Anna Melato: al cinema italiano mancano ruoli femminili importanti

Anna Melato ha seguito come ogni anno il Bif&st ed ha fatto parte della Giuria, per cui ha assegnato il Premio Mariangela Melato. L'intervista di Irene Gianeselli

Anna Melato

Anna Melato

Irene Gianeselli 10 maggio 2018

Anna Melato, cantautrice e attrice ha seguito come ogni anno il Bif&st ed ha fatto parte della Giuria presieduta da Giancarlo De Cataldo per le Opere Prime e Seconde in concorso. Ha assegnato il Premio Mariangela Melato, in memoria della sorella, ad Alba Rohrwacher e a Valeria Golino: dell'ex aequo dice «Sono davvero felice che tutti siano stati d'accordo nel premiare entrambe, mi è sembrata la scelta più coerente: il film esiste grazie al loro lavoro insieme». Il Bif&st si è concluso da qualche giorno, ma per la sua vivacità ci permette di continuare a parlare del cinema di oggi e di quanto manchino ruoli femminili forti.


Al Bif&st è stato proposto anche Yerma, il testo teatrale intenso di Garcìa Lorca, diretto da Marco Ferreri. C'è lei, che recita un ruolo dolce e struggente e - tra gli altri - c'è un Franco Citti sorprendente, che ricordi ha di quel lavoro?


Citti e Ferreri in maniera differente, da diverse estrazioni culturali, erano entrambi visionari. Sergio e Franco Citti, i due fratelli, erano simili, anche fisicamente, erano naif. Ferreri costruiva nella sua mente tutto, tutte le sue scelte e non le spiegava, dovevi entrarci. Credo che Marco e Franco si siano trovati bene, erano sulla stessa lunghezza d’onda e si capivano, si capivano davvero al volo. C’era Michele Placido, era ai suoi esordi. Un bel lavoro, mi farebbe piacere rivederlo perché so che per molto tempo non è stato possibile recuperarlo.


Di Ferreri emerge in Yerma una certa delicatezza e leggerezza nel dirigere.


Sì, Ferreri è molto poetico, tenerissimo. Una persona con grandi idee, sempre curioso, ma quasi insicuro nella sua umanità. Faceva film sempre con gli stessi attori proprio perché aveva bisogno di essere sicuro di chi aveva intorno. Era sempre attento, con quello sguardo che sembrava sempre capire chi aveva davanti. Ha molto apprezzato la Muti, era bellissima e tormentata, nutriva per lei un affetto paterno. Poi aveva un grande rispetto per le donne. A me diceva che avevo un caratterone, però poi era tenerissimo... ricordo che aveva un gendarme francese come moglie: quando era solo era più allegro, con lei era più tenuto. Magari questa donna è stata la fortuna di Marco, a volte menti così mobili hanno bisogno di qualcuno che le tenga con i piedi per terra.


Yerma è una storia d’amore tormentata ed è archetipica: c'è in quel testo tutta la crisi e la problematicità del rapporto uomo-donna. In effetti Yerma sembra scritto ieri, sembra paradossalmente una sorta di metafora poetica di ciò che accade oggi.


Sì, penso spesso a questo rapporto e ho anche paura di quel che vedo. Comincio a credere che l’uomo è strutturato in maniera tale da non riuscire a comprendere fino in fondo certi meccanismi che nella donna sono spontanei. Gli uomini credo mentalmente siano più inclini all’omologazione, hanno stessi comportamenti, pensano nello stesso modo, spesso sembrano agire tutti nello stesso modo se osservati in situazioni simili. Purtroppo questo è anche il risultato di anni di sottomissione della donna: se penso che ancora in molte realtà le donne sono uccise per le loro scelte... ci sono donne che non possono vivere liberamente, che non contano nulla. Tutto questo mi fa paura. C’è ancora tanto da fare.


A proposito di donne, il Premio Mariangela Melato è andato ex aequo a due attrici.


Mi sarebbe piaciuto che il premio intitolato a mia sorella andasse alla Rampling, attrice bravissima e con un bel film. Però abbiamo pensato di premiare due attrici che hanno fatto un film (Figlia mia di Laura Bispuri, ndr) superando tanti ostacoli. Un film acerbo, ma le due attrici Alba Rohrwacher e Valeria Golino danno una grande prova e lavorano davvero insieme: questo tipo di equivalenza di bravura fa sì che il film si regga su questa forza.


Ci sono stati anche altri personaggi e altre interpreti in concorso che l'hanno particolarmente colpita?


Purtroppo ho notato che i film spesso non hanno una protagonista femminile, un ruolo ben scritto, ma parti - anche piccole - femminili. C'erano soprattutto ruoli per giovanissime attrici, ma premiare una giovanissima, magari al debutto, diventa una responsabilità per la premiata. Non penso sia una un segnale così positivo, bisogna dare ai giovanissimi e ai giovani il tempo di maturare.


Quindi non è solo una sensazione di pochi: si può dire che nel cinema italiano stanno sparendo i grandi ruoli femminili?


Dai film italiani sì, stanno sparendo. Ci sono due, tre belle donne, una vecchia rimbambita e delle fatine: questo è purtroppo lo stereotipo che si vede sempre più spesso. E anche in TV le serie al top tra le più viste del momento (mi riferisco a quelle non italiane) sono davvero discutibili: si parla solo di zombie, morti violente, mostri. E poi non ci sono parti femminili, ma poche battute, non c’è lavoro per le donne. Non c'è davvero spessore nei ruoli femminili.


Se dovesse fare un bilancio del Bif&st?


Mastandrea (Premio Gabriele Ferzetti come Miglior attore protagonista, ndr) è straordinario in Tito e gli alieni: è un film diverso, diretto in modo originale e assolutamente da premiare perché porta un messaggio di speranza, sono molto felice che sia stata premiata anche la regista (Premio Ettore Scola a Paola Randi, ndr). Sono contenta del Premio per la miglior sceneggiatura a Susanna Nicchiarelli per Nico 1988, bellissima regia e bellissimo soggetto. Ho molto apprezzato i film europei: ho visto attori straordinari e storie forti. Poi è stato bellissimo rivedere anche Il lungo silenzio: Margarethe von Trotta è una grande donna e una grande regista, ascoltarla è sempre molto importante, per tutti.