Il Western, l’America e la rivoluzione, Sergio Leone all’Ara Pacis

A Roma una mostra ci avvicina all’opera e alla “bottega” di un maestro del cinema mondiale: dal peplum a "C'era una volta in America" al film mancato

Foto dal set di “Per un pugno di dollari” con Clint Eastwood

Foto dal set di “Per un pugno di dollari” con Clint Eastwood

GdS 22 dicembre 2019
Sergio Leone è il western rivisto da un grande cineasta, è un’intera una cultura che smonta i miti pur amandoli e non è solo il western: è politica, è uno sguardo disincantato sul genere umano. È dedicata a uno dei grandi registi del ‘900 “C’era una volta Sergio Leone”, mostra allestita al museo dell’Ara Pacis di Roma per i 90 anni dalla nascita e i 30 dalla scomparsa dell’autore di capolavori come Per un pugno di dollari, Giù la testa o C’era una volta in America. La rassegna è organizzata dalla Cinémathèque Française e dalla Cineteca di Bologna, è curata dal direttore del centro bolognese Gian Luca Farinelli con Rosaria Gioia e Antonio Bigini e dura fino al 3 maggio.

L’esposizione parte dal regista del muto italiano che userà lo pseudonimo di Roberto Roberti e Sergio Leone gli renderà omaggio firmando a sua volta Per un pugno di dollari con lo pseudonimo anglofono di Bob Robertson.

Come ricordano gli organizzatori il regista “attraversa il peplum, (filone cinematografico storico-mitologico), riscrive letteralmente il western e trova il suo culmine nel progetto di una vita: C’era una volta in America. A questo sarebbe seguito un altro film di proporzioni grandiose, dedicato alla battaglia di Leningrado, del quale rimangono, purtroppo, solo poche pagine scritte prima della sua scomparsa. Leone, infatti, non amava scrivere. Era, piuttosto, un narratore orale che sviluppava i suoi film raccontandoli agli amici, agli sceneggiatori, ai produttori, all’infinito, quasi come gli antichi cantori che hanno creato l’epica omerica. Ma ciò nonostante, il suo lascito è enorme, un’eredità creativa di cui solo oggi si comincia a comprendere la portata”.

Giusto quindi ricordare che a Leone hanno guardato con ammirazione molti dei registi contemporanei, da Martin Scorsese a Steven Spielberg, da Francis Ford Coppola a Quentin Tarantino (che spesso inserisce omaggi nei suoi film), da George Lucas a John Woo, da Clint Eastwood ad Ang Lee.

Tra i tanti aspetti indagati dalla mostra, il suo occhio compositivo per le inquadrature e le scenografie che prendono spunto dall’arte e dall’architettura, “dai campi lunghi dei paesaggi metafisici suggeriti da De Chirico, all’esplicita citazione dell’opera Love di Robert Indiana” in C’era una volta in America.

La mostra utilizza materiali d’archivio della famiglia Leone e di Unidis Jolly Film con cimeli personali, la libreria, modellini, scenografie, bozzetti, costumi, oggetti di scena, sequenze e una costellazione le foto sui set di Angelo Novi. Le Edizioni Cineteca di Bologna hanno pubblicato il volume La rivoluzione Sergio Leone, a cura di Christopher Frayling e Gian Luca Farinelli.

La retrospettiva sul regista è promossa dall’Assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale e arriva in Italia dopo essere stata l’anno scorso alla Cinémathèque Française di Parigi. (Cl. Sar)