Vincenzo Alfieri: “Con 'Gli uomini d’oro' e attori strepitosi fondo noir e commedia”

Il regista e sceneggiatore per il suo secondo film si è ispirato a un “colpo grosso” del 1996, a Monicelli, Tarantino e Virzì. Eccellenti le prove del cast

Un momento di “Uomini d’oro” di Vincenzo Alfieri

Un momento di “Uomini d’oro” di Vincenzo Alfieri

GdS 2 novembre 2019wondernetmag.com
Vincenzo Alfieri è un nuovo talento del cinema italiano ed è al suo secondo film, "Uomini d'oro". Rilanciamo sul nostro sito l'intervista realizzata da Laura Saltari, direttore di Wondernet Magazine, e pubblicata sulla rivista online.

Laura Saltari
(Wondernet Magazine)


Quattro uomini comuni, spinti ognuno da una personale motivazione, riescono a mettere a punto il colpo grosso. Ma il crimine non è per tutti, e per degli uomini qualunque si rivela un gioco che sfugge al loro controllo. Il cast è composto da attori straordinari: in primis Fabio De Luigi, al suo esordio in un ruolo da cattivo. Gli altri componenti della banda sono l’autista di un portavalori (Giampaolo Morelli) e il suo migliore amico, un ex impiegato postale (Giuseppe Ragone). Edoardo Leo interpreta Il Lupo, un ex pugile che gestisce un pub. Gian Marco Tognazzi è Boutique, un couturier ambiguo e senza scrupoli. Matilde Gioli, Susy Laude e Mariela Garriga sono le tre protagoniste femminili. La vera rivelazione è il giovane regista Vincenzo Alfieri, che si è occupato anche del soggetto, della sceneggiatura e del montaggio. Partendo da una storia interessante, è riuscito a confezionarla con una narrazione serrata, coinvolgente, appassionante.

Vincenzo, da dove nasce la tua passione per il cinema?
Credo che ci sia sempre stata. Da bambino prendevo la telecamera di mio padre e filmavo i miei giocattoli facendo fare loro delle cose, inscenando degli inseguimenti…e poi ho sempre scritto e disegnato, fin da piccolo. Pensavo “da grande diventerò un attore famoso” ma lo vedevo come un sogno abbastanza complesso, difficile da realizzare.

Tu hai studiato recitazione e regia a New York e a Los Angeles.
In realtà ero andato a New York per partecipare a un corso di recitazione. Però mi annoiavo terribilmente, quindi un giorno andai a trovare un amico che stava seguendo un corso di regia. Iniziai anche io a seguire quel corso, e il giorno dopo mi dissi “Quasi quasi ci vado anche oggi”. Così mi sono ritrovato a studiare regia.

Gli "Uomini d’Oro" è il tuo secondo film dopo “I Peggiori” del 2017, che non è andato benissimo, ma tu non ti sei arreso.
È vero, “I Peggiori” non è andato bene ed è un peccato, era un film molto genuino, però non fu adeguatamente promosso né pubblicizzato. Ma non bisogna mai gettare la spugna. Magari “Gli Uomini d’Oro” andrà benissimo, e il film che girerò dopo no. Ricordiamoci sempre che facciamo un lavoro artistico.

Qual è il regista a cui ti ispiri maggiormente, se ce n’è uno?
Non saprei, io sono un onnivoro, ho veramente guardato di tutto da “Caos Calmo” a “Transformers”. I registi con i quali sono cresciuto e che mi hanno influenzato più di tutti sono Brian De Palma, Tim Burton, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Stanley Kubrik e Danny Boyle.

Gli Uomini d’Oro è ispirato a un fatto di cronaca realmente avvenuto nel 1996, e Meo Ponte (giornalista de La Repubblica) in un articolo dell’epoca scrisse: “Se ne facessero un film partirebbe come ‘I Soliti Ignoti’ e finirebbe come ‘Le Iene’”. Ti sei ispirato un po’ a Monicelli e a Tarantino?
Si, assolutamente. Anche a “Il Capitale Umano” di Virzì, per la struttura a episodi. Il film è una commistione di generi, ci sono delle battute divertenti e c’è il noir, come si faceva una volta. Negli anni Ottanta e Novanta era fondamentalmente tutto così.



A proposito di anni Novanta: come hai potuto, tu che sei nato nel 1986, riuscire a calarti nel mood di quegli anni per scrivere questo film?
Ho studiato e ascoltato moltissima musica anni Novanta, ho fatto ricerche, ho letto giornali dell’epoca… poi mi sono confrontato con la costumista e con lo scenografo per capire come poter restituire agli spettatori un’idea di quel periodo, ma a modo nostro. È stato un lavoro di squadra.

