Berlinale 2020, il trionfo dei valori umani

Un festival che ha voluto premiare i valori di solidarietà, accoglienza e integrazione

Elio Germano

Elio Germano

GdS 1 marzo 2020
di Giuseppe Costigliola 

Il cinema italiano è vivo. Il cinema italiano conserva un suo brand distintivo, ancora apprezzato e valutato. Questo il dato, tutt’altro che scontato, che emerge dal 70° Festival del cinema di Berlino.
Il primo italiano a farsi valere è stato Carlo Chatrian, il cui esordio nella direzione del prestigioso festival tedesco è senz’altro positivo, malgrado le acque non proprio tranquille in cui ha dovuto navigare per portare in porto il suo prezioso bastimento.
Con lui, il sempre ottimo Elio Germano, che al premio di Cannes aggiunge nel suo palmares l’Orso d’argento come migliore attore. Il riconoscimento era nell’aria, l’avevamo scritto, vista la notevole performance in “Volevo nascondermi” di Giorgio Diritti. La motivazione del premio non fa una piega: “Premiamo Elio Germano per il suo straordinario lavoro nel catturare sia la follia esteriore che la vita interiore dell’artista Antonio Ligabue”.
Commoventi le parole con cui l’attore romano ha accolto il premio: “Voglio dedicare questo premio a tutti gli storti. Tutti gli sbandati, tutti gli emarginati. Tutti i fuori casta e ad Antonio Ligabue e alla grande lezione che ci ha dato. Che è ancora con noi, perché quello che facciamo in vita rimane. Lui diceva sempre: ‘Un giorno faranno un film su di me’. Ed eccoci qui”.
Non sono parole di circostanza. Anzi, denotano un elemento spesso sottovalutato in sede critica: il coinvolgimento morale che caratterizza il vero, autentico attore, nell’opera e nel personaggio che di volta in volta incarna, che è ben altra cosa dal “semplice” recitare una parte.
Con ancor più soddisfazione accogliamo il premio dato ai fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, vincitori dell’Orso d’argento per la sceneggiatura di “Favolacce”, un black drama non poco disturbante, la loro seconda opera dopo l’apprezzato “La terra dell’abbondanza”. Molto emozionati i due fratelli, sul palco, dove si sono esibiti in un siparietto tutto italico.
Ma il vertice dell’emozione si è toccato con l’assegnazione del premio più rappresentativo,
l’Orso d’oro al miglior film. Il grande Jeremy Irons, presidente della giuria, ha acclamato con straordinaria partecipazione il regista iraniano Mohammad Rasoulof, presentando il suo davvero toccante “Sheytan vojud nadarad (“There Is No Evil”) con queste parole: “Quattro storie che mostrano la rete di un regime autoritario che si infiltra tra le persone comuni, attirandole verso la disumanità, un film che pone domande sulla nostra responsabilità e sulle scelte che facciamo tutti nella vita”.
Si tratta di un lungometraggio dichiaratamente politico, con un elevato coinvolgimento umano, che mette in scena in quattro episodi il tema dello scontro brutale e violento tra le leggi stringenti di un regime e la coscienza del singolo cittadino, con una condanna esplicita alla pena di morte per i dissidenti politici. Allo spettatore occidentale un film così crea un certo spaesamento, quasi uno sfasamento temporale, e gli ricorda che in numerosi paesi del mondo la democrazia e la libertà di espressione sono e rimangono una lontana chimera.
Il premio assume maggior valenza perché, prigioniero dissidente in patria, Rasoulof era assente. A riceverlo sono stati la figlia del regista, l’attrice Baran Rasoulof, che interpreta uno dei ruoli nel film, e i produttori Farzan Pak e Kaveh Farnam. Davvero toccanti le parole di quest’ultimo: “Mohammad è stato con noi ieri, e Mohammad è con noi anche adesso. E ho pensato a come tutto ciò stia accadendo a Berlino. Penso che questa storia ci ricordi qualcosa: non esiste un muro al mondo che possa fermare le nostre idee, le nostre convinzioni: il nostro amore si sta diffondendo ovunque”. Poi, rivolgendosi alla statuetta dell'Orso d'oro che stringeva tra le mani, chiamandola il suo nuovo amico che avrebbe viaggiato molto presto nel suo bellissimo paese, ha aggiunto: “Abbraccio Mohammad, abbraccio il mio maestro, il mio insegnante, il mio amico. Mohammad vi mostrerà l’Iran. E scoprirete che gente gentile, pacifica e adorabile siamo. La mia gente sta solo dando un messaggio di pace e amore a tutto il genere umano. Amiamo tutti. Siamo
persone adorabili, lo vedrete. Grazie!”
A sottolineare la centralità data dalla giuria ai temi umani e sociali è stato il Gran Premio della Giuria conferito a Eliza Hittman, la cineasta americana che con “Never Rarely Sometimes Always” ha costruito un delicato e toccante dramma sul tema dell’aborto nell’America contemporanea. La Hittman è stata accolta con una grande ovazione, a testimonianza della condivisione da parte del pubblico delle scelte della giuria.
Altrettanti applausi sono stati riservati al regista sudcoreano Hong Sangsoo, al quale è andato il premio per la miglior regia per il suo “The Woman Who Ran”. C’è stato spazio anche per il cinema il lingua tedesca, poiché l’Orso d’argento alla miglior attrice è andato a Paula Beer, l’intensa protagonista di “Undine” del regista Christian Petzold. Il premio per il contributo artistico è stato assegnato al direttore della fotografia Jürgen Jürges, per “DAU. Natasha”, di Ilya Khrzhanovskiy e Jekaterina Oertel.
Il premio per la migliore opera prima è andato a “Los Conductos” di Camilo Restrepo, quello al miglior documentario a “Irradiés” di Rithy Panh. Menzione speciale a “Notes from the Underworld”, di Tizza Covi e Rainer Frimmel.
Infine, l’Orso d’argento - Premio speciale 70ma Berlinale, istituito per sostituire il tradizionale Premio Alfred Bauer, ritirato a causa della recente rivelazione del passato nazista del fondatore della Berlinale, è andato a Benoît Delépine e a Gustave Kervern per “Effacer l’historique”.