“Fort Apache”, l’unico docufilm italiano che concorre al film festival di Shanghai

Il duro lavoro nelle carceri raccontato da Valentina Esposito, autrice del film diretto da Ilaria Galanti e Simone Spampinato

Valentina Esposito, ph Jo Fenz

Valentina Esposito, ph Jo Fenz

Redazione 17 giugno 2021

di Alessia de Antoniis

 

Colpisce positivamente la candidatura del docufilm Fort Apache allo Shanghai International Film Festival 2021, in un Paese che vìola costantemente i diritti umani e che usa “centri di rieducazione” contro i detenuti dello Xinjiang.

 

Fort Apache è l’unico documentario italiano in concorso. Scritto da Valentina Esposito, insieme ai due registi Ilaria Galanti e Simone Spampinato, è centrato sull’esperienza della compagnia Fort Apache Cinema Teatro (FACT).

 

Prodotto in associazione con Jumping Flea, il film è interpretato da Alessandro Bernardini, Christian Cavorso, Chiara Cavalieri, Matteo Cateni, Viola Centi, Valentina Esposito, Alessandro Forcinelli, Gabriella Indolfi, Romolo Napolitano, Piero Piccinin, Giancarlo Porcacchia, Fabio Rizzuto, Edoardo Timmi, Cristina Vagnoli e Marcello Fonte, pluripremiato per il suo ruolo nel film “Dogman”, di Matteo Garrone.

Con Valentina Esposito entriamo dietro le quinte di Fort Apache.

 

Valentina, con quali detenuti lavora?

Ho iniziato nel carcere di Rebibbia con i detenuti di Alta Sicurezza e ho continuato con quelli del reparto detentivo G8 lunghe pene. Con alcuni del G8 abbiamo costituito FACT.

 

La galera mi ha cambiato. Ero stupido e sono diventato malvagio” (da I Miserabili). Qual è la sua esperienza?

Concentrare, in luoghi sovraffollati come le carceri italiane, una popolazione che ha avuto problemi con la giustizia, senza impegnare il tempo della pena in attività di reinserimento, è rischiosissimo. Le attività teatrali, di studio, di formazione professionale che si offrono al cittadino recluso, sono percorsi in contrasto con la cultura della criminalità dentro le carceri. Il momento più complesso è quello del passaggio dalla reclusione alla libertà, quando tornano nei contesti di provenienza. In genere non hanno un lavoro e il rischio di recidiva è altissimo. FACT è nato per dare una continuità al lavoro iniziato in carcere.

 

Nel film uno dei detenuti dice: “Io me vojo migliorà”. Una frase potente e tenera al tempo stesso...

I detenuti usano lo strumento teatrale per elaborare la sofferenza, rivedere il passato, fare i conti con le conseguenze del loro vissuto. Il palcoscenico è il luogo della battaglia. Fort Apache narra delle conseguenze che la detenzione ha sui legami familiari. Il materiale autobiografico è confluito nella drammaturgia, ma lo spettatore non saprà mai il limite tra vita privata e testo drammaturgico. L'altra battaglia è quella che riguarda la costruzione di una nuova identità. In questo senso la frase di Giancarlo Porcacchia “Io me vojo migliorà” riguarda la sua voglia di proporsi allo spettatore come attore e non più come ex detenuto.

A volte il teatro in carcere ha una problematica: l'idea di venire a teatro per il suo valore sociale. Così le persone sul palcoscenico continuano ad essere guardate come detenuti invece che come attori. La professionalità è il loro strumento di liberazione. L'obiettivo è abbattere il muro del pregiudizio. Se un attore è in grado di salire sul palco e far dimenticare allo spettatore chi è, per coinvolgerlo nella storia, sta ponendo le basi della sua liberazione. Questa è la forza della battuta di Giancarlo.

 

Esperimenti come il vostro sono stati realizzati anche da Fabio Cavalli, ad esempio con “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani. Questi film che impatto hanno sul pubblico, con una destra estrema che continua a crescere anche grazie alla rabbia?

Questo è un cinema politico, di resistenza. In questo momento politico, che non ci aiuta, il carcere è ancora visto come un luogo di afflizione. Come se l'aspetto punitivo fosse l'unico deterrente alla devianza. La nostra responsabilità, attraverso il cinema e il teatro, è quella di costruire una nuova cultura della giustizia, partendo dalle persone.

 

Bisogna leggere in modo diverso l'articolo 27 della Costituzione?

