratori e bianchi padroni a volte siano stati anche più sfumati. Resta in fondo l’amaro: non sapremo mai se in altre circostanze sociali Bill Traylor avrebbe raggiunto un medesimo sguardo così fantasioso, possiamo sapere che se non fosse stato povero e se fosse stato bianco avrebbe potuto avere un’educazione scolastica piena e giuste condizioni di vita. 



La scena dei disegni d’artista sullo schiavismo
Land of Dreams di Shirin Neshat e Shoja Azari vede nel cast Matt Dillon, William Moseley, Isabella Rossellini e Christopher McDonald: «Ambientato in un futuro prossimo – dice la scheda sul film presentato insieme alla Fondazione In Between Art Film che lo ha co-prodotto - narra con un tono surreale la storia di Simin, una immigrata iraniana interpretata da Sheila Vand, che lavora in un ufficio del censimento statunitense che, per controllare i cittadini, ha avviato un programma di registrazione dei loro sogni». La vicenda forse è meno avveniristica di quanto possiamo aspettarci in un’epoca dove google e social media accumulano già dati sui nostri desideri, abitudini e idee. A ogni buon conto nel lavoro di censimento Simin visita lo studio di un artista afroamericano dove campeggiano disegni su atti di sopraffazione e schiavismo sulla pelle degli afroamericani. E qui Simin scopre una storia di sangue che non si cancella. 

Per il sito dello Schermo dell’arte clicca qui

Shirin Neshat: «Il senso di ingiustizia degli immigrati»
Riprendiamo il discorso da Shirin Neshat che ha girato Land of Dreams nel Nuovo Messico. «È lo Stato più povero e con più diversità. Conoscere le minoranze per me è stato rassicurante, mi ha dato un senso di comunità che non sento a New York, per la prima volta mi sono sentita appartenere a un gruppo», osserva l’artista esule a vita dall’Iran in una conversazione pomeridiana del 14 novembre con Heinz Peter Schwerfel. Sia chiaro: Land of Dreams non ha e non vuole avere nulla di didascalico, perciò penetra più a fondo, tocca più corde con una narrazione evocativa, ricca di suggestioni e suggerimenti. 

I film si possono vedere in streaming on demand fino al 21 novembre acquistando il biglietto online tramite mymovies: clicca qui 

L’autrice sa vedere e guardare e non guarda solo agli afroamericani o agli iraniani: «Il South West è quello di Paris Texas di Wim Wenders, dal paesaggio stupendo, ma è problematico e la situazione dei nativi è catastrofica», dice ancora. In serata, davanti agli spettatori la videoartista esclama: «Nel Nuovo Messico ho capito che non sono sola nella posizione dell’immigrata, ho condiviso il senso di ingiustizia con altri che vivono in questa condizione». Sono frammenti di un discorso più complesso e lungo, ciononostante dicono tanto. Non solo sugli Usa. Dicono anche a noi. Dicono anche sull’Europa che tiene fuori con fili spinati e alza muri per fermare i migranti che fuggono dall’oppressione in cerca di un varco per sopravvivere. Il festival diretto da Silvia Lucchesi conferma di avere antenne molto sensibili verso il nostro mondo, non solo verso la creatività visiva.