Parliamo del cast, che è fortissimo: Giampaolo Morelli, Edoardo Leo e un sorprendente Fabio De Luigi. Li hai presi e li hai scardinati dai ruoli in cui siamo abituati a vederli, per proiettarli in un’altra dimensione. Tutti e tre hanno accettato subito i ruoli che hai proposto loro?
Fabio De Luigi mi ha detto: “Grazie, è un copione bellissimo, ma non lo farò mai”. Ci ho messo quattro mesi a convincerlo. Con Giampaolo Morelli ed Edoardo Leo invece è stato un po’ meno difficile. Tutti e tre erano convinti dalla sceneggiatura, ma non lo erano altrettanto sul fatto che io sarei riuscito a girare un film così difficile. Erano dubbiosi, lo leggevo scritto sulle loro facce: “Hai trent’anni, hai fatto un solo film che non ha visto nessuno… dove pensi di andare?”. Poi alla fine mi hanno dato fiducia.

Fabio De Luigi è Alvise, uno dei componenti della banda di rapinatori improvvisati. Come ti è venuto in mente di far interpretare a De Luigi un ruolo drammatico?
Avevo in mente Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia”. Mi chiedevo quale attore italiano potesse avere una faccia da buono che in realtà però nascondesse una drammaticità tale da farlo trasformare all’improvviso in un cattivo. Un giorno ero andato a trovare Giuseppe Stasi e Giancarlo Fontana sul set di‘Metti la nonna in freezer’ e lì ho conosciuto De Luigi. Era seduto di fronte a me, immobile, leggeva il suo copione e ogni tanto parlava al telefono, con un occhio vigile ma stanco. Sono rimasto folgorato da lui: è simpatico, pacato, educato. Un professionista incredibile, molto timido e riservato. In queste sue caratteristiche ho trovato proprio quello che stavo cercando. Fabio incarna il prototipo del “buono” per eccellenza, ed ho pensato che sarebbe stata una bella sfida farlo diventare un cattivo. Mi sono chiesto: come sarebbe nel ruolo di Alvise, un cardiopatico costretto a tenersi sempre a freno?

Edoardo Leo interpreta Il Lupo, un ex pugile tutto muscoli e poche parole.
Edoardo ha un viso da duro ma uno sguardo buono, anche un po’ stanco. Il suo personaggio nel film è un uomo che sotto la scorza da macho non è un cattivo, anzi, è anche un po’ influenzabile e assoggettabile.

Poi c’è Giampaolo Morelli, che nel film è Luigi, la mente del colpo.
Giampaolo Morelli è l’uomo charmant, fascinoso. Mi ricordava Ray Liotta in Quei Bravi Ragazzi. Uno che ama la bella vita e vorrebbe vivere in un certo modo, ma nella quotidianità non ottiene quello che vuole.

Cosa ci racconti delle tre interpreti femminili, Matilde Gioli, Susi Laude e Mariela Garriga?
Mariela è un’attrice pazzesca, una professionista impeccabile: la sceneggiatura che le avevo consegnato era di circa 94 pagine. Lei ha aggiunto talmente tante annotazioni sul personaggio, su come lo avrebbe voluto interpretare, su quale sguardo, quale andatura, quale voce avrebbe dovuto avere, che quando è tornata aveva un copione di 124 pagine. Non so quante attrici sarebbero in grado di fare un lavoro del genere. Di Susi Laude mi sono innamorato al provino. Avevo preparato dei bozzetti dei costumi e li avevo fatti avere a tutti gli attori, per dar loro un’idea di come sarebbe stato vestito il loro personaggio.
Susi è arrivata al provino indossando esattamente lo stesso identico vestito che avevo immaginato, con gli occhiali, l’acconciatura anni 90, si era portata dietro addirittura un uncinetto. Per il ruolo interpretato da Matilde Gioli avevo già provinato 30/40 attrici, ma nessuna aveva quello che stavo cercando: una sorta di purezza nello sguardo. Mi serviva una figura femminile che fosse dolce, sognatrice, ingenua. La classica ragazza semplice, con sogni piccoli, ed era molto difficile da trovare. Nonostante nella vita Matilde sia una ragazza molto spiritosa, una che racconta barzellette e che ama scherzare, con uno spirito quasi cameratesco, al ciak riusciva a trasformarsi e a diventare esattamente quella ragazza dolce, molto femminile, che avevo immaginato per il ruolo di Anna.

Anche il cast tecnico del film merita un applauso.
Sì, penso che una delle cose più belle del film sia proprio l’estetica, resa possibile dal direttore della fotografia Davide Manca, che è riuscito a interpretare con la luce ciò che io avevo in testa. E poi le scenografie di Ettore Guerrieri e i costumi di Patrizia Mazzon, che sono stati in grado di restituire al pubblico veramente una sensazione di anni Novanta. Il musicista Francesco Cerasi è stato straordinario nel trovare le sonorità di quegli anni e remixarle con i suoni di oggi.

Hai già in mente il prossimo film che girerai?
Delle idee le ho, ma tutto dipende da come il pubblico accoglierà “Gli Uomini d’Oro”. Voglio ringraziare Federica Lucisano e la 01 Distribution, perché hanno creduto in me e hanno reso possibile realizzare questo film. Esistono registi pazzi che fanno delle cose folli, ma esistono anche produttori che ci credono.

L'intervista su Wondernet Magazine