Dell'art. 27 vanno capite le implicazioni pratiche. Cosa significa costruire dei percorsi di esecuzione penale umani o disumani? Significa costruire dei percorsi praticabili di reinserimento sociale e lavorativo. Il problema è soprattutto fuori, quando persone che hanno lavorato, si sono diplomate o laureate, si ritrovano in un territorio dove gli enti pubblici e privati non fanno rete e non riescono a inserirli nel mondo del lavoro. Mancano ancora dei ponti tra dentro e fuori e, in questo senso, la nostra esperienza è pionieristica. FACT si occupa di accogliere attori ex detenuti o detenuti in misura alternativa, inserendoli nel circuito delle produzioni teatrali e cinematografiche. Cerchiamo di consentire loro di sostenersi, perché fare l'attore deve essere una professione che consenta loro di mantenere le scelte che hanno maturato durante la detenzione.

 

Il settore cinematografico è accogliente o, anche tra gli artisti, resta lo stigma dell'essere un ex detenuto?
Nel mondo del cinema c'è una grande apertura, perché il contributo artistico che questi attori riescono a dare, funziona straordinariamente sul grande schermo.
Purtroppo vengono chiamati sempre per lo stesso tipo di ruoli. Nella maggior parte dei casi si tratta di film legati al mondo criminale e penitenziario, tipo Gomorra o Suburra.

 

Come avete sceneggiato Fort Apache?

Abbiamo fatto in modo che l'attore non dovesse raccontarsi. Lo avremmo rimesso nella posizione di oggetto da studiare. Il docufilm viene fuori semplicemente seguendo ciò che accade nella realtà. Apre e chiude con le riprese durante lo spettacolo Famiglia al teatro India di Roma. Ci sono gli incontri con gli studenti e quelli con i reclusi nelle carceri dove presentiamo il nostro progetto. Questo è un aspetto importante: se a testimoniare la possibilità di una nuova vita sono gli ex detenuti, gli uditori si riconoscono in loro. Il docufilm segue tutte le attività che FACT mette in campo e la narrazione si costruisce da sola senza l'invadenza della costruzione registica.Ilaria Galanti e Simone Spampinato sono stati bravi: è un docufilm che può reggere il grande schermo.

 

Se un attore come Marcello Fonte torna in carcere e dice: questa è la prova concreta del mio percorso, è più credibile agli occhi di chi è ancora in quel tunnel?

I cittadini reclusi non ascoltano persone che considerano estranee ai loro contesti di provenienza.
Nel film c'è la scena dove Giancarlo Porcacchia incontra i detenuti di Secondigliano. Racconta quali erano i suoi timori al momento della liberazione, la sua ansia in relazione alla sua famiglia. Smaschera i meccanismi tipici che riguardano la relazione con le famiglie: il non detto, le maschere che reciprocamente si indossano, la famiglia che non ti mette a conoscenza delle problematiche che vive per non aggravare la tua sofferenza. I familiari soffrono senza aver commesso reati. C'è rabbia, difficoltà nel ricostruire le relazioni dopo la detenzione. Il carcere non segna solo il detenuto.

Questa sequenza è un momento forte in cui Giancarlo si confronta con una platea di detenuti che lo ascolta come non ascolterebbero me o un educatore.
Usiamo lo stesso sistema quando lavoriamo con gli alunni delle scuole superiori delle periferie. FACT ha laboratori di teatro dove gli ex detenuti lavorano con giovani a rischio di devianza: sono progetti per contrastare la dispersione scolastica. Ci sono giovani adolescenti che arrivano con il coltello nello zaino. Non ascolterebbero un docente, ma ascoltano un attore ex detenuto che in carcere ha studiato, ha conosciuto il teatro e che è credibile in quel contesto di strada.

 

Quali sono gli obiettivi di FACT?
Che diventi un gruppo riconosciuto dal punto di vista artistico. Fort Apache crea valore. Qui attori diplomati alla Silvio D'amico lavorano insieme a chi ha conosciuto il teatro in carcere. La sfida è quella di riconoscere questi gruppi come centri di formazione teatrale e non solo come “teatro in carcere”. È ricerca teatrale che può dare nuova linfa al teatro. Il vero valore artistico di questa esperienza si concretizzerà quando Giancarlo Porcacchia o Christian Cavorso non saranno più chiamati per interpretare il compagno di cella di Alessandro Borghi, ma per interpretare un ruolo da coprotagonista con Elio Germano.