Yvan Sagnet Gesù nero a Venezia77: «Cristo era un sindacalista, si batteva per i diritti degli ultimi»

Parla l’attivista e sindacalista camerunense, protagonista nel film “The New Gospel” di Milo Rau: “Gesù sarebbe per l’accoglienza. L’Italia dovrebbe abolire la legge Bossi Fini e i decreti sicurezza”

Yvan Sagnet Gesù nero a Venezia77: «Cristo era un sindacalista, si batteva per i diritti degli ultimi»
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2 Settembre 2020 - 10.04


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di Chiara Zanini

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Milo Rau, uno dei più importanti registi teatrali europei, è un autore svizzero che ha subito molti tentativi di censura (in Germania, in Russia e a Singapore i suoi spettacoli sono stati annullati). Rau ha coinvolto l’attivista Yvan Sagnet nella realizzazione di un film che sarà uno dei quattro eventi speciali delle Giornate degli Autori, alla Mostra del cinema di Venezia, dal titolo The New Gospel, in cui Sagnet interpreta Gesù Cristo.

Yvan Sagnet, camerunense, vive in Italia dal 2007, quando ha vinto una borsa di studio al Politecnico di Torino. Per continuare a pagarsi gli studi nel 2011 è partito per la Puglia per lavorare alla raccolta del pomodoro. Lì, scoperto che l’agricoltura italiana si basa sul caporalato, è diventato portavoce di uno storico sciopero dei braccianti durato un mese, che ha messo in ginocchio parte della filiera agroalimentare. Ha denunciato i caporali ed è stato testimone chiave e parte civile di un processo che si è concluso con la condanna di dodici persone, la prima in Europa per riduzione in schiavitù, e che ha dato l’avvio alla prima legge contro il caporalato (2011). Sagnet è stato sindacalista Cgil e ha scritto due libri editi da Fandango: Ama il tuo sogno e Ghetto Italia (con il sociologo Leonardo Palmisano), entrambi sulle condizioni dei braccianti e il ruolo dei loro sfruttatori. È tra i fondatori dell’associazione internazionale No-Cap, che oltre a favorire condizioni di lavoro eque per i raccoglitori di pomodori promuove il consumo etico.

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Il Nuovo Vangelo” è una produzione interdisciplinare che consiste in una campagna, una serie di eventi e spettacoli pubblici che hanno fatto parte del programma di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura e infine il film che vedremo a Venezia. Abbiamo intervistato Yvan Sagnet.

Clicca qui per l’elenco delle proiezioni del film a Venezia77

In questa moderna versione del Vangelo troviamo Maia Morgenstern, che nel film di Mel Gibson è Maria; Enrique Irazoqui, che fu Gesù per Pasolini, è Giovanni Battista, Marcello Fonte è Ponzio Pilato. Anche Don Mussie Zerai ha un ruolo, mentre lei è Gesù, il primo Gesù nero della Storia del cinema.

È stata una bellissima collaborazione. All’inizio complicata, non avendo avuto nessuna precedente esperienza come attore, ma da subito mi è piaciuta l’idea perché per me la figura di Cristo è molto importante. Cristo era un sindacalista, perché si batteva per i diritti degli ultimi.

Per Rau il caporalato è una scoperta recente, mentre lei lo combatte in prima persona.
Il regista Milo Rau era stato chiamato a partecipare al programma di Matera2019. Lui non è credente, ma ha sempre trovato interessante la figura di Cristo. A Matera cercava un Cristo-attivista ed io gli ho spiegato cosa facevo in concreto nella lotta al caporalato e cosa comporta lo sfruttamento di braccianti. Rau è un regista – per così dire – di strada, si occupa di aspetti sociali, perciò ci siamo sempre capiti.

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Che risposte si è dato alle domande poste dal regista, ossia: cosa avrebbe predicato Gesù nel nostro secolo? Chi sarebbero stati i suoi discepoli?
Se traduciamo la Bibbia ai giorni nostri Gesù è un militante che si batte per l’eguaglianza e contro i problemi della società. Se oggi fosse qui sarebbe in prima fila per l’accoglienza, la pace e i diritti degli ultimi contro i potenti. Si circonderebbe di persone competenti, perché se ci pensiamo bene ognuno dei suoi discepoli operava in un campo specifico. Nel film infatti ci sono anche attori non professionisti e tra loro alcuni attivisti, come una donna che si batte contro la tratta dopo averla vissuta. Vogliamo lanciare questo messaggio all’opinione pubblica e alle istituzioni: non si tratta tanto di andare a messa, ma di praticare davvero accoglienza e amore per il prossimo.

Lo scorso maggio la ministra Bellanova ha annunciato una regolarizzazione come fosse una svolta epocale. Lei cosa ha potuto osservare in questi quattro mesi?
L ‘idea della regolarizzazione è giusta, perché non ci possono essere 600 mila migranti senza documenti in Italia. È un problema per tutto il paese e significa alimentare l’economia sommersa e lo sfruttamento degli invisibili. Ma questo problema è stato posto solo sull’aspetto economico, non c’è una visione di futuro, si è guardato solo all’utilità di raccogliere verdura e verdura e badare agli anziani. Invece le persone devono essere regolarizzate a prescindere. Inoltre con questa regolarizzazione dopo sei mesi di permesso la persona ritorna alla clandestinità. Il mio giudizio è positivo da una parte, perché si è permesso – secondo i dati emersi – a 200 mila persone di avere un documento. Ma la costruzione post- Coronavirus del paese si deve fare con tutti i cittadini, non possiamo permetterci di escluderne una parte. Serve lungimiranza per avere giustizia sociale. Le proposte ci sono e sono note da tempo: bisogna abolire la legge Bossi Fini, i decreti sicurezza, serve una legge europea sul diritto d’asilo, servono canali d’ingresso legali, bisogna fare una nuova legge sulla cittadinanza per le seconde generazioni.

Cosa ne pensa del dibattito in corso sulla figura del sindacalista Giuseppe Di Vittorio?
Di Vittorio è stato centrale, il suo impegno ha portato allo Statuto dei lavoratori. Aveva una concezione del sindacato diversa da quella che c’è oggi, quella che cercavo di praticare io, perché le lotte vanno fatte con i lavoratori. La mia associazione NoCap non è un sindacato, ma cerco di agire allo stesso modo, creando alleanze tra produttori, lavoratori e consumatori, perché solo con il rispetto tra le parti si può creare un nuovo sistema che si opponga al capitalismo che abbiamo ora. Di Vittorio si batteva anche per i contadini, lo stesso facciamo noi.

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Quali sono i risultati raggiunti da NoCap?
Sono enormi, se consideriamo che ha iniziato concretamente la sua attività un anno fa: ci sono 30 aziende coinvolte, aziende che oggi hanno una sensibilità diversa nel rispetto dei braccianti e si sentono finalmente partecipi di un cambiamento perché anche loro aiutate nei servizi di trasporto e alloggio, e collaborano per ottenere un giusto prezzo sulla vendita dei prodotti agricoli raccolti o trasformati.

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