“La Gabbianella e il Gatto” 20 anni dopo, Enzo D’Alò: “Una storia attuale di integrazione e di diversità"

Il regista Enzo D'Alò racconta il suo film capolavoro a vent'anni dall'uscita: "non credo che tanti, nell'Italia di oggi, abbiano visto il film con attenzione"

Enzo DAlò

Enzo DAlò

Stefano Pignataro 27 gennaio 2019

“Forza gabbianella, lo so che hai paura, io non riesco neanche a guardare giù, ma non ti dimenticare che tu hai le ali e chi ha le ali non ha paura dell’altezza o di qualunque ostacolo possa incontrare” Se hai le ali, non c’è niente che può fermarti”; Con queste parole, l”umana” Nina, assieme al gatto Zorba ed agli altri gatti del porto, incoraggiano la piccola Gabbianella Fortunata a spiccare il volo per andare incontro al suo futuro. La scena successiva, accompagnata dalla canzone “So volare” interpretata da Ivana Spagna, è commovente, struggente, poetica. La piccola Gabbianella abbandona per sempre la sua vera famiglia adottiva, i gatti del Porto che l’hanno accudita per fare onore alle promesse fatte a sua madre Kengah moribonda dopo essere stata travolta da un’onda di petrolio, “la maledizione degli umani”:


Enzo D’Alò, firmando, assieme allo sceneggiatore Umberto Marino, un film di animazione come La Gabbianella ed il Gatto, consegna alla storia del cinema un capolavoro equilibrato e poetico; il soggetto è preso dal romanzo “Storia di una Gabbianella e del Gatto che le insegnò a volare” dello scrittore cileno Luis Sepulveda. I valori della libertà e dell’emancipazione, avendo Sepulveda vissuto il Golpe militare di Pinochet ai danni del Presidente Salvator Allende, sono sempre stati molto cari allo scrittore.


Maestro D’Alò, il 23 dicembre 1998 usciva, nelle sale italiane, prodotto dalla Cecchi Group (successivamente all’estero) La Gabbianella e il Gatto. Due anni prima era uscito La Freccia azzurra, tratto da un racconto di Gianni Rodari. E’ possibile rinvenire un legame tra due autori di notevole forza espressiva ed emotiva come il poeta cileno e lo scrittore di Omegna?


Il filo rosso c’è ed è legato al fatto che stiamo discutendo di grandi libri e di grandi scrittori. Sono scrittori che scrivono allo stesso modo rivolgendosi ad adulti e bambini sebbene cambino i soggetti e le motivazioni delle storie (storie legate maggiormente ad un pubblico infantile). Sepulveda e Rodari scrivono ai bambini sapendo di parlare a degli esseri pensanti. Perché i bambini sono esseri pensanti. Sono storie, le loro, che permettono di strutturare e di pensare un film perché profonde e capaci di farci immaginare mondi e situazioni, raccontano alle famiglie ed ai ragazzi metafore e grandi messaggi.


Nell’attuale contesto storico e politico, i valori della Gabbianella e il Gatto come l’integrazione, la bontà, l’accettazione del diverso e la cooperazione tra razze differenti, sembrano abbandonati. Quanto è importante per grandi e piccini rivedere oggi, vent’anni dopo, un film come il Suo?


Forse il mio film non è stato compreso da tutti. Ho sempre il timore che alcune, delle persone che lo hanno apprezzato in questi venti anni, oggi, magari, possano essere protagonisti di episodi di razzismo tra i tanti che siamo costretti a digerire in questi ultimi mesi. La Gabbianella e il Gatto è la metafora di un bambino orfano e africano, oggi potremmo chiamarlo un “migrante”, depositato davanti alla porta di casa di un leghista milanese: due razze nemiche che si incontrano, si annusano, e alla fine si stimano... Utopia? Sono due gli elementi importanti nel film e li ho notati forse di più a film finito che durante la scrittura della sceneggiatura: il Gatto Zorba spiega alla Gabbianella, quando si è perfettamente integrata, quando è finalmente convinta di essere un gatto, che il passo successivo e finale dell’integrazione è l’orgoglio di essere diversi. Il secondo elemento, nella stessa sequenza, è la frase che Zorba dice alla Gabbianella, per farle vincere la paura del volo: “sii tu il primo gatto volante”; la Gabbianella, prendendo il volo coi suoi nuovi amici gabbiani e lasciando, forse per sempre, i gatti, ci trasmette due emozioni: la prima è la consapevolezza, finalmente, di essere un gabbiano, la seconda azione, quella che commuove maggiornate il pubblico, è l’addio ai genitori: vediamo Fortunata con gli occhi dei gatti he la considerano una loro figlia e così noi pubblico pensiamo ai figli che abbiamo lasciato partire, andare per la loro strada...


A proposito dell’integrazione, anche io, napoletano figlio di napoletani trasferiti a Torino, ho vissuto l’integrazione meridionale a Torino, mantenendo l’orgoglio delle mie origini, resistendo alla tentazione di un’integrazione in cui i meridionali cercavano di parlare piemontese, in cui abbandonavano le proprie tradizioni o le nascondevano per timore di non essere accettati dal gruppo dominante.


