Ripalti: «Filmo dai banditi marchigiani all’arte, ma la distribuzione dei film o cambia o chiude»

Il regista e sceneggiatore gira una web serie d’alta qualità nella Galleria nazionale delle Marche a Urbino. Nel 2018 firmò “La banda Grossi”: «Molti chiedevano il film senza trovarlo nelle sale»

Il direttore Luigi Gallo nella serie di video di Claudio Ripalti “Il museo racconta” della Galleria nazionale delle Marche

Il direttore Luigi Gallo nella serie di video di Claudio Ripalti “Il museo racconta” della Galleria nazionale delle Marche

Stefano Miliani 29 novembre 2020
Dall’epica dei banditi del secondo ‘800 marchigiano della “Banda GrossiClaudio Ripalti è approdato al racconto via video del Palazzo Ducale di Urbino, dalla “Camera picta” affrescata nel ‘400 a Piero della Francesca. È originale e ha molte potenzialità il percorso del regista e sceneggiatore di quel lungometraggio indipendente uscito nel 2018 sui banditi marchigiani: fotografo, autore di video, laureato in economia, lavora alla Galleria Nazionale delle Marche nella città dei Montefeltro e tra le antiche mura e strade da quando è arrivato il neodirettore Luigi Gallo realizza nel canale youtube del museo la serie “Il museo si racconta”: con riprese di alta qualità gli studiosi inquadrano un’opera, un luogo, una storia e ne descrivono autori e vicende storiche. “L’idea è dare un volto all’immagine di questo museo – interviene Gallo – e produrre anche un messaggio unitario. Prossimamente vorremmo anche raccontare con pillole in video la storia dei direttori susseguitisi a Urbino con storici dell’arte come Lionello Venturi o Pasquale Rotondi”. Il quale Rotondi tra l’altro salvò moltissime opere dalle razzie dei nazisti durante la Seconda guerra mondiale. “Nascose il quadro della Tempesta del Giorgione sotto il letto di sua moglie”, ricorda Gallo.
Nato a Urbino nel 1988, Ripalti racconta del suo essere autore per il museo e dell’esperienza del suo film che, come purtroppo molte opere indipendenti italiane, si è scontrato con i gravi limiti della distribuzione paese nonostante, ricorda, molti spettatori avessero chiesto di vedere in sala la storia della Banda Grossi.

Ripalti, partiamo dai video: come sceglie le storie del museo?
Lascio libertà ai divulgatori che di volta in volta scelgono gli argomenti di architettura e d’arte del Palazzo: in questa web-serie cerchiamo di favorire a volte opere minori e autori meno conosciuti evidenziando dettagli a volte sottovalutati dal pubblico. Siamo per esempio partiti dallo scultore Gregorio di Lorenzo (1436 ca-1504) e il pubblico risponde.
Un museo è come un set?
Palazzo Ducale è già un set cinematografico perfetto. Tra l’altro è costruito per essere illuminato con luce naturale, è molto divertente girare qui.
A cosa servono le riprese professionali nell’era dei video postati da tutti su youtube e che fanno vagonate di visualizzazioni?
Me lo chiedo anche io. Se si guarda ai contenuti che popolano i social e come vengono realizzati, quanto facciamo noi non è del tutto consueto. Ma credo fermamente che contenuti come i nostri abbiano grande potere. Nei video do il 50% alla forma e 50 al contenuto, la forma è altrettanto importante nelle produzioni visive e va curata nel migliore dei modi anche in prodotti piccoli.
Avete in programma storie di finzione?
Non ne abbiamo in cantiere per ora ma ci sarebbero spunti. Per il momento pensiamo approfondimenti, faremo passeggiate virtuali con storici dell’arte interni del museo e del direttore. Adesso l’obiettivo è dare qualcosa a chi non può visitare il museo affinché le persone si interessino, si mantenga la vicinanza con viaggiatori e visitatori.
Esegue le riprese e audio da solo o con qualcun altro?
Il prodotto viene sviluppato dal nostro ufficio di marketing e comunicazione, vi collaborano Francesca Conte e Stefano Brachetti: è un’ottima squadra e le idee non mancano.



La sua storia personale è singolare. Come collega il film sulla Banda Grossi al lavoro nel museo?
Sono di Fermignano, vivo qui. Nel film ho raccontato una storia locale, qui lavoro da anni e racconto Palazzo ducale in forma diversa: c’è continuità ed è altrettanto interessante. Il nuovo direttore è molto sensibile a queste tematiche e sa sfruttare i canali digitali.
Con il cinema continua?
Sì ma se prima era un periodo complesso ora è terribile. Le idee ci sono, lavoro a un progetto che non ha tempi fissati, è la mia passione, la vocazione, voglio continuare e migliorarmi.
Lei è uno storico dell’arte?
No, ho studiato economia. Ma ho iniziato a 19 anni a lavorare nella fotografia e poi nei video, ho collaborato con mio fratello che ha uno studio di produzione cinematografica, sono nella produzione video.
A proposito: è stato difficile girare da indipendente “La banda Grossi”?
Di una complessità enorme anche perché in costume e dopo 160 anni da quella vicenda i paesaggi sono diversi. Era stata una grande sfida: con il crowdfunding raccogliemmo 72mila euro in 30 giorni, un record per una produzione indipendente come la nostra. Uscimmo in quasi 50 sale.
Ma il film non è arrivato dappertutto. Come tanti avete avuto problemi con la distribuzione?
Sì. Le zone più difficili si sono rivelate la Toscana e Bologna, perché viene impedito dai prodotti indipendenti di circolare. All’estero è stato molto diverso. Forse oggi è giusto che il sistema stia cambiando tantissimo, ha grosse problematiche e non è solo per carenza di pubblico, per Netflix o per altri canali che portano via persone. In alcuni territori “La banda Grossi” aveva un’altissima domanda di spettatori e pochissima offerta, il che fa capire che il cinema italiano ha problemi su vari fronti. Forse la svolta arriverà con questa “morte” nelle sale. Il sistema distributivo dovrà adeguarsi o chiudere o cambiare di fronte all’inevitabilità, se l’è un po’ cercata, non è responsabilità dei singoli cinema. “La banda Grossi” però è stata un’esperienza comunque molto positiva, molti cinema hanno combattuto per avere la pellicola, ma bisogna lottare di fronte a queste logiche che non sono nemmeno commerciali: se un prodotto viene domandato vorresti offrirlo.