Tra la gavetta e Fellini, con un libro scopriamo la Roma di Alberto Sordi

“A Roma con Alberto Sordi. Da Trastevere a Kansas City” di Nicola Manuppelli è una guida alla capitale del grande attore nato il 15 giugno 1920. Fino al ricordo di Enrico Vanzina

Alberto Sordi a Roma

Alberto Sordi a Roma

GdS 14 giugno 2020
di Giuseppe Costigliola

Difficile dire qualcosa di nuovo su Alberto Sordi, di cui domani 15 giugno ricorre il centenario della nascita. Tanto è stato scritto su questo straordinario artista, da ogni punto di vista: biografia, critica cinematografica, storia del costume. Numerosissimi i ricordi personali di chi lo ha conosciuto, le interviste che rilasciò in vita. Dunque, perché scrivere un nuovo libro su di lui? Nicola Manuppelli, però, si è voluto cimentare nell’impresa, con un’idea convincente: avvicinare un tale personaggio attraverso il filtro della sua città, Roma. Così è nato A Roma con Alberto Sordi. Da Trastevere a Kansas City (Perrone editore, pp. 144, Euro 17,10), uscito in questi giorni, che viene così presentato: “Una guida della Capitale attraverso il grande attore, i suoi personaggi, la sua vita e le sue pellicole; e, allo stesso tempo, un racconto di Sordi attraverso Roma e i suoi quartieri”.
È un’idea convincente perché per più d’un verso Sordi e Roma si identificano, tra l’uomo e la città v’è qualcosa che ricorda la compenetrazione, non c’è luogo che l’attore non abbia portato nei suoi film, dove non ha lasciato una qualche traccia: della sua romanità Sordi ne ha fatto un’arte, una ragione di vita.

Il racconto prende le mosse da Trastevere, il quartiere in cui Sordi nasce e trascorre l’infanzia, e si sofferma sugli anni giovanili, su un ragazzo ferocemente consapevole del proprio talento, animato da una volontà di ferro e deciso a superare qualsiasi ostacolo pur di affermarsi. È l’architrave su cui poggia il libro: la storia di una gavetta, della fatica e del duro lavoro per realizzare un desiderio quasi ossessivo, il racconto del feroce inseguimento di un sogno, della sua realizzazione.
Si seguono poi i difficili esordi come comparsa, il periodo della guerra passato a bazzicare gli spietati teatri dell’avanspettacolo, l’esperienza della radio, il lavoro di doppiatore, e, dopo i primi insuccessi, la straordinaria carriera. Tappe segnate dai luoghi: da piazza di Spagna, dove Alberto andava dallo sceneggiatore Amidei in cerca d’un ruolo, alla Galleria Colonna, dove s’affannava a offrirsi per delle parti, a Cinecittà – che nasce proprio nel momento in cui Sordi inizia la sua attività – lo spazio cinematografico per eccellenza.

Tutta la città (quella di allora) con i suoi quartieri, i luoghi celebri e meno celebri, è una sorta di suggestivo controcanto alle tappe biografiche. Soprattutto quella più fascinosa, degli anni Quaranta e Cinquanta: Manuppelli evoca le suggestioni della leggendaria Via Veneto, con i suoi bar, i locali, le fontane, la sua fauna. Poi ricostruisce i teatri bazzicati da sceneggiatori, attori, registi, le chiacchiere davanti a una tavolata, gli scherzi, i pettegolezzi, i divi del cinema di allora, allestendo un viaggio picaresco ma denso di nostalgia nelle pieghe d’un mondo ormai scomparso, d’un tempo e dei suoi personaggi che oggi rievochiamo con un nodo alla gola, con un groppo di pianto.
Nelle maglie del racconto intessuto di biografia, di luoghi iconici e dei film che li rappresentano, in varie epoche, prendono dunque vita storie e aneddoti, sfilano personaggi che hanno fatto la storia artistica e culturale del nostro Paese, i tanti compagni di viaggio di Sordi: registi leggendari, attori e attrici celeberrimi, l’inseparabile Rodolfo Sonego, co-sceneggiatore di suoi tanti film. E, su tutti, l’amato Fellini, con cui Sordi condivide i difficili esordi, la realizzazione d’un sogno: carriere gemmate dallo stesso seme. Perché questo è anche un libro sull’amicizia, ricostruita con garbo e sentimento dall’autore.

In questa galleria di “racconti romani” trovano poi posto anche i “popolani”, i romani veraci che agli occhi di Alberto rappresentavano la vera linfa vitale della “città eterna”, il suo tessuto connettivo, persone la cui anima portava sullo schermo, con cui condivideva le proprie radici, e la cui lingua rese quella del cinema italiano.
E vi trova posto la Storia, quella con la S maiuscola. Per esempio, l’attentato di via Rasella del 23 marzo 1944, con Alberto chiuso insieme a tanti altri dentro ad un teatro, mentre le truppe tedesche mettevano a ferro e fuoco la città.
Il libro si chiude con le parole commosse di Enrico Vanzina, che di Sordi ricorda la modestia, la professionalità, l’umanità: “Un signore di origini popolari. Dunque, il più bel signore che un signore può essere”. Un libro, dunque, che ci permette di ricordare commossi il grande Albertone, inviargli un simbolico saluto nel giorno del centenario della sua nascita.