Jerry Lewis ricorda quella sera a Las Vegas: “Niente razzismo verso i miei amici neri oppure me ne vado”

Tradotta l’autobiografia del grande comico. Pubblichiamo un brano dove l’artista parla dell’amicizia con Sammy Davis Jr., che era nero, e delle pratiche razziste verso gli artisti nell’America degli anni ‘50

Jerry Lewis

Jerry Lewis

redazione 10 novembre 2021
Jerry Lewis, in coppia con Dean Martin e poi da solo, ha incarnato i vertici della comicità: dal vivo, in tv, al cinema, scatenava risate irrefrenabili. Attore, regista, sceneggiatore, era un artista a tutto tondo, completo, capacissimo anche di interpretazioni drammatiche. Come era capace di rompere, con la forza del successo, vergognosi veti razzisti nei confronti degli artisti neri che negli Stati Uniti potevano esibirsi ma non mangiare nei luoghi dove facevano spettacolo. Proprio come abbiamo visto al cinema nel film del 2018 vincitore di tre Oscar Green Book.

In Italia un suo personaggio veniva tradotto come “Picchiatello”. Vissuto dal 1926 al 2017, all’anagrafe risultava con il nome di Joseph Levitch: figlio di una cantante di origini ebraiche e di un attore di vaudeville, nel 1966 fondò Telethon, la maratona televisiva per raccogliere fondi per combattere la distrofia muscolare. Nel 1999 la Mostra del Cinema di Venezia gli assegnò il Leone d'oro alla carriera.
Jerry Lewis aveva molte sfaccettature ed era un artista di livello raro tutt’altro che schiavo delle convenzioni sociali. Lo  conferma il brano che qui sotto pubblichiamo, un estratto dall’autobiografia dell’attore in un’edizione curata con la famiglia di Jerry Lewis e tradotta da poco per i lettori italiani da Sagoma Editore nella sua collana “Profilo” (“Jerry in persona”, con Herb Gluck, pp.360, euro 25). Il volume potrà essere un ottimo dono di  Natale: ha un centinaio di foto, la prefazione del regista e critico Peter Bogdanovich, vi ha contribuito di Steve Della Casa con un’appendice che prosegue la narrazione dato che il testo arriva agli anni 80, comprende una filmografia incluse le apparizioni tv e un’appendice dedicata al suo doppiatore in Italia, Carlo Romano. 
Nel passaggio che riportiamo per gentile concessione dell’editore l’attore rivendica l’amicizia e la stima per Sammy Davis Jr., che era un mirabile cantante, ballerino e comico ed era nero, e ricorda quando dei colleghi non potevano cenare al ristorante perché neri.  

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Jerry Lewis: “O i miei colleghi neri possono cenare al ristorante oppure niente show di Dean e mio”

Una sera, stavo guidando con Jeff Chandler – nato a Brooklyn e destinato a diventare una star per la sua interpretazione ne L’amante indiana, nella parte del capo indiano Cochise – seduto al mio fianco quando, all’improvviso, tra le luci del traffico mi disse: “Dovresti andare a vedere il Trio Will Mastin, stanno per terminare le repliche da Ciro”.
Io annui, rammentando il loro numero, che avevo visto al Loew’s State. La star in cartellone era Mickey Rooney e il Trio Will Mastin era il numero d’apertura. Avevano tenuto la scena per buoni dieci minuti. Il migliore di tutti era il ragazzo al centro, che ballava con un’energia atomica che gli sprizzava dai piedi, poi aveva fatto un numero di Danny Kaye talmente alla perfezione che avrei giurato che sul palco ci fosse Danny in persona, col viso tinto di nero... Quindi vado da Ciro con Jeff e, dopo lo spettacolo, mi porta dietro le quinte a conoscere il suo amico – avete indovinato – Sammy Davis, Jr.
Dopo il nostro incontro, legammo moltissimo.
Lontano dal club, con la sua atmosfera da camerino, piena di sentimentalismi, Sam e io arrivammo a conoscerci molto bene. Ci furono conversazioni serie, mesi di reale vicinanza. Adoravo Sammy. Riuscivo a vedere chiaramente il suo problema, che era il fulcro emotivo di tutto. Il problema riguardava le circostanze. Il fatto di essere nato nero in una America bianca.
Una sera, a casa mia, gli feci guardare la sua immagine allo specchio. Guardò attentamente e a lungo. Poi sorrise, girandosi. “Bene...” Io dissi: “Sei nero, Sam. E niente può cambiare la cosa. E se qualcuno cerca di farti sentire che è male, lascia che sia un problema suo. E poi, io non ti vorrei in nessun altro modo”.

È importante ricordare quanto fosse realmente duro per gli artisti di colore, a quei tempi. Ancora nel 1950 non era loro consentito toccare con i piedi il pavimento del casinò degli hotel di Las Vegas. Dovevano entrare dall’ingresso degli artisti e uscire nella stessa maniera. Era un modo di fare insopportabile di cui mi resi definitivamente conto solo quando Dean e io ci esibimmo al Sands.
Avevamo con noi in cartellone gli Step Brothers: Prince Spencer, Masso, Flash e Al Williams. Il loro numero era fantastico, erano degli ottimi ballerini, beniamini del pubblico. La seconda sera dopo il nostro debutto, mi fermai al loro camerino per salutare. All’interno faceva un caldo infernale, soffocante.
“Ehi, ragazzi”, dissi, “perché non vi prendete una boccata d’aria? Uscite, andate a cena o a fare qualcosa di simile”.
Le loro facce si incupirono. Alla fine, Prince Spencer disse: “Beh, sai... non ci è permesso”.
“Non vi è permesso? Ma di che schifezza parli?”
“Amico... senti... Jerry, sono le regole... vedi, quello che voglio dire è che, a parte ballare, non possiamo fare nient’altro, qui”.
“Oh, davvero?”
Feci irruzione nell’ufficio di Jack Entratter. Era il responsabile degli spettacoli del Sands e, da tutti i punti di vista, un uomo di considerevole raffinatezza e intelligenza. Mi ascoltò con calma e riflessione, mentre gli parlavo della faccenda.
“Allora, cos’hai intenzione di fare, Jack?”
“Un accidenti di niente. Non le stabilisco io le regole; è una cosa di competenza dei piani superiori”.
“Allora falle disapplicare”.
“Andiamo, Jerry, stai scherzando. Metà dei giocatori qui fuori vengono da Texas, Oklahoma, Louisiana, Mississippi... capisci?”
“Uh –huh. Allora vai subito di sopra a chiedere se vogliono un secondo show, stasera”.
“Che intendi dire?”
Gli risposi sibilando le parole.
“Voglio dire, Jack, che se gli Step Brothers non cenano nella sala ristorante dell’hotel, a qualunque tavolo scelgano, tu non avrai sul palco Martin e Lewis né stasera né mai”.
Mi diressi verso la porta, ebbi un attimo di esitazione, poi guardai di nuovo verso di lui.
“Un’altra cosa. Sono certo che non ti dispiaccia se vanno a giocare nel casinò, se vogliono”.
Fu una vera svolta, perché, in breve tempo, agli Step Brothers fu data carta bianca per mangiare, bere e giocare nell’hotel come chiunque altro. Contemporaneamente, il mio nome finì sulla “lista degli stronzi” del Sands, finché i ragazzi al piano di sopra non videro che gli affari andavano bene come al solito, anzi anche meglio, quando Dean e io ci esibivamo nel locale, il che prova che il Potente Dollaro è sempre stato la risposta a tutte le domande.