La canzone “So volare” ha fatto commuovere intere generazioni...


Si, è molto bella, scritta da David Rhodes, come tutta la colonna sonora. Cantata da Ivana Spagna nella versione italiana. La colonna è stata ricca, ulle basi di David hanno cantato Samuele Bersani (Siamo Gatti), Gaetano Curreri con Antonio Albanese nella canzone dei topi “Duro lavoro”, Leda Battisti nel“Il canto di Kengah”. Leda è tornata a prestare la sua splendida voce anche nel mio “Pinocchio”.


I disegni del film sono molto realistici ed espressivi, eppure non mancano sequenze oniriche e stilizzate, sequenze quasi da “sogno” (L’uovo che si rompe nel racconto del poeta). Penso ai disegni che realizzò un Salvator Dalì (di cui in questi giorni è caduto il trentesimo anniversario dalla morte) in “Io ti salverò” di Hitchcock... rompere e stemperare gli schemi…


Proprio così. Credo di essere stato il primo a usare questo linguaggio in un film di animazione. Adesso vedo che è molto sfruttato. Quando si fa un sogno si usa un’altra tecnica. In un film di animazione adopero un’altra tecnica che definirei “metanimazione”. Essendo tutto il film immaginifico, di animazione, devo necessariamente trovare una tecnica diversa per esprimere situazioni particolari, emozioni slegate dalla realtà.


C’è qualche aneddoto accaduto durante la lavorazione che vuole ricordare?


Da Carlo Verdone (Zorba) ad Antonio Albanese (Grande Topo), tutto il cast era molto motivato, tutti grandi artisti. Proposi Luis Sepulveda per prestare la voce del poeta proprio per mettere un sigillo, per creare un legame ancor più stretto tra libro e film. È molto importante che tra scrittore e regista, tra opera letteraria e cinematografica ci sia affinità e l’autore del libro si riconosca nel progetto del film perché dal libro al film, per esigenze drammaturgiche, molto deve cambiare. Nel film, ad esempio, è stato eliminato il personaggio dello scimpanzè Mattia e sostituito col gatto Pallino. Questa scimmia era antipatica e di una cattiveria gratuita e la cattiveria gratuita non emoziona, fa rabbia. Invece l’idea di un “fratellino” geloso, non cattivo, ma geloso per l’arrivo nella “famiglia” di una sorellina accentratrice di attenzioni, ci permette di motivare la terribile frase in cui le rivela che i gatti non la considerano un gatto ma vogliono crescerla per cibarsene! Dopo questa esecranda azione, Pallino andava fatto redimere, con qualche azione eroica e difatti va da solo a liberare la Gabbianella… Anche questo, ovviamente, non è presente nel libro, è una scena che abbiamo inventato noi. Quando Pallino, imprigionato dai topi, a difesa della Gabbianella,griderà ”Lei è un gatto”, ci dimostrerà che il suo amore ha superato il concetto di diversità.


Tornando al caro Sepulveda, ricordo che i ponemmo il problema dell’accento spagnolo del poeta. Cosa ci faceva un signore spagnolo in una città tedesca?.Decidemmo di trovare per la voce della bambina ed anche per la voce della sua gattina Bubulina due interpreti con un accento simile, in modo da trasformare una figura avulsa dal contesto in una famiglia spagnola che viveva in Germania…


Lei ha descritto molto dettagliatamente il mondo della luce e del buio, la terra e le fogne con il mondo dei gatti e dei topi. Il Grande Topo ed il suo aiutante goffo ed imbranato…


Anche questa rivalità tra gatti e topi viene risolta con questo “decollo” alla fine del film, in cui gatti e topi sono tutti lì, attoniti, per assistere all’epilogo della vicenda. Ed il Grande Topo, al suo aiutante, ci tiene a precisare che “anche i topi volano da migliaia di anni…i pipistrelli”.


La Gabbianella si ritrova orfana di madre perché uccisa dall’onda nera di Petrolio. Il suo film era anche una forte denuncia sociale...


Non dovrebbero mai viaggiare tutte quelle petroliere in mari che in teoria sarebbero protetti. Se girasse meno petrolio, ci sarebbero meno incidenti. All’uscita del film nel mercato francese ci fu l’incidente del cargo Erika che vide rovesciarsi tonnellate di petrolio sulla costa bretone. Era il 12 dicembre 1999. Pensi, il film uscì là esattamente dieci giorni dopo (La Mouette et le chat). Noi vedemmo con i nostri occhi le immagini di promozione del trailer mescolarsi tristemente con la realtà di questi gabbiani ricoperti di petrolio che andavano a morire.


Come riportato da Ciakmagazine.it, per celebrare questi vent'anni dall'uscita, La gabbianella e il gatto di Enzo d’Alò ritorna al cinema  distribuito in sala da CG Entertainment come evento speciale nei giorni 21, 22, 23, 24 marzo in collaborazione con RTI, Infinity e con ECI Consorzio Esercenti Cinema.